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Felice Masi |
"La Ricerca Psichica" anno VIII, 2001, n.
3 |
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Dio è
morto “Giunto a trent’anni, Zarathustra (Nota
1) lasciò il suo paese... e andò sui monti. Qui godette del suo
spirito e della sua solitudine, né per dieci anni se ne stancò. Alla
fine trasformò il suo cuore e un mattino egli si alzò insieme
all’aurora, si fece al cospetto del sole e così gli parlò:
<A-stro possente! Che sarebbe la tua felicità se non avessi
coloro ai quali tu risplendi! Per dieci anni sei venuto quassù, alla
mia caverna... Noi però ti abbiamo atteso ogni mattino e liberato
del tuo superfluo (Nota 2) ; di ciò ti abbiamo benedetto.
Ecco! La mia saggezza mi ha saturato fino al disgusto... Vorrei
spartire i miei doni (Nota 3) ... Perciò debbo scendere giù
in basso, come fai tu la sera... e portare la luce al mondo infero,
o ricchissimo fra gli astri! Anch’io, al pari di te, debbo
tramonta-re... Benedicimi...> Zarathustra scese solitario
dalla montagna e non incontrò nessuno. Ma quando giunse ai boschi,
incontrò un vecchio... <Che cosa fa il santo nel bosco?>
chiese Zarathustra. Il santo rispose: <Faccio canti e li canto…
così lodo Dio>. Quando Zarathustra ebbe udito queste parole,
salutò il santo... e si separarono. Ma quando Zarathustra fuu solo
così parlò al suo cuore: <…Questo vecchio santo, nella sua
foresta, non ha ancora sentito che Dio è morto> (Nota 4)
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Il
riformatore Zaratustra in un dipinto murale del 2° sec.
d.C.

Il filosofo tedesco Friedrich Wilhel
Nietzsche |
Questo disegno alchemico de "I Due Principi" rappresenta
molto bene la concezione del zoroastrismo sul dio del Bene e sul dio
del Male in eterna lotta tra loro |
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Ahura Mazda, il dio del Bene, in eterna lotta con quello
del Male |
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Angra Mainyu, il dio del Male nella religione dl
Zoroastro, in eterna lotta con quello del Bene
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Il filosofo tedesco Arthur Scopenauer |
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Il filosofo Nietzsche è ben noto per la sua
“teologia” e per questa sua famosa frase “Dio è morto”. Prima di
lui, peraltro, quella frase l’aveva coniata il filosofo pure lui
tedesco Philipp Batz, noto con lo pseudonimo di Philipp Mainländer
(1842-1876), formatosi sul pensiero di due grandi esponenti del
pessimismo esistenziale, il filosofo germanico Arthur Schopenhauer e
il poeta italiano Giacomo Leopardi, le cui opere aveva conosciuto,
rimanendone preso, durante un suo lungo soggiorno di lavoro in
Italia. La sua concezione, espressa nell’opera Filosofia della
redenzione, è che Dio, inconoscibile come essenza, viene conosciuto
dall’uomo attraverso il mondo e nel momento in cui trapassa nel
mondo. |
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Il poeta Giacomo
Leopardi |
C.D.Friedrich "Il mare di ghiaccio". Un gelo e un vuoto
che è simbolo del nunna |
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Questo è il frutto di un suo atto di volontaria
scelta di trapassare dall’essere, quale è la sua sostanza e la
trascendenza, al non essere - come sono l’immanenza e il mondo - e
dunque al nulla, perché tale è la mancanza dell’essere. E’ questo
suicidio e atto di autoannullamento di Dio, che si è voluto
dissolvere nell’immanenza del mondo entropico e mortale, quello che
fa scrivere a Mainländer <Dio è morto e la sua morte è stata la
vita del mondo>. Fedele al modello e volendosi a Lui parificare
in questo voler conoscere e divenire il Nulla, Mainländer si suicidò
il giorno stesso in cui venne pubblicato il suo libro. Anche sua
sorella qualche anno appresso, dopo aver fatto pubblicare postumo il
secondo volume dell’opera del fratello, ne volle seguire la sorte e
si uccise. Condivisione di idee o tara
familiare? |
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Come che sia, questa
teologia e ontologia negative della morte di Dio – l’affermazione e
il sentire che <Dio è morto> - hanno trovato nel nostro tempo
ampi spazi, in un pessimismo e nichilismo di fondo da cui oggi molti
si sono fatti assertori. Oggi, nell’epoca della filosofia moderna e
contemporanea, nel mondo nella civiltà del benessere, del trionfo
della scienza e delle macchine avviene ciò e non ieri invece –
quanto meno non ci risulta, anche gli scettici del tempo antico
erano tutt’altra cosa. Ci si domanda perché e quale ne è il
significato; e come dobbiamo intendere la cosa.
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Sartre e
l’esistenzialismo Anche Jean Paul Sartre, il padre
dell’esistenzialismo, dichiara ed è stato affascinato dalla frase
“Dio è morto”. In una delle sue maggiori opere teatrali, "Le
diable e le bon Dieu", egli porta sulle scene la storia di un
capitano di ventura, Goetz, nelle lotte tra nobili e contadini nella
Germania del ‘500, come paradigma dell’impossibilità di scegliere
tra il Bene e il Male. |
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J.P.Sartre, il filosofo dell'esistenzialismo ma
soprattutto del vuoto esistenziale e della
disperazione |
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All’inizio Goetz sceglie per quest’ultimo e conduce
le sue guerre con distruzioni, depredazioni, uccisioni, tradimento
delle alleanze. In seguito, annoiato dal Male e sfidato da Heinrich
- un prete di Worms, la città che lui assediava per conto
dell’arcivescovo di Magonza – ad operare invece per il Bene e a
favore del popolo, opta per questo e addirittura fonda una comunità,
la Città del Sole, retta unicamente dalla legge dell'amore. Scoppia
poi la guerra tra i nobili e i contadini, ma poiché si rifiuta in
assoluto la violenza, Goetz e la sua Città del Sole non si
schierano. I contadini, infuriati per questo rifiuto di unirsi a
loro, incendiano la Città con morti e distruzioni. Goetz capisce
allora che il Bene ha portato a dei mali ancor più di quanto ne
avesse provocato prima lui direttamente operando il Male; abbandona
dunque questi due “assoluti” e si convince che sarà lui a decidere,
in prima persona e come uomo. In questa duplice considerazione,
rifiuta consapevolmente anche Dio e si proclama ateo, ponendosi a
capo dell’armata del popolo e dei contadini (Nota 5). |
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Pieter
Brügel "Il trionfo della
morte" |
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Il risultato di tutto
questo fa dire a Sartre – attraverso le parole che mette in bocca al
suo personaggio – che Dio è morto. Dice Goetz alla sua
a-mante Hilda, abbracciandola. “Ti ripeto che Dio è morto. Non ci
sono altri testimoni. Io sono il solo a vedere i tuoi capelli, la
tua fronte. Come sei vera da quando egli non c’è più! ”. Ma subito
aggiunge anche: “Guardami, non smettere un attimo di guardarmi: il
mondo è diventato cieco. Se tu voltassi la testa avrei paura di
cadere nel nulla. Finalmente soli! ” (Nota 6) Dunque Sartre
proclama la morte di Dio; ma, nello stes-so tempo, guardandola in
faccia questa morte di Dio, sente e riconosce freddamente che essa
significa paura, il “nulla” e la solitudine. Su questa conseguenza
della morte di Dio e dell’orgoglio dell’uomo di volere essere solo,
né dio né padroni, torneremo meglio in seguito.
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C.D.Friedrich "Viandanti sul mare di
nebbia" |
La cassetta nella quale Ornella Vanoni canta che
se "Dio à morto", poi però il terzo giorno risorge sempre
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Una canzone di Ornella
Vanoni Il mondo della canzone è il mondo dei giovani;
la gioventù si riconosce in esse e si raccoglie, come branco per
sostenersi l’un l’altro, attorno al cantante che, di volta in volta,
ne interpreta le aspirazioni, la ricerca di significati,
l’aggressività, le paure, sì, soprattutto le paure di fronte a un
mondo vuoto, che non risponde alle domande, enigmatico come una
sfinge; di fronte a un Dio che non risponfde, che non c’è, che non
si sen-te. In una canzone degli anni settanta dal titolo proprio
"Dio è morto", di recente riprodotta dala s.r.l. 2001 CG D. East
West s.r.l. con successo in una nuova “compilation”; così canta la
bravissima chansonnierre Ornella Vanoni e ci dice che Dio non è mai
morto, perché egli sempre risorge: |
'
Max Ernst "L'orda"

Goya "Le fucilazioni del 5 maggio
1808

Le distruzioni
di Hiroshima |
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“Ho visto – la gente della mia età – andare via
lungo le strade che non portano a niente, – cercare il sogno che
conduce alla pazzia, – nella ricerca di qualcosa che non trovano –
nel mondo che hanno già. – lungo le notti che dal vino son bagnate,
- dentro le stanze da pastiglie tra-sformate. – lungo le nuvole di
fumo del mondo fatto di città – essere contro da noiare la nostra
stanca civiltà – E’ un Dio che è morto – ai bordi delle strade Dio è
morto – nelle auto prese a rate Dio è morto – nei riti dell’estate
Dio è morto. – Mi han detto – che questa mia generazione – ormai non
crede in ciò che spesso ha mascherato con la fede – nei miti eterni
della patria e dell’eroe – perché è venuto ormai il tempo di negare
– tutto ciò che è falsità – le preci fatte di abitudini e paure –
una politica che è solo fatta per carriera, - il perbenismo
interessato, la dignità fatta di vuoto, - l’ipocrisia di chi sta
sempre con la ragione e mai col torto -–E'’un Dio che è morto, - nei
campi di sterminio Dio è morto, - coi miti della razza Dio è morto,
- con gli odi di partito Dio è morto, - Dio è morto! ” (Nota 7)
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Immagini dal lager di Aushwitz

Il lager americano di
Guantanamo |
C.D.Friedrich "Veduta di un porto" |
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Ma poi la canzone così
riprende: “Ma penso – che questa tua generazione è preparata – a
un mondo nuovo, a una speranza appena nata – ad un futuro che ha già
in mano, a una rivolta senza armi – perché noi tutti ormai sappiamo
– che se un Dio muore, è per tre giorni e poi risorge. – In ciò che
noi crediamo Dio è risorto, - in ciò che noi crediamo Dio è risorto,
- nel mondo che faremo Dio è risorto. – Dio è risorto, - Dio è
risorto”. Ecco, Dio non può morire perché risorge nella nostra
speranza, in quello che noi crediamo, nello stesso momento in cui
noi crediamo. In noi, nel nostro futuro, in quello che vogliamo
costruire.
Ma
questa è già una conclusione, non vogliamo ancora dirla,
prose-guiamo nel nostro discorso sulla morte di Dio, sul Dio che è
morto.
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El Greco
"La resurrezione di Cristo" |
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La morte di Dio
Vediamo che lo stesso Nietzsche era ben diverso, più
problematico e agitato da un pensiero molto più sofferto appena
qualche anno prima, quando era ancora solo un uomo che cercava di
capire, assillato dal problema immane di Dio, e prima che
precipitasse definitivamente nel buio e nella notte della follia,
distrutto dalla numinosità alla quale aveva preteso di elevarsi e
che aveva creduto di poter possedere (Nota 8). La sua opera
La gaia scienza, terminata nel 1882, afferma sempre il
principio della morte di Dio, tuttavia così ne parla, con
amarezza: |
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“Avete sentito di
quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del
mattino, corse al mercato e si mise a gridare: <Cerco Dio, cerco
Dio!>. E poiché proprio là si trovavano molti di quelli che non
credevano a Dio, suscitò grandi risa... Il folle uomo balzò in mezzo
a loro e li trapassò con i suoi sguardi: <Dove se ne è andato
Dio? – gridò – ve lo voglio dire: siamo stati noi ad ucciderlo: voi
ed io. Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto
questo? … Chi ci dette la spugna per cancellar via l’intero
orizzonte? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena
del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi, via
da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare?
All’indietro, in avanti, di fianco, su tutti i lati? Esiste ancora
un alto, un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un
infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto
più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? … Dello
strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo
dunque nulla? … Anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio
resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli
assassini di tutti gli assassini? … Con quali acque potremmo mai
lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi
inventare?>. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto
irruzione quello stesso giorno in diverse chiese e quivi abbia
intonato il suo <Requiem ætenam Deo>. Cacciatone fuori e
interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere: <Che
altro an-cora sono queste chiese se non le fosse e i sepolcri di
Dio?> (nota 9).
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Paul Gauguin "Il Cristo giallo"

Odilan Redon "S.
Sebastiano" |
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Amarezza dicevamo; e
buio. L’uomo rimane senza alcun ancoraggio, senza alcun punto di
riferimento, abbandonato a se stesso. Solo. Vuoto e
solitudine. Anche la posizione di Sartre approda allo stesso
sconforto, allo stesso vuoto, allo stesso senso di solitudine. Il
suo personaggio, il capitano Goetz dell’opera che abbiamo citata,
così dice dopo la sua azione: “Ho ucciso Dio perché mi separava
dagli uomini, ed ecco che la sua morte mi isola sempre di più. Non
consentirò che questo immenso cadavere infetti le mie amicizie
umane: starò zitto, se necessario> (Nota 10).
L’uomo, dunque, dopo la
morte di Dio non ha più con chi parlare, non ha più un referente.
Goetz dopo la sua scelta prende coscienza che il Bene e il Male in
assoluto non esistono, sono una farsa. Dio è morto e con lui ogni
mondo dietro il mondo, ogni altro mondo che possa sostenere il
nostro mondo. Morto Dio, muore la credenza, la certezza in qualcosa
di assolutamente Buono. Rimane l’uomo, ma qui il bene cela dentro di
sé anche il male, e il male può contenere una parte di bene. Cosa è
bene e cosa è male? Manca un punto di riferimento e noi non sappiamo
dire nulla, siamo costretti al silenzio, a stare
zitti. |
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La città dell'uomo: il Potere
J.A.Ingres "Napoleone I° sul trono
imperiale" |
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Certo, da taluni si potrà dire che il valore, i
valori pur non poggiando più su Dio restano tuttavia nell’uomo, come
ci dicono l’esperienza e il cuore. I valori sono già dentro l’uomo.
Dio è un’ipotesi inutile, oltre che costosa (Nota 11);
possiamo anche eliminarla, purché restino una morale, una società
civile e che certi valori siano riconosciuti come esistenti a
priori. E’ sufficiente – ma è altresì necessario a priori – essere
onesti, non uccidere, non mentire, non battere la propria donna, non
sfruttare l’altro uomo… E’ necessario che queste cose vi siano a
priori nell’uomo. Cioè prima dell’uomo. Ma allora torniamo all’idea
di un qualcosa che è prima dell’uomo. Dio? I valori dentro l’uomo,
che l’uomo sente (a priori) che altro sono se non Dio, la presenza
di Dio, il segno di Dio? Altrimenti vi è una contraddizione in
termini nel ragionamento |
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La città dell'uomo: il Conquistatore Paolo Uccello "Monumento equestre a Giovanni
Acuto" |
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L’esistenzialismo – e Sartre; e Goetz – sono
lineari in questo e non vogliono questa contraddizione. Nel loro
radicalismo, morto Dio non esiste, non può esistere alcun altro
cielo intelligibile, un dio di riserva e suo piccolo sostituto, suo
factotum. Senza il padrone, non c’è il factotum. Questa è l’amara
ma rigorosamente coerente conclusione. E infatti il punto di approdo
dell’esistenzialismo sartriano è che non vi è più un bene assoluto e
in sé dato che non vi è alcuna coscienza infinita e assoluta che
possa pensarlo. Non sta scritto da nessuna parte che bisogna essere
onesti e buoni e altruisti e che non bisogna fare del male. Del
resto, (in assenza di un assoluto, di una coscienza assoluta e di un
principio a priori ) cosa è il male? Chi lo dice, chi lo decide?
Dostoevskij ha scritto “Se Dio non esiste, tutto è
permesso”. |
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La città dell'uomo; la Giustizia
Autore ignoto: l'esecuzione di
Girolamo Savonarola in piazza della Signoria a Firenze nel 1498: |
Max Ernst "Senza titolo"

Ernst "Uccelli" |
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L’uomo è libero e si ancora su questa sua libertà.
E’ condannato ad essere libero e con questa condanna è gettato nel
mondo e abbandonato a sé stesso. Dio è morto, non vi sono assoluti
né apriori altrimenti sarebbero “Dio” e saremmo daccapo, non vi
possono essere, non possiamo inventarci dei succedanei o surrogati
di Dio. L’uomo è responsabile di quello che fa ma non ha nessun
criterio su cui fondarsi e su cui regolarsi per corrispondere a
questa responsabilità. L’esistenzialista non può neanche trovare
aiuto in un qualche “segno” terreno, in un qualche segno datogli
sulla terra per orientarsi perché l’uomo “libero” potrà interpretare
i segni a suo piacimento. Morto Dio, siamo abbandonati. Ma tutte
queste sono considerazioni. Amare, disperate oppure trionfanti
(finalmente! Né dio né padroni!) ma sempre e solo considerazioni.
Ragionamenti, riflessioni ex post, dopo il fatto (e sul fatto) della
morte di Dio. Ma la domanda resta. La frase è stata detta e non può
essere igno-rata, non possiamo cancellarla, non possiamo far finta
che non c’è. In molti hanno affermato che “Dio è morto” e questa
affermazione è stata posta alla base di molte filosofie e fatta
propria da non pochi pensatori. Allora? Cosa dobbiamo dire? Che
Dio è morto (con tutte le conseguenze che né derivano e che abbiamo
visto)? |
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Dio non può
morire Ma, in effetti, la verità è che Dio non può
morire; sono in molti ad arrivare – sono “costretti” ad arrivare, in
un modo o nell’altro, dalla stessa logica stringata dei loro
ragionamenti – alle meesime o ad analoghe conclusioni della canzone
di Ornella Vanoni: che Dio – la sua idea e la sua realtà - è
insopprimibile e che, cacciato dalla porta, per altra via, da una
qualche finestra, egli ritorna sempre . |
Il filosofo
tedesco Martin Heidegger |
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“Anche Heidegger (Nota 12) – dice il
filosofo Martin Buber (Nota 13) nella sua raccolta di saggi
del 1950 “L’eclissi di Dio – si riallaccia al detto di Nietzsche
<Dio è morto>... Per lui è evidente che Nietzsche, con questa
affermazione, non abbia inteso eliminare soltanto Dio ma anche
l’assoluto in tutte le sue forme, quindi non soltanto la religione
ma anche la metafisica. Heidegger è convinto che, arrivati a un
punto di estrema negazione, si possa istituire una nuova posizione
mediante ... la dottrina dell’essere che nell’uomo o per mezzo di
lui giunge al suo disvelamento ... e la teoria di Hegel (Nota
14) sul principio originario che raggiun-ge l’autocoscienza nello
spirito umano. A Heidegger stato possibile giungere a questa nuova
posizione, nonostante la <morte di Dio>, perché per lui
l’essere è collegato con il destino e la storia dell’uomo, nel quale
trova il suo disvelamento ... Con ciò si accenna già alla
possibilità – per usare un’immagine che Heidegger stesso evita – di
una resurrezione di Dio; ... o, come Heidegger preferisce dire, che
il “Sacro” possa apparire in nuove forme ancora impensabili”
(Nota 15). |
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Questo dipinto di C.D. Friedrich "Nebbia", ci dà bene
l'idea della "eclissi di Dio" (e non di sua morte) di cui parla il
filosofo e mistico ebreo Martin Buber. Non è Dio che è morto, siamo
noi che siamo nella nebbia.
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Anche Sartre, con tutta
la sua pervicace volontà di volerne fare a meno e che se ne può fare
a meno, deve però addivenire a un certo accomodamento e riconoscere
che “se io ho soppresso Dio padre, ci deve pur essere qualcuno
che inventi i valori … la vita non ha un senso a priori” (Nota
16). Ci domandiamo cosa sono “i valori” e perché debbano essere
necessariamente nel cuore ; ese invece nono siano essi stessi "Dio"
o la sua rappresentanza e i suoi rappresentanti nel cuore
dell'uomodell’uomo Con quale “altro nome” possiamo chiamarli?.
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Una escursione (e una richiesta
d’aiuto) nella psicologia junghiana Una risposta alla
domanda possiamo derivarla, a mio avviso, da una serie di
considerazioni psicologiche condotte dallo psicologo e filosofo Carl
Gustav Jung intorno al problema e alla figura di Dio. Al riguardo
Jung, suscitando non poco scalpore e scandalo, ha affermato e
sostiene che Dio è un archetipo. Seguiamolo nelle sue
considerazioni. |
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Lo psicologo e filosofo tedesco C.G.
Jung |
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Parlando degli archetipi, così egli dice:
“L’esistenza psichica si riconosce dalla presenza di contenuti
capaci di divenire coscienti ... I contenuti dell’inconscio
personale sono principalmente i cosiddetti <comples-si a tonalità
affettiva> ... I contenuti dell’inconscio collettivo sono invece
i cosiddetti <archetipi>... ci troviamo davanti a <tipi>
arcaici o, meglio ancora, primigeni, cioè immagini universali
presenti fin da tempi remoti ... manifestazioni psichiche che
rivelano l’essenza dell’anima ... tesoro di immagini eterne ... Il
fatto di soggiacere (da parte dell’uomo, n.d.D.) alle
immagini eterne è cosa in sé normale. Per questo esse esistono.
Devono attirare, convincere, affascinare e sopraffare perché sono
state create con il materiale primigenio della rivelazione ..."
(Nota 17)”. |
Il dio egizio della
conoscenza, Toth dalla testa di ibis soggioga il leone
dell'ignoranza |
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“In epoche passate ... nessuno aveva troppe
difficoltà ad afferrare il concetto platonico secondo cui l’idea
preesiste ed è superiore ad ogni realtà fenomenica.
<Archetipo> è un termine che si trova già nell’antichità ed è
sinonimo di <idea> in senso platonico. Quando nel Corpus
hermeticum ... Dio è designato come <to arcetuwn jvV‘>(la luce
archetipica), ciò significa che egli è l’immagine primordiale di
ogni luce, preesistente e superiore a ogni fenomeno luminoso ... In
quanto empirista, che esiste un temperamento per il quale le idee
sono essenze e non semplici nomi” (Nota 18). |
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Una raffigurazione alchemica della via della
conoscenza |
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Definito così il concetto di archetipo – immagine
primigenia ovvero rappresentazione collettiva, come la chiama
l’antropologo Lévy-Strauss, non derivata dall’esperienza personale
ma contenuta ed esistente nell’inconscio collettivo (il cosiddetto
campo psi) e che da qui si riverbera nella coscienza personale
quando il singolo fa esperienza di una situazione o emozione che
richiama quell’immagine – Jung così in un al-tro suo scritto ne tira
definitivamente le somme: “Ho descritto un’entità che si presenta
come un fenomeno immediatamente psichico, in contrasto con altri
psichismi la cui esistenza per l’opinione ingenua poggia causalmente
su influssi fisici ... L’unica realtà immediata è quella psi-chica
dei contenuti della coscienza, che portano, per così dire,
l’etichetta di un’origine spirituale o materiale” (Nota
19). |
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L'antropologo francese Claude Levi Strauss durante un suo
viaggio in Amazzonia nel 1934
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Questo – questa “immagine psichica eterna
dell’uomo” – è l’archetipo. Come si arriva all’altra conclusione, a
prima vista irrispettosa, che “Dio è un artchetipo”? Al riguardo
Jung ha sempre detto che lui era uno <scienziato naturale> e
che dunque, da un tale livello umano scientifico, egli non poteva e
non voleva occuparsi del problema di “Dio in sé”– perché
appunto dal livello e da una visuale scientifica l'uomo non può
pretendere di comprendere Dio, nulla può dire di Lui e dell’aspetto
metafisico della questione. Se ne potrà occupare eventualmente
<come uomo>, al pari di ogni altro, ma non come
scienziato (che studia la natura e su questa può fare
discorsi) e allora, certo, lo risolverà secondo la propria intimità:
Ma non sarebbe onesto pretendere da lui, come scienziato, di
definire un problema metafisico, spirituale, come è quello di Dio,
con i canoni della scienza e delle proprie conoscenze professionali
scientifiche; si tratta di due sistemi – quello spirituale e quello
materiale – e di due ambiti completamente diversi, volerlo fare
vorrebbe dire barare, fare il ‘gioco delle tre carte’. |
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L'occhio di Dio visto
come luce abbagliante che tutto vede e che ci illumina e "fa vedere"
anche a noi, in una raffigurazione
alchemica |
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Lo <scienziato naturale> Jung fa invece
presente, con tutta onestà, di potersi e volersi occupare solo di
quello che si trova (“che si può osserva”) in natura e nell’uomo; di
quello – data la sua professione – che egli, come psicologo, può
osservare nella mente e nell’animo dell’uomo. Ebbene, egli ci dice
(solennemente) che nell’uomo si trova sempre e lui vi ha sempre
trovato una religiosità e l’idea e l’immagine di Dio. Se non è
persona religiosa Jung quando dice - con onestà, ripeto – queste
cose, non so chi lo sia (Nota 20). Nell’uomo, in ogni uomo. si
trova immancabilmente ed eterna l’idea di Dio. Non si tratta,
dunque, di una immagine dell’inconscio del singolo uomo o di qualche
particolare collettività o forma religiosa storica ma questa Idea e
immagine è in tutti e sempre. E' dunque prfopria
dell’inconscio collettivo, è un Archetipo. Dio è dun-que – non come
in sé irraggiungibile e incomprensibile ma come feno-meno
empiricamente constatabile dallo scienziato e constatato dallo
scienziato Jung – un archetipo. Si comprende ora cosa Jung ha voluto
significare con quella sua frase, da molti tanto criticata e invece
profondamente religiosa, rappresenta la massima espressione di
convinzione su questo tema che ci possa provenire da uno ‘scienziato
naturale (Nota 21). |
La"visione beatifica" (il termine è cristiano ma dà un'idea
di ciò che vuole esprimere) in una raffigurazione egizia: le anime
arrivano alla contemplazione di Osiride

La "Trasfigurazione", l'estasi degli apostoli Pietro,
Giacomo e Giovanni, quando, sul monte Tabor, appare a lore Gesù in
gloria con accnto i profeti Mosè ed Elia (nella raffigurazione di
una icona russa
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“Considerando che l’idea della divinità è una
<ipotesi non scientifica>, possiamo facilmente spiegarci
perché gli uomini abbiano disimparato a pensare in questo senso. E
anzi, se mantengono una certa fede in Dio, avrebbero paura di
avvicinarsi all’idea di un <Dio interiore> a causa della loro
educazione che ha sempre svalutato quest’idea come <mistica>.
Ma è proprio questa <idea mistica> che viene imposta alla
coscienza da sogni e visioni. Io stesso, come i miei colleghi, ho
visto in tutti i casi la stessa specie di simbolismo, da non poterne
più oltre metterne in dubbio l’esistenza. Inoltre le mie
osservazioni risalgono al 1914 e io ho aspettato quattordici anni
prima di farne parola in una pubblicazione. Commetterebbe un
deplorevole errore chi volesse vedere nelle mie osservazioni una
specie di dimostrazione dell’esistenza di Dio. Esse dimostrano
soltanto l’esistenza di una immagine archetipica della divinità e
questo è tutto quello che, a parer mio, possiamo dire di Dio dal
punto di vista psicologico (Nota 22). Ma poiché si tratta di
un archetipo di grande importanza e di forte influenza, il suo
apparire relativamente frequente sembra essere un fatto degno di
nota per ogni <theologia naturalis>. Poiché l’esperienza di
questo archetipo ha il carattere della numinosità, l’ha anzi spesso
in misura rilevante, possiamo considerarlo all’altezza di una vera
esperienza religiosa” (Nota 23) |
Dio raffigurato come un "sole nero" (o luce nera") in
quanto incomprensibile e ineffabile alla mente e alle conoscibilità
umane

L'uomo alla ricerca di Dio, in una raffigurazione
alchemica |
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Altrove così prosegue
e ancor meglio precisa: “Non è certo compito di una scienza
sperimentale stabilire fino a che punto un simile contenuto psichico
(l’immagine di Dio presente come archetipo nell’uomo, n.d.D.)
sia prodotto e determinato dall’esistenza di una divinità
metafisica. Ciò concerne, invece, la teologia, la rivelazione e la
fede ... Tutto, assoluta-mente tutto quello che asseriamo su
<Dio> è asserzione umana, cioè psichica. Come mai l’immagine
che abbiamo o ci facciamo di Dio non è mai separata dall’uomo? Come
e da chi può essere costatata una cosa simile? Per una volta, voglio
qui speculare, cioè poetare: Dio ha certamente fatto, senza l’aiuto
dell’uomo (Nota 24), un’immagine di sé incomprensibilmente
sublime ... e l’ha situata come un archetipo, l’archetipo della
luce, nell’inconscio, non già perché i teologi di ogni tempo e luogo
vi si accapiglino sopra ma perché <l’uomo libero> senza
arroganza possa, nel silenzio della sua anima, guardare a
un’immagine a lui affine, fatta della sua propria sostanza psichica,
che in sé raccolga tutto quello che egli è capace di escogitare sui
suoi dei o sulle pieghe nascoste della sua anima (Nota 25).
Questo archetipo, la cui sostanza è confermata non soltanto dalla
storia dei popoli ma anche dall’esperienza psicologica di ciascun
individuo, mi è perfettamente sufficiente (Nota 26). E’ così
vicino all’umano e tuttavia così estraneo e diverso e, come tutti
gli archetipi, d’altissimo effetto determinante; ed è senz’altro
indicato confrontarsi con lui ... costituisce, dunque, come abbiamo
detto, parte essenziale della terapia” (Nota 27).
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Il
"triangolo", l'immagine cabalistica con cui gli ebrei
esprimono l'idea di Dio

"Come sopra così
sotto", il detto ermetico con cui l'ermetismo e l'alchimia esprimono
l'idea che l'uomo è a immagine di Dio e che la lucee lo spirito
divino si riflettono nel Sé e nel cuore dell'uomo
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Suggerimento per una soluzione
Dunque, come sappiamo da Jung, tutto quello che
possiamo cogliere di Dio e il riflesso – l’archetipo – che di Lui è
nell’uomo, che è in tutti noi ed è sempre sto nell'uomo. nel suo
cuore, nella sua mente. Riflesso o presenza, non staremo qui a
discutere, ricadremmo nelle teologie, nei dogmatismi, nei tentativi
di definizione. Ma chi potrebbe e come si potrebbe mai “definire”
l’infinito? Resta inoltre ferma la considerazione, già fatta alla
nota 12, che se c’è “riflesso” questo è indice di qualcosa che si
rispecchia e si riflette, ma non è di questo che volevo parlare.
Quello che va
evidenziato invece che quando “sentiamo” qualcosa di Dio, quando ne
parliamo per dargli dei connotati, quando facciamo un logoV, un discorso
intorno a Lui, partiamo sempre dalla nostra esperienza, ci riferiamo
sempre alla esperienza che ne abbiamo. Di questa parliamo e da
questa traiamo gli elementi, le considerazioni, gli aggettivi. Da
quel riflesso e di quel riflesso, dell’archetipo e
dell’impronta che è in noi. |
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Quando si dice che Dio è amore, che Dio è Bene,
quando si parla della terribilità di Dio parliamo di come lo
sentiamo in noi, in termini umani, di quello che sentiamo di Lui,
del “riflesso” che di Lui è in noi.
Quando poi si dice che Dio si umanizza nel tempo –
come afferma Jung nel suo scritto Risposta a Giobbe - e che
dalle divinità arcaiche dei primitivi o dal Dio duro e terrinile
impersonato in Javhè della Bibbia Egli diviene il Dio dell’amore con
Gesù Cristo, va sempre ricordato, e io interpreto, che non è certo
delll’In Sé che Jung vuol parlare ma di quello che lui, scienziato
naturale, trova nell'uomo. Non è Dio (in Sé) che si trasforma o
modifica ma è la visione e l'idea di Lui che ne ha l'uomo quello che
si modifica e cambia e si umanizza. E' come Lo vive l’uomo quello
che cambia, il suo sentire e il suo sentirLo. L’uomo si umanizza –
almeno si spera – nel tempo e allora avverte in modo diverso, più
addolcito, più consapevole il riflesso di Dio che ha, che
porta dentro di sé. |
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Pittura in una "casa di culto" della Nuova Giunea (cultura
della Melanesia). L'immagine astratta è intesa a raffigurare, presso
questa cultura primitiva, il "sacro" assoluto,
irrappresentabile (ben diverso dal concetto di
"idolo")

Altra pittura del "sacro" presso un casa di culto (stessa
regione e cultura) |
Idoli della
cultura melanesiana. Presso le culture arcaico-primitive con gli
idoli e con il loro culto non si intende rappresentare "Dio",
l'Assoluto , ma sono solo delle Potenze sovrumane preposte a una
funzione. Gli idoli non sono adorati ma solo rispettati, venerati e
temuti |
|
Altrettanto, dunque, quando l'uomo, la sua
filosofia, la sua scienza (che non sarebbe più sapienza) dicono che
“Dio è morto”, quello che è morto, evidentemente, è il riflesso che
di Lui ne è in noi, è “il non sentirne più il riflesso dentro
di noi”. Dio è morto quando l’uomo non sente più Dio nel proprio
cuore e nella propria anima; significa solo che alcuni uomini, non
importa se tanti o se pochi, o che in alcune epoche o in alcuni
luoghi Dio non viene sentito più.
Quando l’uomo dice che Dio è morto, quando da
qualche parte, in un romanzo, in un trattato si proclama questo,
quando leggiamo questo, ciò significa solo che in quella cultura, in
quelle condizioni sociali, dopo determinati avvenimenti tragici
l’uomo amareggiato non riesce più a sentire e a trovare la presenza
di Dio in sé e nel mondo. E sente il vuoto, la desolazione del
proprio essere solo nel
cosmo
|
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Un monastero sconsacrato, vietsto al culto ed
eventualmentee ridotto ad uso civile nella Russia sovietica
(sopra)
Una chiesa sconsacrata e ridotta ad usi agricoli, sempre
nella Rsiia sovietica (sotto) |
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Dio
muore quando muore nell’uomo la sua immagine, quando l’uomo non
riesce più a udire la sua voce, quando lo specchio dell’anima che
doveva rifletterne le sembianze si è opacizzato, quando l’orecchio
che doveva udirlo si è sclerotizzato, l’occhio che doveva vederLo si
è accecato. Quando l'uomo non ne coglie più, non riesce a coglierne
più i segni. Quando l’archetipo di Lui si affievolisce nell'uomo e
non risplende pià nel suo cuore, nella sua anima..
Ma
quando una Voce grida nel deserto e l’uomo di fronte ha la membrana
delle orecchie e gli ossicini del timpano sclerotizzati, ciò non
vuol dire che la Voce non vi è e che non parli; è l’uomo che non
sente, il suo udito non reagisce alle vibrazioni sonore della Voce,
è sclerotico e non percepisce più. Lo stesso avviene quando di
fronte alla Luce vi è un occhio con le cataratte. |
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Giovanni
Battista, ("Io sono la Voce che grida nel deserto che grida
-Preparate la via del Signore") in una icona
ortodossa |
Il Cristo redentore in uno stupendo dipinto di El
Greco |
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L’eclissi di Dio Accanto, e
complementarmente, alla conclusione junghiana ascoltiamo anche
quella a cui arriva Sergio Quinzio nella "Introduzione" da lui fatta
allo scritto “L’eclissi di Dio” del filosofo Martin Buber, della
quale abbiamo già parlato più sopra. “Il dialogo fra Dio che
si rivela e si nasconde e l’uomo che lo cerca ... ha portato Buber
all’audace concezione dell’Eclissi di Dio, espressione che è come
una risposta una risposta alla celebre “Morte di Dio” di Nietzsche.
Se Dio è scomparso dall’orizzonte dell’uomo moderno, ciò non è
accaduto perché sia morto ... Ciò che sta a cuore a Buber è di
convincere che Dio non è morto ma che, appunto, si è eclissato
perché fra noi e Lui si è interposto il nostro Ego, ormai
onnipotente ... E’ questo che ci impedisce di fare autenticamente,
personalmente l’esperienza di Dio. Ma al di là del nostro errore,
che lo ricopre e lo nasconde rendendocelo incomunicabile, Dio
continua a splendere perfettamente intatto (Nota 28).
L’eclissi della luce di Dio non è l’estinguersi, già domani ciò che
si è frapposto potrebbe ritirarsi e potrebbe così riaprirsi il reale
dialogo dell’uomo con Dio” (Nota 29). |
Bhudda, l'Illuminato. Non è "Dio" o un dio ma rappresenta
l'uomo che ha conseguito l'illuminazione e porta in sé l'essenza del
divino, dell'Assoluto; è divinizzato (ma questa nostra parola
esprime male il concetto)

Osiride, per gli antichi egizi, è il Bene ucciso su questa
terra (da suo Fratello Seth, il Male) e che rinasce
nell'aldilà come Faraone e Re dei morti. Anche lui, dunque, non è
Dio ma è la sua rappresentanza e quello che di lui "vedremo"
nell'aldilà post mortem |
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Conclusione Ma, come
dice la canzone di Ornella Vanoni, se Dio muore è per risorgere dopo
tre giorni. I contenuti psichici, e tra essi innanzitutto gli
archetipi, non possono morire. A sua volta, l’eclissi non dura per
sempre, anzi è un momento nell’eternità; è una ricorrenza periodica,
è vero, ma è pur sempre un momento Gli archetipi e le visioni
umane (le “percezioni sensoriali”) della Realtà – che sono sempre
per approssimazione, una approssimazione sempre maggiore - al
massimo si possono trasformare. Può cambiare la forma, può cambiare
dogma, possono cambiare il mito e il rito; altre volte, più
facilmente e più verosimilmente se ne resteranno nel profondo
inconscio, che è il loro “luogo”, senza riuscire più ad emergere
(cioè a far risalire coscienza le loro “rappresentazioni
archetipiche”) e lì se ne staranno latenti e silenti. La stesso
avviene con l’archetipo di Dio dopo la sua “morte”, dopo che la sua
immagine e il suo riflesso si sono opacizzati nell’uomo. E’ solo
latente e silente. La sua spinta è troppo forte, la numinosità
dell’archetipo è troppo potente perché possa effettivamente morire.
Il destino di Dio, o meglio la sua “forma”, è quello di risorgere.
Sempre. Sia esso Gesù Cristo, sia esso Osiride, sia esso Orfeo.
|
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Un'altra raffigurazione-simbolo dell'assoluto divino
presso i popoli primitivi. Cultura melanesiana. Qui, essendo
rappresentato con una faccia, sembrerebbe esservi già l'idea
di un "Supremo Dio persona"; di influenza di missionari
cristiani

La "montagna di luce" è un altro simbolo di
Dio

La "montagna di luce" e il cammino
dell'uomo |
|
Dopo “tre giorni” Dio risorge. Risorge nelle nostre
speranze, nella nostra volontà di costruire, nel nostro incamminarci
di nuovo. Risorge nei “valori” che anche per Sartre pur sempre
rimangono. Nell’Essere che, ci dice Heidegger, in forme nuove sempre
riappare. Risorge nel nostro credere, tornare a credere nell’uomo e
nel mondo. Nel nostro credere in Lui, perché tutte quelle cose, “la
speranza” e l’orizzonte, i valori che abbiamo nel cuore e l’essere,
la vita che abbiamo significano a Lui. Anzi, sono Lui. Non siamo
soli. Non ci sono cadaveri. C’è solo la Vita.

Il "fungo" della bomba atomica di
Hiroshima:
l'uomo lontano da Dio, l'eclissi di Dio

Ul mistero di Dio: la sua gloria |
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Il mandale, segno di centralità, è un altro simbolo di Dio
ma anche della "bhuddità" (illuminazione), cioè dell'uomo che
ha raggiunto il Sé e si è incentrato in Dio

La "resurrezione", vista dall'alchimista,
non
è solo il "compimento dell'opera" (alchemica)ma è anche
l'incorporazione e il diventare sé stessi "l'opera"
, |
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Riassunto Dio è morto?
E’ nota la
fredda e dura affermazione di Nietzsche “Dio è morto”, riportata
nella sua opera "Così parlò Zarathustra". Questa frase era
stata già proposta, in precedenza, dal filosofo tedesco Mainlaender
e in seguito è stata ripresa da al-tri letterati, come Heidegger e
Sartre. L’articolo parla poi di una canzone di musica leggera,
cantata dalla famosa cantante Ornella Vanoni, che anch’essa, nel
ritornello, dice e ripete quasi ossessivamente “Dio è morto”, ma che
subito dopo aggiunge e conclude “Dio, se muore, il terzo giorno
risorge; risorge nelle nostre speranze e nel nostro preparare il
futuro” L’articolo discute sulle implicanze di questa
affermazione “Dio è morto”, proponendone una sua interpretazione e
lettura sia di tipo psicologico, alla luce della psicologia
analitica di Jung, sia sulla base di alcune considerazioni
teologico-metafisiche formulate da due filosofi, l’ebreo tedesco
Martin Buber e l’italiano Sergio Quinzio. La lettura filosofica
ci dice che Dio non muore ma si oscura e si nasconde all'uomo, che
può non sentirlo più nel proprio cuore; ma poi risorge sempre, se
non apertamente e direttamente, almeno in modo indiretto e criptico
(come, ad esempio, nell’Essere di Heidegger o nel senso dei doveri
morali umani di Sartre). L’interpretazione psicologica ci dice
che quel che muore e che risorge ovvero che si oscura o si modifica
o torna a rifulgere vivido e così via non è certo il Dio Assoluto
metafisico ma è l’immagine di Lui (cioè l’archetipo) che è
nell’uomo. E’ l’idea che l’uomo ha di Dio (l’idea che “vi è”
nell’uomo; impronta immancabile) quella che si trasforma nel tempo;
è il modo in cui l’uomo Lo sente. E’ in questa duplice chiave
che le parole scettiche e amareggiate “Dio è morto” - proposte da
alcuni pensatori e che molti uomini, delusi dalle troppe crudeltà
della vita, “sentono” dentro di sé - trovano spiegazione,
comprensione e accettazione.
Abstract Is
God dead?
It is well known Nietzsche’s harsh and
cold statement “God is dead” as reported in his masterpiece Thus
Spoke Zarathustra. This idea had been already formulated by the
German philosopher Mainlaender and has been reconsidered in the
following years by other scholars, such as Heidegger and Sartre.
The article also quotes a pop music song, sang by
the popular Italian singer Ornella Vanoni. In the refrain, it is
said and repeated almost obsessively “God is dead” but, immediately
after this statement, the song goes on like this: “God, after he
dies, resurrects the third day; he resurrects in our hopes and in
the way we plan our future”. The article focuses on the
implications of the statement “God is dead”, presenting an
interpretation and a reading which are either psychological, based
on Jung analytic psychology, and on some on theological-metaphysical
con-sideration formulated by two philosophers: the German-Jewish
Martin Buber and the Italian Sergio Quinzio. A philosophical
reading tells us that God does not die, rather he obscures himself
and hides himself to men, who cannot feel him anymore in their
hearts; but he always resurrects at the end and, when not openly and
directly, in an indirect and cryptal way (as in Heidegger’s Being or
in Sartre’s sense of human moral duties). The psychological
interpretation tells us that what dies and resurrects, which is to
say obscures itself and modifies or shines vividly again, is not the
Absolute metaphysical God but only His image (that is to say his
archetypal) which is inside man. It is the idea that man has about
God (the idea which “is” in man, an unfailing hallmark), the idea
which changes in time: it’s the way in which man perceives
Him. It is in this double way that the bitter and sceptical words
“God is dead” – offered by some scholars and “felt” by many
individuals who are disappointed because the too many cruelties of
life – can be explained, understood and
accepted. |
| NOTE
(1) Riformatore religioso persiano, fondatore del
mazdeismo, vissuto nel VII° secolo a.C., nella tradizione della sua
vita molti sono gli elementi leggendari. Oppositore dell’antico
culto iranico di Mithra, dio solare e dei sacrifici cruenti che si
facevano in suo onore. Dopo un periodo di meditazione solitaria, a
trent’anni, ebbe dall’angelo Vohu Manah la rivelazione della nuova
religione che lui doveva diffondere e di cui si fece missionario;
religione fondata sul dualismo Bene-Male, rappresentati dalle due
divinità Ahura Mazda, principio del bene e divinità suprema, e dal
suo antagonista Angra Mainyu, lo spirito del male
(2) Si riferisce alla luce e, vuoi pure, alle “onde
elettromagnetiche” che emanano dal sole e che l’autore, in questo
suo personalissimo Zarathustra, viene a considerare non dono, calore
e vita, ma un “dippiù” di cui il sole si libera
(3) Evidentemente, intende dire che egli ora
sentiva il dovere di “spartire” con gli altri uomini quei doni, e
anche la “saggezza” che egli aveva acquisito in quei dieci anni di
meditazione sulla montagna.
(4) Friedrich W. Nietzsche Così parlò Zarathustra
(opera da lui terminata nel 1885), A-delphi, Milano, VIII ediz.
1983, pp. 3-10
(5) La decisione di Goetz si conforma,
naturalmente, al pensiero di marxista militante del drammaturgo
autore dell’opera
(6) La decisione di Goetz si conforma,
naturalmente, al pensiero di marxista militante del drammaturgo
autore dell’opera
(7) O. Vanoni Un panino, una birra e poi... 2001
CGD East West s.r.l.
(8) In una seduta abbiamo chiesto all’Entità
intervenuta e che ci parlava come mai alcuni artisti – ad esempio
Nietzsche, Van Gogh, Schumann – sono stati sopraffatti e resi folli
dal “sublime” con il quale, per la loro sensibilità artistica, erano
venuti a contatto e che avevano inteso rappresentare e tanti altri
invece no, così ci ha risposto: Quando la Potenza trascendente, il
Superumano, il Troppo Potente, "le Muse" sono loro (“di loro
iniziativa”) che scendono nell’uomo, nell'artista che li avverte e
li accoglie, quando sono loro che volontariamente scendono dall’alto
per far conoscere al mondo e rappresentare nel mondo il loro sentire
sublime, allora il Trascendente, il Troppo Potente si fanno a misura
d’uomo, si fa a misura del contenitore umano e del “vasello” che
deve conte-nerlo; e così l’essere umano, nell’estasi artistica o
religiosa da cui è preso, riesce a “reggerlo” e a rappresentarlo. Ma
quando l’uomo pretende lui di salire in alto e di comprendere, di
possedere e descrivere il “dio”, il Troppo Potente (l'Archetipo,
diremmo noi)o è l’uomo che dal basso vuole salire in alto, al-lora
questa riduzione a misura umana non vi è e il numinoso, il
sovrappotente che en-tra nell’uomo proprio per questa sovrappotenza,
oggettivamente lo fa esplodere, di-strugge il piccolo contenitore
che non può contenerlo.
(9) F. Nietzsche La
Gaia scienza, in Opere, Adelphi Milano 1963, III° §
125
(10) J.P. Sartre Op.
cit. p. 511
(11) In termini di sacrifici che si richiedono
all’individualismo
(12) Filosofo tedesco (1889-1976), padre
dell’esistenzialismo, il suo pensiero è esposto particolamente nella
sua opera principale Essere e tempo
(13) Filosofo ebreo tedesco (1878-1965). Il
suo pensiero, esposto nell’opera fondamenta-le Ich und Du
(Io e Tu), è che il senso dell’uomo e della vita sono nel
rapporto dialogico tra l’uomo e Dio e, su tale esempio, del
rapportarsi dell’uomo con l’altro
(14) Filosofo tedesco (1770-1831), è il padre e il
maggior rappresentante della filosafia dell’idealismo
(15) M. Buber L’eclissi di Dio, Oscar
Mondadori, Milano 1990, pp. 75-76
(16) J.P. Sartre L’existentialisme est un
humanisme (1946) p. 89
(17) C.G. Jung Gli archetipi dell’inconscio
collettivo, in Opere di C. G. Jung vol. IX tomo primo,
Boringhieri Torino, 1980 pp. 4 e segg.
(18) C.G. Jung Gli aspetti psicologici
dell’archetipo della Madre - Il concetto di archetipo, ibidem,
pp. 77-78
(19) C.G. Jung Fenomenologia dello spirito della
fiaba – La parola ‘spirito’, ibidem pp. 205-206
(20) E infatti la personalità di Jung è stata
sempre profondamente convinta del sacro, da lui risolto in chiave di
una religiosità di tipo orientale e induista
(21) La riflessione immediatamente successiva che
si può fare, e che io faccio, è che questo “archetipo” che si trova
nella mente e nell’animo dell’uomo è, evidentemente, il ‘riflesso’
di un qualcos’altro che non è empiricamente osservabile ma che c’è.
Dal nulla non può derivare che il nulla memtre se c’è un esistente -
se c’è ‘questo’ esistente – esso deve pur derivare da qualcosa. Un
riflesso nello specchio deve essere l’immagine riflessa da un
qualcosa che ci si rispecchia. Il riflesso (“l’archetipo”) di Dio
nella mente e nell’animo dell’uomo deve pur essere il riflesso di
"Qualcosa" che ivi si rispecchia
(22) Le sottolineature non sono di Jung ma
dell'autore di questo articolo e di queste note
(23) C.G. Jung Psicologia e religione –
Dogma e simboli naturali, in Opere di C.G. Jung volume XI,
Boringhieri Torino 1979, p. 66
(24) Perché, come sempre Jung ha detto in
precedenza nel passo che abbiamo riportato, questo “arche-tipo della
luce” precede ed è al di fuori di ogni esperienza umana
(25) Questo “grido” e protesta di Jung – rivolta al
filosofo Martin Buber, che lo aveva accusato di gnosticismo e
naturalismo – è veramente di altissimo valore e significato
religioso. Esso mostra quanto Jung in realtà credesse in Dio – un
Dio senza altre ter-minologie e definizioni dogmatiche – e quanto
egli qui si sbilanci a favore di tale “fede”, più di quanto glielo
consentisse la sua qualifica e il suo “status” di scienziato
naturale”
(26) Cioè: gli è perfettamente sufficiente
per essere in pace con Dio, per sentirsi e dichia-rarsi e
rivendicare lo status di “animal naturaliter religiosum”
(27) Tra l’altro – dico io – contro l’alienazione e
la nevrosi di solitudine, di abbandono e di nullificazione data
dalla teologia della “morte di Dio”
(28) Proprio per questo risorge sempre, come canta
la Vanoni, e, come ho detto io, cacciato dalla porta, rientra dalla
finestra, da mille e mille altre vie
(29) M. Buber
Op. cit., pp. 5 e
segg. |
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