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   DIO E’ MORTO ?

         Felice  Masi

                "La Ricerca Psichica"  anno VIII,  2001, n. 3
 

  Dio è morto
“Giunto a trent’anni, Zarathustra
(Nota 1) lasciò il suo paese... e andò sui monti. Qui godette del suo spirito e della sua solitudine, né per dieci anni se ne stancò. Alla fine trasformò il suo cuore e un mattino egli si alzò insieme all’aurora, si fece al cospetto del sole e così gli parlò: <A-stro possente! Che sarebbe la tua felicità se non avessi coloro ai quali tu risplendi! Per dieci anni sei venuto quassù, alla mia caverna... Noi però ti abbiamo atteso ogni mattino e liberato del tuo superfluo (Nota 2) ; di ciò ti abbiamo benedetto. Ecco! La mia saggezza mi ha saturato fino al disgusto... Vorrei spartire i miei doni (Nota 3) ... Perciò debbo scendere giù in basso, come fai tu la sera... e portare la luce al mondo infero, o ricchissimo fra gli astri! Anch’io, al pari di te, debbo tramonta-re... Benedicimi...>
Zarathustra scese solitario dalla montagna e non incontrò nessuno. Ma quando giunse ai boschi, incontrò un vecchio... <Che cosa fa il santo nel bosco?> chiese Zarathustra. Il santo rispose: <Faccio canti e li canto… così lodo Dio>. Quando Zarathustra ebbe udito queste parole, salutò il santo... e si separarono. Ma quando Zarathustra fuu solo così parlò al suo cuore: <…Questo vecchio santo, nella sua foresta, non ha ancora sentito che Dio è morto>
(Nota 4)

 

 

 

 

Il riformatore Zaratustra in un dipinto murale del 2° sec. d.C.

Il filosofo tedesco Friedrich Wilhel Nietzsche

Questo disegno alchemico de "I Due Principi" rappresenta molto bene la concezione del zoroastrismo sul dio del Bene e sul dio del Male in eterna lotta tra loro

 

Ahura Mazda, il dio del Bene, in eterna lotta con quello del Male

 

Angra Mainyu, il dio del Male nella religione dl Zoroastro, in eterna lotta con quello del Bene

Il filosofo tedesco Arthur Scopenauer

 

Il filosofo Nietzsche è ben noto per la sua “teologia” e per questa sua famosa frase “Dio è morto”. Prima di lui, peraltro, quella frase l’aveva coniata il filosofo pure lui tedesco Philipp Batz, noto con lo pseudonimo di Philipp Mainländer (1842-1876), formatosi sul pensiero di due grandi esponenti del pessimismo esistenziale, il filosofo germanico Arthur Schopenhauer e il poeta italiano Giacomo Leopardi, le cui opere aveva conosciuto, rimanendone preso, durante un suo lungo soggiorno di lavoro in Italia. La sua concezione, espressa nell’opera Filosofia della redenzione, è che Dio, inconoscibile come essenza, viene conosciuto dall’uomo attraverso il mondo e nel momento in cui trapassa nel mondo.

 

Il poeta Giacomo Leopardi

C.D.Friedrich "Il mare di ghiaccio". Un gelo e un vuoto che è simbolo del nunna

 

Questo è il frutto di un suo atto di volontaria scelta di trapassare dall’essere, quale è la sua sostanza e la trascendenza, al non essere - come sono l’immanenza e il mondo - e dunque al nulla, perché tale è la mancanza dell’essere. E’ questo suicidio e atto di autoannullamento di Dio, che si è voluto dissolvere nell’immanenza del mondo entropico e mortale, quello che fa scrivere a Mainländer <Dio è morto e la sua morte è stata la vita del mondo>. Fedele al modello e volendosi a Lui parificare in questo voler conoscere e divenire il Nulla, Mainländer si suicidò il giorno stesso in cui venne pubblicato il suo libro. Anche sua sorella qualche anno appresso, dopo aver fatto pubblicare postumo il secondo volume dell’opera del fratello, ne volle seguire la sorte e si uccise. Condivisione di idee o tara familiare?

Come che sia, questa teologia e ontologia negative della morte di Dio – l’affermazione e il sentire che <Dio è morto> - hanno trovato nel nostro tempo ampi spazi, in un pessimismo e nichilismo di fondo da cui oggi molti si sono fatti assertori. Oggi, nell’epoca della filosofia moderna e contemporanea, nel mondo nella civiltà del benessere, del trionfo della scienza e delle macchine avviene ciò e non ieri invece – quanto meno non ci risulta, anche gli scettici del tempo antico erano tutt’altra cosa. Ci si domanda perché e quale ne è il significato; e come dobbiamo intendere la cosa.

 

Sartre e l’esistenzialismo
Anche Jean Paul Sartre, il padre dell’esistenzialismo, dichiara ed è stato affascinato dalla frase “Dio è morto”. In una delle sue maggiori opere teatrali, "Le diable e le bon Dieu", egli porta sulle scene la storia di un capitano di ventura, Goetz, nelle lotte tra nobili e contadini nella Germania del ‘500, come paradigma dell’impossibilità di scegliere tra il Bene e il Male.

 

J.P.Sartre, il filosofo dell'esistenzialismo ma soprattutto del vuoto esistenziale e della disperazione   

All’inizio Goetz sceglie per quest’ultimo e conduce le sue guerre con distruzioni, depredazioni, uccisioni, tradimento delle alleanze. In seguito, annoiato dal Male e sfidato da Heinrich - un prete di Worms, la città che lui assediava per conto dell’arcivescovo di Magonza – ad operare invece per il Bene e a favore del popolo, opta per questo e addirittura fonda una comunità, la Città del Sole, retta unicamente dalla legge dell'amore. Scoppia poi la guerra tra i nobili e i contadini, ma poiché si rifiuta in assoluto la violenza, Goetz e la sua Città del Sole non si schierano. I contadini, infuriati per questo rifiuto di unirsi a loro, incendiano la Città con morti e distruzioni. Goetz capisce allora che il Bene ha portato a dei mali ancor più di quanto ne avesse provocato prima lui direttamente operando il Male; abbandona dunque questi due “assoluti” e si convince che sarà lui a decidere, in prima persona e come uomo. In questa duplice considerazione, rifiuta consapevolmente anche Dio e si proclama ateo, ponendosi a capo dell’armata del popolo e dei contadini (Nota 5).

 

Pieter Brügel "Il trionfo della morte"

Il risultato di tutto questo fa dire a Sartre – attraverso le parole che mette in bocca al suo personaggio – che Dio è morto. Dice Goetz alla sua a-mante Hilda, abbracciandola. “Ti ripeto che Dio è morto. Non ci sono altri testimoni. Io sono il solo a vedere i tuoi capelli, la tua fronte. Come sei vera da quando egli non c’è più! ”. Ma subito aggiunge anche: “Guardami, non smettere un attimo di guardarmi: il mondo è diventato cieco. Se tu voltassi la testa avrei paura di cadere nel nulla. Finalmente soli! ” (Nota 6) Dunque Sartre proclama la morte di Dio; ma, nello stes-so tempo, guardandola in faccia questa morte di Dio, sente e riconosce freddamente che essa significa paura, il “nulla” e la solitudine. Su questa conseguenza della morte di Dio e dell’orgoglio dell’uomo di volere essere solo, né dio né padroni, torneremo meglio in seguito.

 

 

C.D.Friedrich "Viandanti sul mare di nebbia"

La cassetta nella quale  Ornella Vanoni canta che se  "Dio à morto", poi però il terzo giorno risorge sempre

 

Una canzone di Ornella Vanoni
Il mondo della canzone è il mondo dei giovani; la gioventù si riconosce in esse e si raccoglie, come branco per sostenersi l’un l’altro, attorno al cantante che, di volta in volta, ne interpreta le aspirazioni, la ricerca di significati, l’aggressività, le paure, sì, soprattutto le paure di fronte a un mondo vuoto, che non risponde alle domande, enigmatico come una sfinge; di fronte a un Dio che non risponfde, che non c’è, che non si sen-te.
In una canzone degli anni settanta dal titolo proprio "Dio è morto", di recente riprodotta dala s.r.l. 2001 CG D. East West s.r.l. con successo in una nuova “compilation”; così canta la bravissima chansonnierre Ornella Vanoni e ci dice che Dio non è mai morto, perché egli sempre risorge:

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Max Ernst "L'orda"

Goya "Le fucilazioni del 5 maggio 1808

 

Le distruzioni di Hiroshima

 

Ho visto – la gente della mia età – andare via lungo le strade che non portano a niente, – cercare il sogno che conduce alla pazzia, – nella ricerca di qualcosa che non trovano – nel mondo che hanno già. – lungo le notti che dal vino son bagnate, - dentro le stanze da pastiglie tra-sformate. – lungo le nuvole di fumo del mondo fatto di città – essere contro da noiare la nostra stanca civiltà – E’ un Dio che è morto – ai bordi delle strade Dio è morto – nelle auto prese a rate Dio è morto – nei riti dell’estate Dio è morto. – Mi han detto – che questa mia generazione – ormai non crede in ciò che spesso ha mascherato con la fede – nei miti eterni della patria e dell’eroe – perché è venuto ormai il tempo di negare – tutto ciò che è falsità – le preci fatte di abitudini e paure – una politica che è solo fatta per carriera, - il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, - l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto -–E'’un Dio che è morto, - nei campi di sterminio Dio è morto, - coi miti della razza Dio è morto, - con gli odi di partito Dio è morto, - Dio è morto! ” (Nota 7)

 

Immagini dal lager di Aushwitz

Il lager americano di Guantanamo

C.D.Friedrich "Veduta di un porto"

 

Ma poi la canzone così riprende: “Ma penso – che questa tua generazione è preparata – a un mondo nuovo, a una speranza appena nata – ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi – perché noi tutti ormai sappiamo – che se un Dio muore, è per tre giorni e poi risorge. – In ciò che noi crediamo Dio è risorto, - in ciò che noi crediamo Dio è risorto, - nel mondo che faremo Dio è risorto. – Dio è risorto, - Dio è risorto”. Ecco, Dio non può morire perché risorge nella nostra speranza, in quello che noi crediamo, nello stesso momento in cui noi crediamo. In noi, nel nostro futuro, in quello che vogliamo costruire.

Ma questa è già una conclusione, non vogliamo ancora dirla, prose-guiamo nel nostro discorso sulla morte di Dio, sul Dio che è morto.

 

 

El Greco "La resurrezione di Cristo"

La morte di Dio
Vediamo che lo stesso Nietzsche era ben diverso, più problematico e agitato da un pensiero molto più sofferto appena qualche anno prima, quando era ancora solo un uomo che cercava di capire, assillato dal problema immane di Dio, e prima che precipitasse definitivamente nel buio e nella notte della follia, distrutto dalla numinosità alla quale aveva preteso di elevarsi e che aveva creduto di poter possedere (Nota 8). La sua opera La gaia scienza, terminata nel 1882, afferma sempre il principio della morte di Dio, tuttavia così ne parla, con amarezza:

Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare: <Cerco Dio, cerco Dio!>. E poiché proprio là si trovavano molti di quelli che non credevano a Dio, suscitò grandi risa... Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: <Dove se ne è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire: siamo stati noi ad ucciderlo: voi ed io. Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? … Chi ci dette la spugna per cancellar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi, via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? All’indietro, in avanti, di fianco, su tutti i lati? Esiste ancora un alto, un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? … Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? … Anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? … Con quali acque potremmo mai lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare?>. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione quello stesso giorno in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo <Requiem ætenam Deo>. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere: <Che altro an-cora sono queste chiese se non le fosse e i sepolcri di Dio?> (nota 9).

 

 

Paul Gauguin "Il Cristo giallo"

Odilan Redon  "S. Sebastiano"

Amarezza dicevamo; e buio. L’uomo rimane senza alcun ancoraggio, senza alcun punto di riferimento, abbandonato a se stesso. Solo. Vuoto e solitudine.
Anche la posizione di Sartre approda allo stesso sconforto, allo stesso vuoto, allo stesso senso di solitudine. Il suo personaggio, il capitano Goetz dell’opera che abbiamo citata, così dice dopo la sua azione: “Ho ucciso Dio perché mi separava dagli uomini, ed ecco che la sua morte mi isola sempre di più. Non consentirò che questo immenso cadavere infetti le mie amicizie umane: starò zitto, se necessario> (Nota 10).

L’uomo, dunque, dopo la morte di Dio non ha più con chi parlare, non ha più un referente. Goetz dopo la sua scelta prende coscienza che il Bene e il Male in assoluto non esistono, sono una farsa. Dio è morto e con lui ogni mondo dietro il mondo, ogni altro mondo che possa sostenere il nostro mondo. Morto Dio, muore la credenza, la certezza in qualcosa di assolutamente Buono. Rimane l’uomo, ma qui il bene cela dentro di sé anche il male, e il male può contenere una parte di bene. Cosa è bene e cosa è male? Manca un punto di riferimento e noi non sappiamo dire nulla, siamo costretti al silenzio, a stare zitti.
 

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La città dell'uomo: il Potere

J.A.Ingres "Napoleone I° sul trono imperiale"

 

Certo, da taluni si potrà dire che il valore, i valori pur non poggiando più su Dio restano tuttavia nell’uomo, come ci dicono l’esperienza e il cuore. I valori sono già dentro l’uomo. Dio è un’ipotesi inutile, oltre che costosa (Nota 11); possiamo anche eliminarla, purché restino una morale, una società civile e che certi valori siano riconosciuti come esistenti a priori. E’ sufficiente – ma è altresì necessario a priori – essere onesti, non uccidere, non mentire, non battere la propria donna, non sfruttare l’altro uomo… E’ necessario che queste cose vi siano a priori nell’uomo. Cioè prima dell’uomo. Ma allora torniamo all’idea di un qualcosa che è prima dell’uomo. Dio? I valori dentro l’uomo, che l’uomo sente (a priori) che altro sono se non Dio, la presenza di Dio, il segno di Dio? Altrimenti vi è una contraddizione in termini nel ragionamento

 

 

La città dell'uomo: il Conquistatore Paolo Uccello "Monumento equestre a Giovanni Acuto"

L’esistenzialismo – e Sartre; e Goetz – sono lineari in questo e non vogliono questa contraddizione. Nel loro radicalismo, morto Dio non esiste, non può esistere alcun altro cielo intelligibile, un dio di riserva e suo piccolo sostituto, suo factotum. Senza il padrone, non c’è il factotum.
Questa è l’amara ma rigorosamente coerente conclusione. E infatti il punto di approdo dell’esistenzialismo sartriano è che non vi è più un bene assoluto e in sé dato che non vi è alcuna coscienza infinita e assoluta che possa pensarlo. Non sta scritto da nessuna parte che bisogna essere onesti e buoni e altruisti e che non bisogna fare del male. Del resto, (in assenza di un assoluto, di una coscienza assoluta e di un principio a priori ) cosa è il male? Chi lo dice, chi lo decide? Dostoevskij ha scritto “Se Dio non esiste, tutto è permesso”.

 

La città dell'uomo; la Giustizia

Autore ignoto: l'esecuzione di Girolamo Savonarola in piazza della Signoria a Firenze nel 1498:

Max Ernst  "Senza titolo"

Ernst  "Uccelli"

 

L’uomo è libero e si ancora su questa sua libertà. E’ condannato ad essere libero e con questa condanna è gettato nel mondo e abbandonato a sé stesso. Dio è morto, non vi sono assoluti né apriori altrimenti sarebbero “Dio” e saremmo daccapo, non vi possono essere, non possiamo inventarci dei succedanei o surrogati di Dio. L’uomo è responsabile di quello che fa ma non ha nessun criterio su cui fondarsi e su cui regolarsi per corrispondere a questa responsabilità.
L’esistenzialista non può neanche trovare aiuto in un qualche “segno” terreno, in un qualche segno datogli sulla terra per orientarsi perché l’uomo “libero” potrà interpretare i segni a suo piacimento. Morto Dio, siamo abbandonati.
Ma tutte queste sono considerazioni. Amare, disperate oppure trionfanti (finalmente! Né dio né padroni!) ma sempre e solo considerazioni. Ragionamenti, riflessioni ex post, dopo il fatto (e sul fatto) della morte di Dio. Ma la domanda resta. La frase è stata detta e non può essere igno-rata, non possiamo cancellarla, non possiamo far finta che non c’è. In molti hanno affermato che “Dio è morto” e questa affermazione è stata posta alla base di molte filosofie e fatta propria da non pochi pensatori.
Allora? Cosa dobbiamo dire? Che Dio è morto (con tutte le conseguenze che né derivano e che abbiamo visto)?
 

Dio non può morire
Ma, in effetti, la verità è che Dio non può morire; sono in molti ad arrivare – sono “costretti” ad arrivare, in un modo o nell’altro, dalla stessa logica stringata dei loro ragionamenti – alle meesime o ad analoghe conclusioni della canzone di Ornella Vanoni: che Dio – la sua idea e la sua realtà - è insopprimibile e che, cacciato dalla porta, per altra via, da una qualche finestra, egli ritorna sempre .

Il filosofo tedesco Martin Heidegger

 

Anche Heidegger (Nota 12) – dice il filosofo Martin Buber (Nota 13) nella sua raccolta di saggi del 1950 “L’eclissi di Dio – si riallaccia al detto di Nietzsche <Dio è morto>... Per lui è evidente che Nietzsche, con questa affermazione, non abbia inteso eliminare soltanto Dio ma anche l’assoluto in tutte le sue forme, quindi non soltanto la religione ma anche la metafisica. Heidegger è convinto che, arrivati a un punto di estrema negazione, si possa istituire una nuova posizione mediante ... la dottrina dell’essere che nell’uomo o per mezzo di lui giunge al suo disvelamento
... e la teoria di Hegel
(Nota 14) sul principio originario che raggiun-ge l’autocoscienza nello spirito umano. A Heidegger stato possibile giungere a questa nuova posizione, nonostante la <morte di Dio>, perché per lui l’essere è collegato con il destino e la storia dell’uomo, nel quale trova il suo disvelamento ... Con ciò si accenna già alla possibilità – per usare un’immagine che Heidegger stesso evita – di una resurrezione di Dio; ... o, come Heidegger preferisce dire, che il “Sacro” possa apparire in nuove forme ancora impensabili” (Nota 15).

 

Questo dipinto di C.D. Friedrich "Nebbia", ci dà bene l'idea della "eclissi di Dio" (e non di sua morte) di cui parla il filosofo e mistico ebreo Martin Buber. Non è Dio che è morto, siamo noi che siamo nella nebbia.  

Anche Sartre, con tutta la sua pervicace volontà di volerne fare a meno e che se ne può fare a meno, deve però addivenire a un certo accomodamento e riconoscere che “se io ho soppresso Dio padre, ci deve pur essere qualcuno che inventi i valori … la vita non ha un senso a priori” (Nota 16). Ci domandiamo cosa sono “i valori” e perché debbano essere necessariamente nel cuore ; ese invece nono siano essi stessi "Dio" o la sua rappresentanza e i suoi rappresentanti nel cuore dell'uomodell’uomo Con quale “altro nome” possiamo chiamarli?.

 

Una escursione (e una richiesta d’aiuto) nella psicologia junghiana
Una risposta alla domanda possiamo derivarla, a mio avviso, da una serie di considerazioni psicologiche condotte dallo psicologo e filosofo Carl Gustav Jung intorno al problema e alla figura di Dio. Al riguardo Jung, suscitando non poco scalpore e scandalo, ha affermato e sostiene che Dio è un archetipo. Seguiamolo nelle sue considerazioni.
 

Lo psicologo e filosofo tedesco C.G. Jung

 

Parlando degli archetipi, così egli dice: “L’esistenza psichica si riconosce dalla presenza di contenuti capaci di divenire coscienti ... I contenuti dell’inconscio personale sono principalmente i cosiddetti <comples-si a tonalità affettiva> ... I contenuti dell’inconscio collettivo sono invece i cosiddetti <archetipi>... ci troviamo davanti a <tipi> arcaici o, meglio ancora, primigeni, cioè immagini universali presenti fin da tempi remoti ... manifestazioni psichiche che rivelano l’essenza dell’anima ... tesoro di immagini eterne ... Il fatto di soggiacere (da parte dell’uomo, n.d.D.) alle immagini eterne è cosa in sé normale. Per questo esse esistono. Devono attirare, convincere, affascinare e sopraffare perché sono state create con il materiale primigenio della rivelazione ..." (Nota 17)”.

Il dio egizio della conoscenza, Toth dalla testa di ibis soggioga il leone dell'ignoranza

 

In epoche passate ... nessuno aveva troppe difficoltà ad afferrare il concetto platonico secondo cui l’idea preesiste ed è superiore ad ogni realtà fenomenica. <Archetipo> è un termine che si trova già nell’antichità ed è sinonimo di <idea> in senso platonico. Quando nel Corpus hermeticum ... Dio è designato come <to arcetuwn jvV‘>(la luce archetipica), ciò significa che egli è l’immagine primordiale di ogni luce, preesistente e superiore a ogni fenomeno luminoso ... In quanto empirista, che esiste un temperamento per il quale le idee sono essenze e non semplici nomi” (Nota 18).

 

Una raffigurazione  alchemica della via della conoscenza

Definito così il concetto di archetipo – immagine primigenia ovvero rappresentazione collettiva, come la chiama l’antropologo Lévy-Strauss, non derivata dall’esperienza personale ma contenuta ed esistente nell’inconscio collettivo (il cosiddetto campo psi) e che da qui si riverbera nella coscienza personale quando il singolo fa esperienza di una situazione o emozione che richiama quell’immagine – Jung così in un al-tro suo scritto ne tira definitivamente le somme: “Ho descritto un’entità che si presenta come un fenomeno immediatamente psichico, in contrasto con altri psichismi la cui esistenza per l’opinione ingenua poggia causalmente su influssi fisici ... L’unica realtà immediata è quella psi-chica dei contenuti della coscienza, che portano, per così dire, l’etichetta di un’origine spirituale o materiale” (Nota 19).

 

L'antropologo francese Claude Levi Strauss durante un suo viaggio in Amazzonia nel 1934  

Questo – questa “immagine psichica eterna dell’uomo” – è l’archetipo. Come si arriva all’altra conclusione, a prima vista irrispettosa, che “Dio è un artchetipo”? Al riguardo Jung ha sempre detto che lui era uno <scienziato naturale> e che dunque, da un tale livello umano scientifico, egli non poteva e non voleva occuparsi del problema di “Dio in sé”– perché  appunto dal livello e da una visuale scientifica l'uomo non può pretendere di comprendere Dio, nulla può dire di Lui e dell’aspetto metafisico della questione. Se ne potrà occupare eventualmente <come uomo>, al pari di ogni altro, ma non come scienziato  (che studia la natura e su questa può fare discorsi) e allora, certo, lo risolverà secondo la propria intimità: Ma non sarebbe onesto pretendere da lui, come scienziato, di definire un problema metafisico, spirituale, come è quello di Dio, con i canoni della scienza e delle proprie conoscenze professionali scientifiche; si tratta di due sistemi – quello spirituale e quello materiale – e di due ambiti completamente diversi, volerlo fare vorrebbe dire barare, fare il ‘gioco delle tre carte’.

 

L'occhio di Dio visto come luce abbagliante che tutto vede e che ci illumina e "fa vedere" anche a noi, in una raffigurazione alchemica

Lo <scienziato naturale> Jung fa invece presente, con tutta onestà, di potersi e volersi occupare solo di quello che si trova (“che si può osserva”) in natura e nell’uomo; di quello – data la sua professione – che egli, come psicologo, può osservare nella mente e nell’animo dell’uomo. Ebbene, egli ci dice (solennemente) che nell’uomo si trova sempre e lui vi ha sempre trovato una religiosità e l’idea e l’immagine di Dio. Se non è persona religiosa Jung quando dice - con onestà, ripeto – queste cose, non so chi lo sia (Nota 20).
Nell’uomo, in ogni uomo. si trova immancabilmente ed eterna l’idea di Dio. Non si tratta, dunque, di una immagine dell’inconscio del singolo uomo o di qualche particolare collettività o forma religiosa storica ma questa Idea e immagine è in tutti e sempre. E'  dunque prfopria dell’inconscio collettivo, è un Archetipo. Dio è dun-que – non come in sé irraggiungibile e incomprensibile ma come feno-meno empiricamente constatabile dallo scienziato e constatato dallo scienziato Jung – un archetipo. Si comprende ora cosa Jung ha voluto significare con quella sua frase, da molti tanto criticata e invece profondamente religiosa, rappresenta la massima espressione di convinzione su questo tema che ci possa provenire da uno ‘scienziato naturale (Nota 21).
 

La"visione beatifica" (il termine è cristiano ma dà un'idea di ciò che vuole esprimere) in una raffigurazione egizia: le anime arrivano alla contemplazione di Osiride

La "Trasfigurazione", l'estasi degli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, quando, sul monte Tabor, appare a lore Gesù in gloria con accnto i profeti Mosè ed Elia (nella raffigurazione di una icona russa

 

 

Considerando che l’idea della divinità è una <ipotesi non scientifica>, possiamo facilmente spiegarci perché gli uomini abbiano disimparato a pensare in questo senso. E anzi, se mantengono una certa fede in Dio, avrebbero paura di avvicinarsi all’idea di un <Dio interiore> a causa della loro educazione che ha sempre svalutato quest’idea come <mistica>. Ma è proprio questa <idea mistica> che viene imposta alla coscienza da sogni e visioni. Io stesso, come i miei colleghi, ho visto in tutti i casi la stessa specie di simbolismo, da non poterne più oltre metterne in dubbio l’esistenza. Inoltre le mie osservazioni risalgono al 1914 e io ho aspettato quattordici anni prima di farne parola in una pubblicazione.
Commetterebbe un deplorevole errore chi volesse vedere nelle mie osservazioni una specie di dimostrazione dell’esistenza di Dio. Esse dimostrano soltanto l’esistenza di una immagine archetipica della divinità e questo è tutto quello che, a parer mio, possiamo dire di Dio dal punto di vista psicologico
(Nota 22). Ma poiché si tratta di un archetipo di grande importanza e di forte influenza, il suo apparire relativamente frequente sembra essere un fatto degno di nota per ogni <theologia naturalis>. Poiché l’esperienza di questo archetipo ha il carattere della numinosità, l’ha anzi spesso in misura rilevante, possiamo considerarlo all’altezza di una vera esperienza religiosa” (Nota 23)

 

Dio raffigurato come un "sole nero" (o luce nera") in quanto incomprensibile e ineffabile alla mente e alle conoscibilità umane

L'uomo alla ricerca di Dio, in una raffigurazione alchemica

 

Altrove così prosegue e ancor meglio precisa: “Non è certo compito di una scienza sperimentale stabilire fino a che punto un simile contenuto psichico (l’immagine di Dio presente come archetipo nell’uomo, n.d.D.) sia prodotto e determinato dall’esistenza di una divinità metafisica. Ciò concerne, invece, la teologia, la rivelazione e la fede ... Tutto, assoluta-mente tutto quello che asseriamo su <Dio> è asserzione umana, cioè psichica. Come mai l’immagine che abbiamo o ci facciamo di Dio non è mai separata dall’uomo? Come e da chi può essere costatata una cosa simile? Per una volta, voglio qui speculare, cioè poetare: Dio ha certamente fatto, senza l’aiuto dell’uomo (Nota 24), un’immagine di sé incomprensibilmente sublime ... e l’ha situata come un archetipo, l’archetipo della luce, nell’inconscio, non già perché i teologi di ogni tempo e luogo vi si accapiglino sopra ma perché <l’uomo libero> senza arroganza possa, nel silenzio della sua anima, guardare a un’immagine a lui affine, fatta della sua propria sostanza psichica, che in sé raccolga tutto quello che egli è capace di escogitare sui suoi dei o sulle pieghe nascoste della sua anima (Nota 25). Questo archetipo, la cui sostanza è confermata non soltanto dalla storia dei popoli ma anche dall’esperienza psicologica di ciascun individuo, mi è perfettamente sufficiente (Nota 26). E’ così vicino all’umano e tuttavia così estraneo e diverso e, come tutti gli archetipi, d’altissimo effetto determinante; ed è senz’altro indicato confrontarsi con lui ... costituisce, dunque, come abbiamo detto, parte essenziale della terapia” (Nota 27).

 

 

Il "triangolo", l'immagine cabalistica  con cui gli ebrei esprimono l'idea di Dio

"Come sopra così sotto", il detto ermetico con cui l'ermetismo e l'alchimia esprimono l'idea che l'uomo è a immagine di Dio e che la lucee lo spirito divino si riflettono nel Sé e nel cuore dell'uomo

Suggerimento per una soluzione

Dunque, come sappiamo da Jung, tutto quello che possiamo cogliere di Dio e il riflesso – l’archetipo – che di Lui è nell’uomo, che è in tutti noi ed è sempre sto nell'uomo. nel suo cuore, nella sua mente. Riflesso o presenza, non staremo qui a discutere, ricadremmo nelle teologie, nei dogmatismi, nei tentativi di definizione. Ma chi potrebbe e come si potrebbe mai “definire” l’infinito? Resta inoltre ferma la considerazione, già fatta alla nota 12, che se c’è “riflesso” questo è indice di qualcosa che si rispecchia e si riflette, ma non è di questo che volevo parlare.

Quello che va evidenziato invece che quando “sentiamo” qualcosa di Dio, quando ne parliamo per dargli dei connotati, quando facciamo un logoV, un discorso intorno a Lui, partiamo sempre dalla nostra esperienza, ci riferiamo sempre alla esperienza che ne abbiamo. Di questa parliamo e da questa traiamo gli elementi, le considerazioni, gli aggettivi. Da quel riflesso e di quel riflesso, dell’archetipo e dell’impronta  che è in noi.

Quando si dice che Dio è amore, che Dio è Bene, quando si parla della terribilità di Dio parliamo di come lo sentiamo in noi, in termini umani, di quello che sentiamo di Lui, del “riflesso” che di Lui è in noi.

Quando poi si dice che Dio si umanizza nel tempo – come afferma Jung nel suo scritto Risposta a Giobbe - e che dalle divinità arcaiche dei primitivi o dal Dio duro e terrinile impersonato in Javhè della Bibbia Egli diviene il Dio dell’amore con Gesù Cristo, va sempre ricordato, e io interpreto, che non è certo delll’In Sé che Jung vuol parlare ma di quello che lui, scienziato naturale, trova nell'uomo. Non è Dio (in Sé) che si trasforma o modifica ma è la visione e l'idea di Lui che ne ha l'uomo quello che si modifica e cambia e si umanizza. E' come Lo vive l’uomo quello che cambia, il suo sentire e il suo sentirLo. L’uomo si umanizza – almeno si spera – nel tempo e allora avverte in modo diverso, più addolcito, più consapevole il riflesso di Dio che ha, che porta  dentro di sé.

 

Pittura in una "casa di culto" della Nuova Giunea (cultura della Melanesia). L'immagine astratta è intesa a raffigurare, presso questa cultura primitiva, il "sacro" assoluto, irrappresentabile  (ben diverso dal concetto di "idolo")

Altra pittura del "sacro" presso un casa di culto (stessa regione e cultura) 

Idoli della cultura melanesiana. Presso le culture arcaico-primitive con gli idoli e con il loro culto non si intende rappresentare "Dio", l'Assoluto , ma sono solo delle Potenze sovrumane preposte a una funzione. Gli idoli non sono adorati ma solo rispettati, venerati e temuti

 

Altrettanto, dunque, quando l'uomo, la sua filosofia, la sua scienza (che non sarebbe più sapienza) dicono che “Dio è morto”, quello che è morto, evidentemente, è il riflesso che di Lui  ne è in noi, è “il non sentirne più il riflesso dentro di noi”. Dio è morto quando l’uomo non sente più Dio nel proprio cuore e nella propria anima; significa solo che alcuni uomini, non importa se tanti o se pochi, o che in alcune epoche o in alcuni luoghi Dio non viene sentito più.

Quando l’uomo dice che Dio è morto, quando da qualche parte, in un romanzo, in un trattato si proclama questo, quando leggiamo questo, ciò significa solo che in quella cultura, in quelle condizioni sociali, dopo determinati avvenimenti tragici l’uomo amareggiato non riesce più a sentire e a trovare la presenza di Dio in sé e nel mondo. E sente il vuoto, la desolazione del proprio essere solo nel cosmo              

 

Un monastero sconsacrato, vietsto al culto ed eventualmentee ridotto ad uso civile nella Russia sovietica (sopra)

Una chiesa sconsacrata e ridotta ad usi agricoli, sempre nella Rsiia sovietica (sotto)

Dio muore quando muore nell’uomo la sua immagine, quando l’uomo non riesce più a udire la sua voce, quando lo specchio dell’anima che doveva rifletterne le sembianze si è opacizzato, quando l’orecchio che doveva udirlo si è sclerotizzato, l’occhio che doveva vederLo si è accecato. Quando l'uomo non ne coglie più, non riesce a coglierne più i segni. Quando l’archetipo di Lui si affievolisce nell'uomo e non risplende pià nel suo cuore, nella sua anima..

Ma quando una Voce grida nel deserto e l’uomo di fronte ha la membrana delle orecchie e gli ossicini del timpano sclerotizzati, ciò non vuol dire che la Voce non vi è e che non parli; è l’uomo che non sente, il suo udito non reagisce alle vibrazioni sonore della Voce, è sclerotico e non percepisce più. Lo stesso avviene quando di fronte alla Luce vi è un occhio con le cataratte.

 

Giovanni Battista, ("Io sono la Voce che grida nel deserto che grida -Preparate la via del Signore") in una icona ortodossa

Il Cristo redentore in uno stupendo dipinto di El Greco

 

L’eclissi di Dio
Accanto, e complementarmente, alla conclusione junghiana ascoltiamo anche quella a cui arriva Sergio Quinzio nella "Introduzione" da lui fatta allo scritto “L’eclissi di Dio” del filosofo Martin Buber, della quale abbiamo già parlato più sopra.
Il dialogo fra Dio che si rivela e si nasconde e l’uomo che lo cerca ... ha portato Buber all’audace concezione dell’Eclissi di Dio, espressione che è come una risposta una risposta alla celebre “Morte di Dio” di Nietzsche. Se Dio è scomparso dall’orizzonte dell’uomo moderno, ciò non è accaduto perché sia morto ... Ciò che sta a cuore a Buber è di convincere che Dio non è morto ma che, appunto, si è eclissato perché fra noi e Lui si è interposto il nostro Ego, ormai onnipotente ... E’ questo che ci impedisce di fare autenticamente, personalmente l’esperienza di Dio. Ma al di là del nostro errore, che lo ricopre e lo nasconde rendendocelo incomunicabile, Dio continua a splendere perfettamente intatto (Nota 28). L’eclissi della luce di Dio non è l’estinguersi, già domani ciò che si è frapposto potrebbe ritirarsi e potrebbe così riaprirsi il reale dialogo dell’uomo con Dio” (Nota 29).

Bhudda, l'Illuminato. Non è "Dio" o un dio ma rappresenta l'uomo che ha conseguito l'illuminazione e porta in sé l'essenza del divino, dell'Assoluto; è divinizzato (ma questa nostra parola esprime male il concetto)

Osiride, per gli antichi egizi, è il Bene ucciso su questa terra  (da suo Fratello Seth, il Male) e che rinasce nell'aldilà come Faraone e Re dei morti. Anche lui, dunque, non è Dio ma è la sua rappresentanza e quello che di lui "vedremo" nell'aldilà post mortem  

 

Conclusione
Ma, come dice la canzone di Ornella Vanoni, se Dio muore è per risorgere dopo tre giorni. I contenuti psichici, e tra essi innanzitutto gli archetipi, non possono morire. A sua volta, l’eclissi non dura per sempre, anzi è un momento nell’eternità; è una ricorrenza periodica, è vero, ma è pur sempre un momento
Gli archetipi e le visioni umane (le “percezioni sensoriali”) della Realtà – che sono sempre per approssimazione, una approssimazione sempre maggiore - al massimo si possono trasformare. Può cambiare la forma, può cambiare dogma, possono cambiare il mito e il rito; altre volte, più facilmente e più verosimilmente se ne resteranno nel profondo inconscio, che è il loro “luogo”, senza riuscire più ad emergere (cioè a far risalire coscienza le loro “rappresentazioni archetipiche”) e lì se ne staranno latenti e silenti.
La stesso avviene con l’archetipo di Dio dopo la sua “morte”, dopo che la sua immagine e il suo riflesso si sono opacizzati nell’uomo. E’ solo latente e silente. La sua spinta è troppo forte, la numinosità dell’archetipo è troppo potente perché possa effettivamente morire. Il destino di Dio, o meglio la sua “forma”, è quello di risorgere. Sempre. Sia esso Gesù Cristo, sia esso Osiride, sia esso Orfeo.
 

 

Un'altra raffigurazione-simbolo dell'assoluto divino presso i popoli primitivi. Cultura melanesiana. Qui, essendo rappresentato con una faccia, sembrerebbe  esservi già l'idea di un "Supremo Dio persona"; di influenza di missionari cristiani

La "montagna di luce" è un altro simbolo di Dio

La "montagna di luce" e il cammino dell'uomo

Dopo “tre giorni” Dio risorge. Risorge nelle nostre speranze, nella nostra volontà di costruire, nel nostro incamminarci di nuovo. Risorge nei “valori” che anche per Sartre pur sempre rimangono. Nell’Essere che, ci dice Heidegger, in forme nuove sempre riappare. Risorge nel nostro credere, tornare a credere nell’uomo e nel mondo. Nel nostro credere in Lui, perché tutte quelle cose, “la speranza” e l’orizzonte, i valori che abbiamo nel cuore e l’essere, la vita che abbiamo significano a Lui. Anzi, sono Lui.
Non siamo soli. Non ci sono cadaveri. C’è solo la Vita.

Il "fungo" della bomba atomica di Hiroshima:

l'uomo lontano da Dio, l'eclissi di Dio

Ul mistero di Dio: la sua gloria

 

Il mandale, segno di centralità, è un altro simbolo di Dio ma anche  della "bhuddità" (illuminazione), cioè dell'uomo che ha raggiunto il Sé e si è incentrato in Dio

 

La "resurrezione", vista dall'alchimista, non

è solo il "compimento dell'opera" (alchemica)ma è anche l'incorporazione e il diventare sé stessi "l'opera"

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Riassunto
Dio è morto?

E’ nota la fredda e dura affermazione di Nietzsche “Dio è morto”, riportata nella sua opera "Così parlò Zarathustra". Questa frase era stata già proposta, in precedenza, dal filosofo tedesco Mainlaender e in seguito è stata ripresa da al-tri letterati, come Heidegger e Sartre. L’articolo parla poi di una canzone di musica leggera, cantata dalla famosa cantante Ornella Vanoni, che anch’essa, nel ritornello, dice e ripete quasi ossessivamente “Dio è morto”, ma che subito dopo aggiunge e conclude “Dio, se muore, il terzo giorno risorge; risorge nelle nostre speranze e nel nostro preparare il futuro”
L’articolo discute sulle implicanze di questa affermazione “Dio è morto”, proponendone una sua interpretazione e lettura sia di tipo psicologico, alla luce della psicologia analitica di Jung, sia sulla base di alcune considerazioni teologico-metafisiche formulate da due filosofi, l’ebreo tedesco Martin Buber e l’italiano Sergio Quinzio.
La lettura filosofica ci dice che Dio non muore ma si oscura e si nasconde all'uomo, che può non sentirlo più nel proprio cuore; ma poi risorge sempre, se non apertamente e direttamente, almeno in modo indiretto e criptico (come, ad esempio, nell’Essere di Heidegger o nel senso dei doveri morali umani di Sartre).
L’interpretazione psicologica ci dice che quel che muore e che risorge ovvero che si oscura o si modifica o torna a rifulgere vivido e così via non è certo il Dio Assoluto metafisico ma è l’immagine di Lui (cioè l’archetipo) che è nell’uomo. E’ l’idea che l’uomo ha di Dio (l’idea che “vi è” nell’uomo; impronta immancabile) quella che si trasforma nel tempo; è il modo in cui l’uomo Lo sente.
E’ in questa duplice chiave che le parole scettiche e amareggiate “Dio è morto” - proposte da alcuni pensatori e che molti uomini, delusi dalle troppe crudeltà della vita, “sentono” dentro di sé - trovano spiegazione, comprensione e accettazione.

Abstract
Is God dead?

It is well known Nietzsche’s harsh and cold statement “God is dead” as reported in his masterpiece Thus Spoke Zarathustra. This idea had been already formulated by the German philosopher Mainlaender and has been reconsidered in the following years by other scholars, such as Heidegger and Sartre.

The article also quotes a pop music song, sang by the popular Italian singer Ornella Vanoni. In the refrain, it is said and repeated almost obsessively “God is dead” but, immediately after this statement, the song goes on like this: “God, after he dies, resurrects the third day; he resurrects in our hopes and in the way we plan our future”.
The article focuses on the implications of the statement “God is dead”, presenting an interpretation and a reading which are either psychological, based on Jung analytic psychology, and on some on theological-metaphysical con-sideration formulated by two philosophers: the German-Jewish Martin Buber and the Italian Sergio Quinzio.
A philosophical reading tells us that God does not die, rather he obscures himself and hides himself to men, who cannot feel him anymore in their hearts; but he always resurrects at the end and, when not openly and directly, in an indirect and cryptal way (as in Heidegger’s Being or in Sartre’s sense of human moral duties).
The psychological interpretation tells us that what dies and resurrects, which is to say obscures itself and modifies or shines vividly again, is not the Absolute metaphysical God but only His image (that is to say his archetypal) which is inside man. It is the idea that man has about God (the idea which “is” in man, an unfailing hallmark), the idea which changes in time: it’s the way in which man perceives Him.
It is in this double way that the bitter and sceptical words “God is dead” – offered by some scholars and “felt” by many individuals who are disappointed because the too many cruelties of life – can be explained, understood and accepted.


 

NOTE

(1) Riformatore religioso persiano, fondatore del mazdeismo, vissuto nel VII° secolo a.C., nella tradizione della sua vita molti sono gli elementi leggendari. Oppositore dell’antico culto iranico di Mithra, dio solare e dei sacrifici cruenti che si facevano in suo onore. Dopo un periodo di meditazione solitaria, a trent’anni, ebbe dall’angelo Vohu Manah la rivelazione della nuova religione che lui doveva diffondere e di cui si fece missionario; religione fondata sul dualismo Bene-Male, rappresentati dalle due divinità Ahura Mazda, principio del bene e divinità suprema, e dal suo antagonista Angra Mainyu, lo spirito del male 

(2) Si riferisce alla luce e, vuoi pure, alle “onde elettromagnetiche” che emanano dal sole e che l’autore, in questo suo personalissimo Zarathustra, viene a considerare non dono, calore e vita, ma un “dippiù” di cui il sole si libera

(3) Evidentemente, intende dire che egli ora sentiva il dovere di “spartire” con gli altri uomini quei doni, e anche la “saggezza” che egli aveva acquisito in quei dieci anni di meditazione sulla montagna.

(4) Friedrich W. Nietzsche Così parlò Zarathustra (opera da lui terminata nel 1885), A-delphi, Milano, VIII ediz. 1983, pp. 3-10

(5) La decisione di Goetz si conforma, naturalmente, al pensiero di marxista militante del drammaturgo autore dell’opera

(6) La decisione di Goetz si conforma, naturalmente, al pensiero di marxista militante del drammaturgo autore dell’opera

(7) O. Vanoni Un panino, una birra e poi... 2001 CGD East West s.r.l.

(8) In una seduta abbiamo chiesto all’Entità intervenuta e che ci parlava come mai alcuni artisti – ad esempio Nietzsche, Van Gogh, Schumann – sono stati sopraffatti e resi folli dal “sublime” con il quale, per la loro sensibilità artistica, erano venuti a contatto e che avevano inteso rappresentare e tanti altri invece no, così ci ha risposto: Quando la Potenza trascendente, il Superumano, il Troppo Potente, "le Muse" sono loro (“di loro iniziativa”) che scendono nell’uomo, nell'artista che li avverte e li accoglie, quando sono loro che volontariamente scendono dall’alto per far conoscere al mondo e rappresentare nel mondo il loro sentire sublime, allora il Trascendente, il Troppo Potente si fanno a misura d’uomo, si fa a misura del contenitore umano e del “vasello” che deve conte-nerlo; e così l’essere umano, nell’estasi artistica o religiosa da cui è preso, riesce a “reggerlo” e a rappresentarlo. Ma quando l’uomo pretende lui di salire in alto e di comprendere, di possedere e descrivere il “dio”, il Troppo Potente (l'Archetipo, diremmo noi)o è l’uomo che dal basso vuole salire in alto, al-lora questa riduzione a misura umana non vi è e il numinoso, il sovrappotente che en-tra nell’uomo proprio per questa sovrappotenza, oggettivamente lo fa esplodere, di-strugge il piccolo contenitore che non può contenerlo.

(9) F. Nietzsche La Gaia scienza, in Opere, Adelphi Milano 1963, III° § 125
 

(10) J.P. Sartre Op. cit. p. 511
 

(11) In termini di sacrifici che si richiedono all’individualismo

(12)  Filosofo tedesco (1889-1976), padre dell’esistenzialismo, il suo pensiero è esposto particolamente nella sua opera principale Essere e tempo

(13)  Filosofo ebreo tedesco (1878-1965). Il suo pensiero, esposto nell’opera fondamenta-le Ich und Du (Io e Tu), è che il senso dell’uomo e della vita sono nel rapporto dialogico tra l’uomo e Dio e, su tale esempio, del rapportarsi dell’uomo con l’altro

(14) Filosofo tedesco (1770-1831), è il padre e il maggior rappresentante della filosafia dell’idealismo

(15) M. Buber L’eclissi di Dio, Oscar Mondadori, Milano 1990, pp. 75-76

(16)  J.P. Sartre L’existentialisme est un humanisme (1946) p. 89

(17) C.G. Jung Gli archetipi dell’inconscio collettivo, in Opere di C. G. Jung vol. IX tomo primo, Boringhieri Torino, 1980 pp. 4 e segg.

(18) C.G. Jung Gli aspetti psicologici dell’archetipo della Madre - Il concetto di archetipo, ibidem, pp. 77-78

(19) C.G. Jung Fenomenologia dello spirito della fiaba – La parola ‘spirito’, ibidem pp. 205-206

(20)  E infatti la personalità di Jung è stata sempre profondamente convinta del sacro, da lui risolto in chiave di una religiosità di tipo orientale e induista

(21) La riflessione immediatamente successiva che si può fare, e che io faccio, è che questo “archetipo” che si trova nella mente e nell’animo dell’uomo è, evidentemente, il ‘riflesso’ di un qualcos’altro che non è empiricamente osservabile ma che c’è. Dal nulla non può derivare che il nulla memtre se c’è un esistente - se c’è ‘questo’ esistente – esso deve pur derivare da qualcosa. Un riflesso nello specchio deve essere l’immagine riflessa da un qualcosa che ci si rispecchia. Il riflesso (“l’archetipo”) di Dio nella mente e nell’animo dell’uomo deve pur essere il riflesso di "Qualcosa" che ivi si rispecchia

(22)  Le sottolineature non sono di Jung ma dell'autore di questo articolo e di queste note

(23)  C.G. Jung Psicologia e religione – Dogma e simboli naturali, in Opere di C.G. Jung volume XI, Boringhieri Torino 1979, p. 66

(24) Perché, come sempre Jung ha detto in precedenza nel passo che abbiamo riportato, questo “arche-tipo della luce” precede ed è al di fuori di ogni esperienza umana

(25) Questo “grido” e protesta di Jung – rivolta al filosofo Martin Buber, che lo aveva accusato di gnosticismo e naturalismo – è veramente di altissimo valore e significato religioso. Esso mostra quanto Jung in realtà credesse in Dio – un Dio senza altre ter-minologie e definizioni dogmatiche – e quanto egli qui si sbilanci a favore di tale “fede”, più di quanto glielo consentisse la sua qualifica e il suo “status” di scienziato naturale”

 (26) Cioè: gli è perfettamente sufficiente per essere in pace con Dio, per sentirsi e dichia-rarsi e rivendicare lo status di “animal naturaliter religiosum”

(27) Tra l’altro – dico io – contro l’alienazione e la nevrosi di solitudine, di abbandono e di nullificazione data dalla teologia della “morte di Dio”

(28) Proprio per questo risorge sempre, come canta la Vanoni, e, come ho detto io, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra, da mille e mille altre vie

(29) M. Buber Op. cit., pp. 5 e segg.

 

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