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Masi
Felice |
Lezioni tenute presso l'Accademia Tiberina
negli anni 1971 - 1974 |
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L’Inno a Râ, che
abbiamo commentato nella lezione precedente, sta a raffigurare
l’arrivo il momento dell’aldilà da parte dell’iniziato e il suo
riconoscimento di tutto quello che aveva appreso in vita; con la
conseguente pronuncia della Parole di potenza che aprono le porte
del regno di Râ e della vita eterna. Nel capitolo XIX, che ora
andremo a illustrare , vengono posti a raffronto e descritti i due
diversi destini di vittoria e salvezza o di distruzione nel Nulla
che possono aspettare al defunto dopo la morte a seconda che abbia
avuto la Conoscenza o meno. Il discorso è finemente psicologico:
perché chi sa, riconosce; chi non sa non comprende e non riconosce
quindi il luogo ove si è venuto a trovare. Cominciamo dal primo,
il destino di salvezza:
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Tum ha preparato, per
cingere la tua fronte, una corona di vittoria affinché, fedele
agli dei, tu possa vivere eternamente |
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La
Sfinge di Chefren esprime stupendamente in simbolo la permanenza
nell'eternità |
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Il Creatore supremo, in fondo, vuole che l’uomo si
salvi e che, alla fine, lo raggiunga nel suo regno dopo la morte
fisica. Ha dunque “preparato per lui una corona di vittoria”
e aspetta solo di cingergliela sulla testa quando giungerà. Sta
all’uomo, quindi, trovare la strada giusta, saperla riconoscere e
non perdersi per sentieri sbagliati. L’importante, il necessario è
“essere fedeli agli dei”, cioè seguire i principi di ordine
cosmico che sono stati posti a cardine dell’universo; sono quei
principi (celesti) che altrove sono stati chiamati anche “gerarchie
divine”: amore, giustizia, collaborazione con tutto, corrispondere
al disegno e al progetto divino. Seguendo questi principi e questo
ordine, l’uomo si salverà, vivrà eternamente. Il premio è, dunque,
la Vita (eterna, con la V maiuscola. La vera vita. Lo “stato
osiridiano”, per gli egizi). |
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Poiché Osiride, Signore della regione dei
morti, fa sì che tu trionfi dei tuoi
nemici |
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Osiride, il Signore della regione dei morti,
attende chi è chiamato alla
salvezza |
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“Osiride” sta a significare, modo
personificato, lo stato osiridiano; rappresenta, cioè,
l’essere, lo stare, il sentirsi nel Tutto, l'immedesimazione nella
coscienza universale. Osiride,come sappiamo, è signore dei morti e
il suo regno è la regione dei morti. Perché la sua “resurrezione” e
restituzione alla Vita - dopo che suo figlio Horus lo ha vendicato e
dopo che la sua sposa Iside ne ha rimesso insieme i pezzi (in cui lo
aveva tagliato suo fratello Seth, il Male; simbolo e mito, questo,
della molteplicità della materia e delle sue forme) cercandoli e
raccogliendoli in giro per il mondo - non avvengono su questa terra
ma nell’aldilà post mortem. Analogamente l’uomo "conseguirà"
Osiride, cioè, lo stato osiridiano “dopo”: dopo aver superato il
livello di coscienza terreno, di questa vita. In questa vita al
massimo si può ottenere “la vittoria di Horus”, cioè la Conoscenza,
l’iniziazione, eventualmente l'estasi mistica,
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Il defunto è giunto davanti ad
Osiride |
Geb ti ha scelto per suo legatario
universale; vieni, dunque, ed inneggia alla gloria di Horus o
figlio di Iside e di Osiride, che ti ha fatto ascendere al
trono. Ed il tuo divino padre ti concede l’imperio sulle Due
Terre |
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Iside presenta il
defunto giusto davanti ad Osiride |
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Geb è il dio della Terra e il primo verso sta a
significare che l’uomo, nel mondo, è il primo e il signore tra tutte
le creature e tutte le cose; Geb ha lasciato tutto in legato a lui,
tutto ha messo nelle sue mani. Ma l’uomo deve inneggiare a Horus,
seguire la sua strada e non quella di Seth. Solo così sarà anche lui
- come Horus – il figlio (l’erede e il pari) di Osiride e Iside,
solo così potrà essere santificato e deificato, solo così potrà
ascendere al trono. Al che è stato chiamato da Osiride, suo padre,
che lo ha voluto e lo ha nominato signore di questo mondo, ora, e
poi dell’altro, gli ha concesso l’imperio sulla Due
Terre. |
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Tum così ha deciso; e
la gerarchia divina da parte sua ha eseguito
quest'ordine; poiché 1'onnipotenza di Horus,
figlio di Iside e
di Osiride è nata dalla vittoria. Parimenti io sarò
vittorioso, io, eternamente |
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Osiride, con la "testa di falco", cioè come Horus
il trionfatore, prende per mano il defunto, in segno di accoglienza
e amicizia. Dietro c'è sempre Iside, che lo ha
accompagnato |
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Ma prima ancora che Osiride – che in fondo
rappresenta solo il Primo Uomo, l’uomo archetipico, l’uomo
divinizzato, l’Adamo Qadmon del mondo e della cultura egizi – così,
questo destino celeste e di salvezza, questo primato per l’uomo, lo
ha voluto Tum. Questo ha voluto “il Cielo”, il “Misterioso Essere”
padre di tutto e da cui tutto si è generato. E tutto il Creato ha
obbedito a questo ordine e chiamata; tutto il creato, tutte le
creature e le gerarchie celesti, si inchinano davanti all’uomo .
rappresentante di Osiride, sua immagine, a lui somigliante – e lo
riconoscono come il signore della Terra, anzi delle “Due Terre”.
Purché questa signoria e onnipotenza discendano, siano ricollegate
alla vittoria di Horus, alla sua onnipotenza, alla vittoria sulla
molteplicità e sulla non-conoscenza. Così altrettanto sarà in eterno
l’iniziato, seguace e che collabora all’opera di Horus – così
altrettanto sarò io vittorioso, in eterno si dice trionfante
l’iniziato. |
Ecco che per quattro volte Horus
pronuncia le Parole di Potenza ed i suoi nemici, annichiliti,
giacciono riversi Anche io, defunto, pronuncio le stesse
Parole quattro volte. Possano i miei nemici essere sgominati
e tagliati a pezzi |
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Riprendendo il simbolo e la raffigurazione di una
battaglia terrena, il defunto vittorioso distrugge i demoni nemici.
Davanti c'è, come premio, la porta di ingresso alla vita celeste
eterna; sopra il simbolo della vittoria, Iside alata.
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“Quattro” (volte) qui vuol essere un numero magico
e la pronucia "quattro volte" è fatta per rafforzare la forza della
formula segreta, pronunciata per aprire le parte della vita eterna.
Sono le parole che ha pronunciato Horus, segno della sua vittoria e
del riscatto di Osiride; e sono le stesse parole che pronunzia anche
l’iniziato per assicurarsi quella medesima vittoria e aprirsi quella
medesima porta. E “i nemici” – la distruzione, la morte eterna,
quello che l’antico egizio temeva più di tutto – sono così
esorcizzati, annichiliti e resi impotenti. |
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L'alternativa alla vittoria: la distruzione e la
morte eterna |
Ecco che Horus, figlio di
Iside e di Osiride, è celebrato in milioni di feste, mentre i
suoi nemici saranno abbandonati alla grande distruzione
dell'Abisso e del Nulla. Essi non potranno sfuggire Alla
possente sorveglianza di Geb |
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L'anima condannata giunge, sulla barca dei morti,
nel Duat, il regno sotterraneo dove sarà rinchiusa. I molti serpenti
raffigurati sono il simbolo delle punizioni a cui sarà soggetto (dal
papiro detto Amduat) |
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E qui, a raffronto come dicevamo, viene illustrato
il contrario destino dei condannati. Condannati e non dannati,
perché la loro è una condanna che si danno da loro stessi, come
vedremo e spiegheremo, piuttosto che una punizione, data da altri.
Il versetto inizia mostrando ancora una volta la condizione
trionfalistica di vittoria finale e dicendoci che è questa vittoria
quello che tutti ci aspetta, quello che è voluto per noi. Nonostante
che le catene dell'imprigionamento nella materia e l’apparente
destino di morte e corruzione che sembrano essere la condizione che
grava su tutti gli uomini, in realtà quello che ci attende, quello
che attende milioni di uomini è la vittoria sulla morte, il trionfo
e la salvezza finali. |
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Anche la barca, su cui il defunto condannato fa il
suo viaggio, sembra piuttosto un serpente |
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Tutti a ciò siamo chiamati, tutti avranno questo
premio ("Horus e celebrato in milioni di feste"). Questo Tum
ha sancito nel creare il mondo, questo Râ vuole per l’uomo. Per cui
Seth, il nemico della vita che uccise Osiride, e i suoi seguaci,
coloro che non comprendono e combattono per lui saranno distrutti e
precipitati nell’abisso del nulla. Costoro sono per la materia,
credono solo nella materia e amano solo questa e le sue illusioni,
non hanno la conoscenza di quella che è invece la vera Realtà. Essi
dunque finiranno nella materia e nella sua corruzione, finiranno
distrutti: con questa e non potranno avere la vita eterna. |
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I
defunti che saranno condannati, in fila, attendono il loro turno del
giudizio davanti ad Osiride (in veste di Horus, con la testa di
falco) |
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Essi non potranno sfuggire alla sorveglianza, alle
catene di Geb. Geb è il dio della terra, e dunque coloro che, non
avendo capito e accolto la Verità non potranno sottrarsi al destino
a cui proprio quella loro stessa cecità li condanna. Credono solo
nella materialità, non credono negli dei, nel divino, – pensano che
il solo e vero dio sia Geb; o meglio neanche questo lo è, la materia
è solo materia. Ignorano il cielo, Tum, lo spirito; e allora solo la
materialità avranno e gli attributi ad essa connaturati, la morte e
la corruzione finale. Il versetto mostra di avere delle finissime
notazioni di psicologia, sotto questo profilo appare attualissimo,
di una incredibile modernità, in piena linea con tutte le nostre
attuali conoscenze psicologiche. |
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La
condanna alla distruzione e morte eterna, simboleggiata dal demone
con la clava per colpire, dai serpenti, dalle figure
incatenate e con la testa mozzata
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Si vede e si ha solo e tutto quello a cui si guarda
– a cui guarda e crede la mente. Se si guarda in basso, alle cose
terrene, a “Geb”, se si vede solo il mondo e solo la dimensione di
Geb e si pensa che non ci sia altro, se solo questo si vuole e ad
esso si crede, allora non possiamo vedere in alto, non vediamo il
Cielo e il dio Tum. La nostra attenzione è tutta fissa, allora,
sulle cose terrene e il resto, “l’alto”, la vera realtà ci sfuggono,
non riusciamo a vederli; e quindi non potremo averlo. Tutto
dipende da dove è diretto il nostro sguardo; in conformità la nostra
mente si crea (e ci costruisce attorno) il mondo in cui viviamo. Se
guardiamo a Geb, avremo Geb, la materia, la corruzione e la morte.
Se guardiamo al cielo, a Tum avremo il cielo, la vita spirituale e
l’eternità. |
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In definitiva, l
anime condannate saranno rinchiuse in eterno in una prigione di
roccia, da cui non potranno mai uscire. Distruzione, prigione eterna
in un sepolcro di roccia da cui non si può uscire, tormenti
(serpenti e demoni che infieriscono) sono il simbolo della
privazione della Vita, quella vera ed eterno, che era la massima
aspirazione dell'antico
egizio |
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