Chiudi chiudi                                            

     L’INSEGNAMENTO DEL LIBRO DEI MORTI DEGLI ANTICHI EGIZI
    lezioni precedenti:  lez. prima "Storia e cultura dell'antico Egiitto"  Lez: seconda "Il mondo e la religione nell'antico Egitto"

      lez. terza "La resurrezione dello spirito"    lez. quarta "Lo stato di Iakhu, lo Spirito santificato"   lez. quinta "Inno a Râ"

(lezione sesta; dal capitolo diciassettesimo)
IL DESTINO FINALE:LA CORONA DELLA VITTORIA O LA DISTRUZIONE
 

    Masi  Felice

  Lezioni tenute presso l'Accademia Tiberina negli anni 1971 - 1974
 

L’Inno a Râ, che abbiamo commentato nella lezione precedente, sta a raffigurare l’arrivo il momento dell’aldilà da parte dell’iniziato e il suo riconoscimento di tutto quello che aveva appreso in vita; con la conseguente pronuncia della Parole di potenza che aprono le porte del regno di Râ e della vita eterna.
Nel capitolo XIX, che ora andremo a illustrare , vengono posti a raffronto e descritti i due diversi destini di vittoria e salvezza o di distruzione nel Nulla che possono aspettare al defunto dopo la morte a seconda che abbia avuto la Conoscenza o meno. Il discorso è finemente psicologico: perché chi sa, riconosce; chi non sa non comprende e non riconosce quindi il luogo ove si è venuto a trovare.
Cominciamo dal primo, il destino di salvezza:

 

 Tum ha preparato, per cingere la tua fronte,
una corona di vittoria
affinché, fedele agli dei,
tu possa vivere eternamente

 
 

La Sfinge di Chefren esprime stupendamente in simbolo la permanenza nell'eternità

Il Creatore supremo, in fondo, vuole che l’uomo si salvi e che, alla fine, lo raggiunga nel suo regno dopo la morte fisica. Ha dunque “preparato per lui una corona di vittoria” e aspetta solo di cingergliela sulla testa quando giungerà. Sta all’uomo, quindi, trovare la strada giusta, saperla riconoscere e non perdersi per sentieri sbagliati. L’importante, il necessario è “essere fedeli agli dei”, cioè seguire i principi di ordine cosmico che sono stati posti a cardine dell’universo; sono quei principi (celesti) che altrove sono stati chiamati anche “gerarchie divine”: amore, giustizia, collaborazione con tutto, corrispondere al disegno e al progetto divino. Seguendo questi principi e questo ordine, l’uomo si salverà, vivrà eternamente. Il premio è, dunque, la Vita (eterna, con la V maiuscola. La vera vita. Lo “stato osiridiano”, per gli egizi).

 

Poiché Osiride, Signore della regione dei morti,
fa sì che tu trionfi dei tuoi nemici

 

 

Osiride, il Signore della regione dei morti, attende chi è chiamato alla salvezza

“Osiride” sta a significare, modo personificato,  lo stato osiridiano; rappresenta, cioè, l’essere, lo stare, il sentirsi nel Tutto, l'immedesimazione nella coscienza universale. Osiride,come sappiamo, è signore dei morti e il suo regno è la regione dei morti. Perché la sua “resurrezione” e restituzione alla Vita - dopo che suo figlio Horus lo ha vendicato e dopo che la sua sposa Iside ne ha rimesso insieme i pezzi (in cui lo aveva tagliato suo fratello Seth, il Male; simbolo e mito, questo, della molteplicità della materia e delle sue forme) cercandoli e raccogliendoli in giro per il mondo - non avvengono su questa terra ma nell’aldilà post mortem. Analogamente l’uomo "conseguirà" Osiride, cioè, lo stato osiridiano “dopo”: dopo aver superato il livello di coscienza terreno, di questa vita. In questa vita al massimo si può ottenere “la vittoria di Horus”, cioè la Conoscenza, l’iniziazione, eventualmente l'estasi mistica,

 

 

 

 

 

 

 Il defunto è giunto davanti ad Osiride

Geb ti ha scelto per suo legatario universale;
vieni, dunque, ed inneggia alla gloria di Horus
o figlio di Iside
e di Osiride,
che ti ha fatto ascendere al trono.
Ed il tuo divino padre
ti concede l’imperio sulle Due Terre
 
 

Iside presenta il defunto giusto davanti ad Osiride

Geb è il dio della Terra e il primo verso sta a significare che l’uomo, nel mondo, è il primo e il signore tra tutte le creature e tutte le cose; Geb ha lasciato tutto in legato a lui, tutto ha messo nelle sue mani. Ma l’uomo deve inneggiare a Horus, seguire la sua strada e non quella di Seth. Solo così sarà anche lui - come Horus – il figlio (l’erede e il pari) di Osiride e Iside, solo così potrà essere santificato e deificato, solo così potrà ascendere al trono. Al che è stato chiamato da Osiride, suo padre, che lo ha voluto e lo ha nominato signore di questo mondo, ora, e poi dell’altro, gli ha concesso l’imperio sulla Due Terre.

 

Tum così ha deciso; e la gerarchia divina
da parte sua ha eseguito quest'ordine;
poiché 1'onnipotenza di Horus,

 figlio di Iside e di Osiride
è nata dalla vittoria.
Parimenti io sarò vittorioso,
io, eternamente

 

Osiride, con la "testa di falco", cioè come Horus il trionfatore, prende per mano il defunto, in segno di accoglienza e amicizia. Dietro c'è sempre Iside, che lo ha accompagnato

 

Ma prima ancora che Osiride – che in fondo rappresenta solo il Primo Uomo, l’uomo archetipico, l’uomo divinizzato, l’Adamo Qadmon del mondo e della cultura egizi – così, questo destino celeste e di salvezza, questo primato per l’uomo, lo ha voluto Tum. Questo ha voluto “il Cielo”, il “Misterioso Essere” padre di tutto e da cui tutto si è generato. E tutto il Creato ha obbedito a questo ordine e chiamata; tutto il creato, tutte le creature e le gerarchie celesti, si inchinano davanti all’uomo . rappresentante di Osiride, sua immagine, a lui somigliante – e lo riconoscono come il signore della Terra, anzi delle “Due Terre”. Purché questa signoria e onnipotenza discendano, siano ricollegate alla vittoria di Horus, alla sua onnipotenza, alla vittoria sulla molteplicità e sulla non-conoscenza. Così altrettanto sarà in eterno l’iniziato, seguace e che collabora all’opera di Horus – così altrettanto sarò io vittorioso, in eterno si dice trionfante l’iniziato.

Ecco che per quattro volte
Horus pronuncia le Parole di Potenza
ed i suoi nemici, annichiliti,
giacciono riversi
Anche io, defunto, pronuncio le stesse Parole quattro volte.
Possano i miei nemici
essere sgominati e tagliati a pezzi
 
 

Riprendendo il simbolo e la raffigurazione di una battaglia terrena, il defunto vittorioso distrugge i demoni nemici. Davanti c'è, come premio, la porta di ingresso alla vita celeste eterna; sopra il simbolo della vittoria, Iside alata.

“Quattro” (volte) qui vuol essere un numero magico e la pronucia "quattro volte" è fatta per rafforzare la forza della formula segreta, pronunciata per aprire le parte della vita eterna. Sono le parole che ha pronunciato Horus, segno della sua vittoria e del riscatto di Osiride; e sono le stesse parole che pronunzia anche l’iniziato per assicurarsi quella medesima vittoria e aprirsi quella medesima porta. E “i nemici” – la distruzione, la morte eterna, quello che l’antico egizio temeva più di tutto – sono così esorcizzati, annichiliti e resi impotenti.

 

L'alternativa alla vittoria: la distruzione e la morte eterna

Ecco che Horus, figlio di Iside e di Osiride,
è celebrato in milioni di feste,
mentre i suoi nemici
saranno abbandonati alla grande distruzione dell'Abisso
e del Nulla.
Essi non potranno sfuggire
Alla possente sorveglianza di Geb
 
 

L'anima condannata giunge, sulla barca dei morti, nel Duat, il regno sotterraneo dove sarà rinchiusa. I molti serpenti raffigurati sono il simbolo delle punizioni a cui sarà soggetto (dal papiro detto Amduat)

E qui, a raffronto come dicevamo, viene illustrato il contrario destino dei condannati. Condannati e non dannati, perché la loro è una condanna che si danno da loro stessi, come vedremo e spiegheremo, piuttosto che una punizione, data da altri.
Il versetto inizia mostrando ancora una volta la condizione trionfalistica di vittoria finale e dicendoci che è questa vittoria quello che tutti ci aspetta, quello che è voluto per noi. Nonostante che le catene dell'imprigionamento nella materia e l’apparente destino di morte e corruzione che sembrano essere la condizione che grava su tutti gli uomini, in realtà quello che ci attende, quello che attende milioni di uomini è la vittoria sulla morte, il trionfo e la salvezza finali.

 

Anche la barca, su cui il defunto condannato fa il suo viaggio, sembra piuttosto un serpente

 

Tutti a ciò siamo chiamati, tutti avranno questo premio ("Horus e celebrato in milioni di feste"). Questo Tum ha sancito nel creare il mondo, questo Râ vuole per l’uomo. Per cui Seth, il nemico della vita che uccise Osiride, e i suoi seguaci, coloro che non comprendono e combattono per lui saranno distrutti e precipitati nell’abisso del nulla. Costoro sono per la materia, credono solo nella materia e amano solo questa e le sue illusioni, non hanno la conoscenza di quella che è invece la vera Realtà. Essi dunque finiranno nella materia e nella sua corruzione, finiranno distrutti: con questa e non potranno avere la vita eterna.

   

I defunti che saranno condannati, in fila, attendono il loro turno del giudizio davanti ad Osiride (in veste di Horus, con la testa di falco)

 

Essi non potranno sfuggire alla sorveglianza, alle catene di Geb. Geb è il dio della terra, e dunque coloro che, non avendo capito e accolto la Verità non potranno sottrarsi al destino a cui proprio quella loro stessa cecità li condanna. Credono solo nella materialità, non credono negli dei, nel divino, – pensano che il solo e vero dio sia Geb; o meglio neanche questo lo è, la materia è solo materia. Ignorano il cielo, Tum, lo spirito; e allora solo la materialità avranno e gli attributi ad essa connaturati, la morte e la corruzione finale.
Il versetto mostra di avere delle finissime notazioni di psicologia, sotto questo profilo appare attualissimo, di una incredibile modernità, in piena linea con tutte le nostre attuali conoscenze psicologiche.
 

 

La condanna alla distruzione e morte eterna, simboleggiata dal demone con la clava per  colpire, dai serpenti, dalle figure incatenate e con la testa mozzata

Si vede e si ha solo e tutto quello a cui si guarda – a cui guarda e crede la mente. Se si guarda in basso, alle cose terrene, a “Geb”, se si vede solo il mondo e solo la dimensione di Geb e si pensa che non ci sia altro, se solo questo si vuole e ad esso si crede, allora non possiamo vedere in alto, non vediamo il Cielo e il dio Tum. La nostra attenzione è tutta fissa, allora, sulle cose terrene e il resto, “l’alto”, la vera realtà ci sfuggono, non riusciamo a vederli; e quindi non potremo averlo.
Tutto dipende da dove è diretto il nostro sguardo; in conformità la nostra mente si crea (e ci costruisce attorno) il mondo in cui viviamo. Se guardiamo a Geb, avremo Geb, la materia, la corruzione e la morte. Se guardiamo al cielo, a Tum avremo il cielo, la vita spirituale e l’eternità.
 

 

In definitiva, l anime condannate saranno rinchiuse in eterno in una prigione di roccia, da cui non potranno mai uscire. Distruzione, prigione eterna in un sepolcro di roccia da cui non si può uscire, tormenti (serpenti e demoni che infieriscono) sono il simbolo della privazione della Vita, quella vera ed eterno, che era la massima aspirazione dell'antico egizio

 

© COPYRIGHT 2006

Tutti i diritti riservati

RICERCA PSICHICA & FELICE mASI

 

 

Chiudi chiudi