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   L’INSEGNAMENTO DEL LIBRO DEI MORTI DEGLI ANTICHI EGIZI
  
 lezioni precedenti:  lez. prima "Storia e cultura dell'antico Egiitto"  Lez: seconda "Il mondo e la religione nell'antico Egitto"

      lez. terza "La resurrezione dello spirito"    lez. quarta "Lo stato di Iakhu, lo Spirito santificato"

 

   (lezione quinta; dal capitolo quindicesimo)
              INNO A RǍ
 

    Masi  Felice

   Lezioni tenute presso l'Accademia Tiberina negli anni 1971/ 74
 

Uno dei canti più belli contenuto nel libro dei morti egizio è quello riportato nel capitolo XV sotto il. titolo di “Inno di gloria a Râ". Molto bello non solo per la profondità dei concetti in esso esposti o apertamente (come inno al dio Sole, quale a prima vista vuole sembrare) ovvero nascosti dietro il velo del significato apparente; ma proprio da un punto di vista poetico,.
La grandiosità della visione, la solennità e la maestosità del tono, il senso di gioia che ne traspare e la gioiosità che infonde; lo spirito di fede che da cui appare animato, l’estatica contemplazione che traspare dai suoi versi ci dicono che l'ignoto autore oltre che grande Iniziato era anche un grande poeta.
Leggiamolo insieme, dunque, purtroppo spezzettandolo per esigenze esegetiche; varrà però la pena poi per ognuno poi andarselo a rileggere tutto di seguito, per coglierne tutta la bellezza in modo pieno e completo. L’Inno inizia così:

 

Salve, o Râ
Simile a Tum tu sorgi all’orizzonte;
e simile a Horus-Khuti tu culmini nel cielo.
La tua bellezza rallegra i miei occhi

ed i tuoi raggi
illuminano il mio corpo sulla Terra.

 

Il miracolo del sorgere del sole

 

Râ, il dio del Sole, che percorre il cielo sul suo carro solare, impersonava nell'antico Egitto l'Essere supremo, il Creatore; e come tale egli viene qui cantato. Ma esso, per noi, rappresenta anche il Tutto Cosciente, insomma il Kether della Kabbalah ebraica, prima emanazione di Dio ed anche l'unica se così vogliamo, nel senso che l’ineffabile Supremo (l’Ain Suf della Kabbalah) ha posto questo Tutto Cosciente come prima Realtà, dalla quale poi è disceso e si è differenziato tutto l’Albero Sefirotale. Tutto Cosciente, Uno di fondo, che è il massimo livello raggiungibile dall'uomo, in quanto il Supremo in Sé, numinoso e folgorante è completamente al di fuori da ogni possibile contatto e comprensione (se ne può avere l’esperienza con l’estasi, il samadhi dell'induismo, l’illuminazione ma non con un contatto diretto; il Tao che può essere nominato non è il vero Tao).
L'unico momento in cui il Creatore si fa percettibile è, esteriormente, al momento della creazione, nella quale si manifesta come, appunto, il Tutto Cosciente, come l’Uovo cosmico; si rende poi percettibile, interiormente, nell’estasi di cui si è detto. Poi torna – ma in effetti non si è mai mosso, ha solo creato, si è solo manifestato nel Logos - nella sua profondissima, inconoscibile immensità abissale.
Questo canto proprio per questa concezione ci richiama quella Kabbalah a cui più volte abbiamo fatto riferimento; anche lì Ain Suf è al di fuori e irraggiungibili e Kether, la prima Sefiroth dell’Albero, la sua emanazione è il massimo livello raggiungibile dall’uomo. Nel nostro Inno, il Supremo, Ain Suf, è espresso con il termine di Tum; sappiamo che Tum o Atum, “il Cielo”, è la realtà suprema, l'Assoluto  supremo, misterioso e inconoscibile, il profondo Abisso. Il Sole, Râ, è la sua manifestazione visibile ed esperibile; esperibile come Vita, perché con il suo calore dà la vita, consente la vita; e per questo il sole è adorato dalle popolazioni primitive animiste.
 

Ma Râ in questo canto sta anche a significare la luce della conoscenza iniziatica; la Luce, il Sole che illumina l'uomo e ne fa un Iniziato. Luce salvifica, come vedremo appresso; e ciò, quindi, avvicina la concezione così espressa nel Libro dei morti degli antichi egizi a quella degli altri insegnamenti sapienziali e innanzitutto a quelli gnostici. Non per nulla Thoth, il dio della conoscenza, viene identificato anche con Ermete Trismegisto.
Râ è simile a Tum perché ne è l’emanazione e la rappresentanza e attraverso di lui l’uomo ne ha l’esperienza, ne sente la presenza nel cuore. Sorge la mattina all’orizzonte portando la luce del giorno, la chiarezza, fa vedere le cose. Così è per la luce della conoscenza.
 

 

Preghiera al sorgere del sole

Râ, in figura di Horo, sulla barca solare

Horo, il trionfatore  con la piuma (di struzzo) sulla testa, simbolo del suo essere divino

 

 

Ma Râ oltre che simile a Tum è anche simile a Horus; e infatti nell'iconografia e nei geroglifici il dio sulla barca solare viene raffigurato quasi sempre con la testa di falco, essendo quest il simbolo di Horus. Horo, lo sappiamo,è il figlio di Osiride ed il vendicatore del padre (uccidendo Seth, il dio del male, che aveva ucciso Osiride). Horus è dunque il simbolo sia della fierezza (dio dalla testa di falco) sia del ritrovamento, da parte dell’uomo, decaduto nella materia e nella non conoscenza, della propria origine regale (uccisione di Seth e riconquista del trono d'Egitto).
L'Inno a Râ è, dunque, un inno al sorgere della luce, al ritrovamento della conoscenza perduta e al riconoscimento della Verità: nel senso che l'uomo alza gli occhi al cielo e vede la luce del sole che lo illumina, gli fa vedere come stanno le cose. E così diviene un Iniziato.

Ma questa illuminazione vuol dire anche la riconquista dell’Uno (origine regale, trono d’Egitto): per questo dicevamo che la conoscenza iniziatica è salvifica. Per questo il versetto letto e l’Iniziato salutano il sorgere del sole, di Râ e della luce della conoscenza con quel "salve" di benvenuto.
Quando nasce questo sole, quando risplende questa luce allora l'uomo diviene un Risvegliato, un Illuminato; è lo stato di “buddhità”, per dirla con le parole di un’altra scienza sapienziale. E' la vittoria di Horus, che ha riconquistato il trono paterno.
 

 

Quando tu navighi nella tua barca celeste
la pace si diffonde nella vastità dei cieli.
Ecco che il vento tende le vele

e rallegra il tuo cuore,
velocemente tu attraversi il Cielo,

i tuoi nemici sono sgominati,
la Pace regna a te d'intorno.
 

 

La pace si diffonde nella vastità dei cieli

 

Il sole Râ sopra la barca celeste esprime una. simbologia che ritroviamo nell'insegnamento segreto di tutti i popoli. Al pari dell'ostia sopra il calice del Graal; al pari. dell'ascia bipenne della civiltà minoico -micenea e anche strumento sacrale dei druidi; al pari dei principi yin e yang della filosofia taoista cinese e così via, il suo simbolismo vuol significare quella unione degli apposti (principi mascolino e femminino) da cui derivano 1’armonia e l'equilibrio cosmici e universali.
La separazione ovvero la prevalenza dell’un principio sul l'altro sono la fonte di disordine, di squilibrio, di lotte, di unilateralità, caratteri questi propri dell'essere umano materialista e non illuminato. Proprio perchè l'un principio prevale sull'altro ovvero ad dirittura è privo o mancante dell'altro, le cose (condotte dall’uomo) in questo mondo sono squilibrate; manca il giusto contrappeso e da ciò le lotte e le sofferenza dell'umanità: l'un principio prevale e sopraffà l'altro. L’individualismo esagerato, il senso esagerato di sé non bilanciato da una giusta umiltà e da un giusto senso dei diritti degli altri, l’amore di sé – che pure è necessario – non contemperato dall’amore verso l’altro, squilibrano l’amore, portano alla prepotenza, che è frutto della superbia e dell’alterigia.
L'odio di Seth, se prevale, anzi Seth tout court è fonte di guerra e malvagità. Seth è il dio del deserto che, se ci sopraffà, causa la morte Tutto questo ci dicono con la loro simbologia segreta i versetti di cui sopra. E anzi parlandone con simboli lo esprimono con maggior chiarezza di quanto possano faticosamente fare le parole del linguaggio concreto e cosciente. Appunto con un solo segno, con un disegno o con termini allusivi, che parlano immediatamente al nostro inconscio, la simbologia parla direttamente al cuore e si fa meglio comprendere. È questa la forza e la grandezza dei simboli, come ha ben evidenziato Jung.
Tutto questo – armonia, equilibrio, pace, serenità d’animo, sono frutto della luce della Conoscenza, della chiarità mentale interiore. Questo ci dicono le simbologie dei versetti sopra riportati: il vento tende le vele e rallegra il tuo cuore, i tuoi nemici sono sgominati, la pace regna a te d'intorno, si diffonde cioè in cielo e ovunque.
 

 

La pace regna a te intorno

e la pace regna a te d'intorno

 

 

e la pace regna a te d'intorno

e la pace regna a te d'intorno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

e la pace regna a te d'intorno

Il vento tende le tue vele e rallegra il cuore    i tuoi nemici sono sgominati   la pace regna a te d'intorno

Velocemente tu attraversi il cielo”. Quando la luce della conoscenza spunta nell’animo dell'uomo, una volta che ha cominciato ad essere intuita, vista, essa si diffonde poi rapidamente. Difficile è il primo passo, 1a prima penetrazicne nel cuore, attraversare il muro della materialità che soffoca lo spirito e non fa vedere, lo ottenebra. Ma una volta fatta la prima breccia, attraverso di essa l’illuminazione, la giusta comprensione erompono rapidamente, divampano e con esse l'equilibrio e l'armonia (la pace) del macrocosmo coprono e riempiono anche il microcosmo uomo.

 

Proseguendo nel canto, i versetti del capitolo Inno a Râ,  fanno poi anche cenno alla brevità della vita umana e alla necessità, quindi, di vincere “il male” (individuato nelle tenebre della non conoscenza) e di conseguire quella verità che poi, al momento del passaggio all’altra dimensione, ci guida e ci consente “di uscire alla luce del giorno” (come è la più esatta traduzione del titolo del Libro dei morti degli antichi egizi), di entrare in tale luce e raggiungere l’Uno, l’integrazione nel Tutto, la pace. Risulta ancora una volta la natura salvifica del Libro, della sua lettura, della sua conoscenza e meditazione. Si confronti con la lettura del Bardo Tödol, il libro dei morti tibetano che il lama fa davanti al morto o al moribondo, altrettanto soterica e volta a dare le istruzioni necessarie quando il "passaggio" è prossimo - .
 

I Geni planetari percorrendo le loro orbite
inneggiano alla tua. Gloria;
e quando tu discendi all’orizzonte,
dietro alle montagne dell’ovest,
i Geni delle stelle fisse
si prostrano a te dinanzi e ti adorano

 
 

I Geni planetari si prostrano innanzi a te e ti adorano

Il termine "i geni planetari" si riferisce ai principi di ordine cosmico posti a cardine dell'universo, la cui. cadenza ed il cui regolare scandire permettono un armonioso ed ordinato esplicarsi e svilupparsi di tutto ciò che esiste. Sono dunque anche degli dei, dei minori, che presiedono alle varie funzioni dell’universo stesso e ne sono le norme poste dal Supremo
Da loro deve essere retto l’universo perché possa vivere, non devono essere violentati né ostacolati nella loro azione. Quando questi dei, queste norme operano, quando non sono violate ma sono rispettate - quando questi geni percorrono le loro orbite senza impedimenti - sono motivo di armonia per l’universo, ne sono e ne garantiscono l’armonia, l’equilibrio e la vita, sono un inno di gloria in onore di Râ che li ha voluti e a ciò li ha preposti.
 

Tutto così deve essere, tutto deve così andare fino al tramonto – perché c’è un tramonto, c’è una fine; il sole, Râ, alla sera sembra scomparire (dietro le montagne dell’ovest) e viene la notte. Ma quando i "geni planetari", i principi di ordine e di armonia regnano, allora il tramonto non sarà tale, non sarà la fine del giorno e il buio; sarà l’alba di un nuovo giorno, un giorno diverso, sì, ma stellato, in un nuovo cielo pieno di astri luminosi. Altri Geni, altri principi di vita e dei ci sono – i Geni delle stelle fisse, fisse perché eterne e immortali – a reggere il nuovo corso, la nuova vita; e anch’esse inneggiano a Râ, si prostrano a lui e lo adorano, sono al suo servizio, al servizio della vita, perché Râ, il sole, è fonte di vita e significa vita.

 

C'è un tramonto, Râ, alla fine, sembra scomparire .

Ma voglio far qui notare quanto questi versi, quanto questo capitolo sono profondi e pieni di significati con quella distinzione tra i Geni delle stelle diurne orbitanti e quelli delle stelle fisse, tra la Vita diurna terrena e quella - altrettanto Vita - notturna postmortale  
In questa sua seconda parte il versetto ci rassicura dunque che non si deve temere la morte, che l’Iniziato che ha la conoscenza e sa come stanno le cose non teme la morte perché quando la vita è retta dai principi di ordine posti a base dell’universo dal dio della vita, allora vi sarà il passaggio e la resurrezione al cielo stellato di una nuova vita. La notte non sarà buia ma stellata.
 

 

 

 

   

Il momento del "passaggio" sulla terra e "l'arrivo", la resurrezione nel cielo stellato della nuova vita : "l'Uscita alla Luce del Giorno"

 

LEZIONE SUCCESSIVA 

(6ª "IL DESTINO FINALE : LA CORONA DELLA VITTORIA O LA DISTRUZIONE")

 

 

 

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