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Masi
Felice |
("La Ricerca
psichica" anno I, 1994, n. 2) |
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Premessa: Il presente scritto non
vuol essere apologetico di alcuna ideologia o religione ma solo uno
studio parapsicologico e un saggio di confronto tra forme diverse di
pensiero attorno al Sacro, modificatesi e trasformatesi nel corso
della storia dell'uomo. Altresì questo studio non intende
dissacrare o "smitizzare " il Sacro cristiano raccoltosi nei secoli
attorno alle “Madonne piangenti” né ha la pretesa (che sarebbe
stolta) di spiegare il Sacro con le misure e il metro dell’uomo.
Soltanto ritieniamo che il Sacro - come ogni altro livello diverso
da quello nostro ordinario materiale - per maniféstarsi nel nostro
piano si avvale delle nostre leggi. In questo saggio, pertanto,
vogliamo solo parlare di queste leggi e dei meccanismi del nostro
piano, attraverso i quali la dimensione del Sacro si manifesta a
noi. |
La statua della Madonna di S. Chirico di Reparo che ha pianto
nel 1994 |
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I luoghi e le
popolazioni
I
casi di statue, quadri, effigi della Madonna che piangono, oltre a
quello di cui ha parlato Maria Raffaella Villari nel precedente
articolo, sono svariati; ci limitamo a ricordare, tra tutti quello
molto vistoso occorso nel 1953 in Sicilia, a Siracusa, in casa
Iannuso, quello avvenuto nel 1994 a S.Chirico di Reparo in
provincia di Potenza e quello del 1995 a
Civitavecchia
In
uno studio di questo fenomeno delle "Madonne piangenti" - e, in
taluni casi, anche sanguinanti - non si può prescindere dall'area
geografica e dalle popolazioni ove tali fenomeni avvengono,
anzi questa considerazione è fondamentale e deve costituire il
punto di partenza. |
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Il volto della Madonna di S. Chirico. Le lacrime sono ora
dipinte sul volto, così come
apparvero |
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Siamo nell'Italia
meridionale, in quella che un tempo era la Magna Grecia; ancor più,
siamo nel cuore di quelle regioni abitate in tempi arcaici dalle
popolazioni cosiddette Mediterranee. Siamo nel regno del culto della
Grande Madre, terre a cultura e religione matriarcale, dove
soprattutto era sentita e venerata, come massima divinità, la
Terra, la grande potenza misteriosa che dava nutrimento ai suoi
figli, gli uomini, e che faceva sgorgare dal suo grembo messi e
frutti e, acqua e ogni bene in abbondanza; o che, viceversa, avara e
crudele, irritata, poteva anche negarglieli nei periodi di
carestia e siccità. |
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Altri erano i popoli a religione uranica e cultura
patriarcale, i nomadi cacciatori e allevatori del nord, gli
Indoeuropei, scesi poi anch'essi al sud con le grandi migrazioni e
qui mischiatisi, pacificamente o in modo bellicoso e con guerre di
conquista, con i mediterranei e i microasiatici. Proprio Roma fu il
crogiuolo fatale di questo incontro, simboleggiato nel mito delle
nozze tra Lavinia - una principessa aborigena laziale appartenente
alla stirpe indoeuropea dei Latini, che abitavano nella regione dei
Colli Albani - e Enea, il principe microasiatico sbarcato sulle
coste laziali, dove era giunto da Ilio dopo la conquista di questa
cittò da parte degli Achei (indoeuropei anch’essi, scesi dal nord
per conquistare la Grecia e l’Asia minore). Il padre di Lavinia, il
re Latino, volle darla in sposa a lui invece che a Turno, re dei
Rutuli (cioè i Tyrreni, gli Etruschi), al quale pure era stata
promessa, perché così voleva il Fato. Ma questa è un'altra
storia. Due erano in tempi arcaici le popolazioni di razza
mediterranea che abitavano le plaghe dell'Italia meridionale: da un
lato quelle autoctone, i Sicani, costituenti, insieme ad altri
abitanti del bacino centro occidentale del Mediterraneo - i berberi,
i baschi, gli iberi, i liguri, sardi - il gruppo più primitivo e
meno acculturato, aventi il culto della informe dea della fertilità
e le loro pratiche religiose in alture soprelevate, a cielo aperto,
senza chiudere il sacro in templi coperti. |
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La Dea Madre (o la Grande
Madre) |
Altra raffigurazione della Magna Mater, dea della
fecondità |
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Vivevano soprattutto nell’entroterra, perché a
fronte a loro e soprattutto nelle regioni costiere, vi erano i
popoli microasiatici ed eteici, preindoeuropei, qui venuti dalle
terre dell'Asia minore con una prima migrazione, quella delle
costruzioni cosiddette "dedaliche" e delle mura ciclopiche, molto
prima della seconda migrazione che fu appunto quella di Enea. E'
soprattutto nell'Asia minore e nella penisola anatolica che il culto
della Grande Madre Terra trova il suo massimo sviluppo e una
sistemazione teologica nei miti e nei misteri di Demetra, di Cibele,
di Ishtar, di Iside. Di qui poi, con le migrazioni, questo culto
della Dea Madre si diffuse nelle regioni di espansione migratoria,
indicate poi con il nome di Magna Grecia, sovrapponendosi a quelli
local e fondendosi con essi; e così, a Roma vi era il culto di
Cerere, tra altre popolazioni italiche vi erano quelli della Mater
Matuta, della Bona dea. |
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Esempio di
mura ciclopiche /Norma, pr.
Latina) |
Cibele o Diana efesina,, divinità, corrispondente alla Grande
Madre Terra che con i suoi molti seni nutre tutte le sue
creature |
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Dunque, riassumendo, antichissimamente in
queste terre e tra quei popoli dell'Italia centro-meridianale vi era
il culto della Grande Dea Madre. Questo substrato arcaico e
collettivo deve considerarsi ancora presente e vivido nel profondo
della mentalità e del sacro di quelle popolazioni – ci riferiamo in
particolare a quelle della Lucania, della Puglia, della Calabria -
un vero “fossile vivente” secondo la bella espressione coniata da
Mircea Eliade; tuttora presente, ancorché inconscio, e alla base dei
modelli di pensiero e culturali e religiosi locali, nonostante i
successivi, inserti diversi dati dalle nuove forme culturali e
religiose subentrate. Nel sincretismo religioso che complessivamente
ne è risultato, ancora oggi sono riconoscibili i residui del
paganesimo arcaico, derivati dalle originarie religioni agrarie; li
riscontriamo in tante cerimonie, riti, pellegrinaggi, nelle
locuzioni e nelle usanze e tradizioni locali, al di sotto della
nuova veste cristiana assunte e dei nuovi nomi e del nuovi santi.
Del resto, tutte quelle divinità femminili, sotto i diversi nomi,
sono la prefigurazione, nella metastoria e come archetipo
matriarcale, della figura di Maria, la “Madre di Dio”, che poi è
scesa concretamente nella storia, come figura concreta e
realizzazione concreta dell'archetipo quando venne il tempo
dell’incarnazione di Dio.
Il mito di
Demetra
E'
questo uno dei più notevoli miti dell'antichità, collegato ai
misteri eleusini. Demetra (il cui nome significa appunto Dea
Mater) - identificata poi dagli egizi con Iside e dai Romani
con Cerere - era la madre di Persefone, generata dalla sua unione
con il fratello Zeus. Persefone venne rapita dallo zio Ade,
signore delle regioni sotterranee e infere, che volle farne la
sua sposa. |
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Il racconto riecheggia chiaramente un mito agrario.
Persefone, figlia della Terra, rappresenta la vegetazione e i frutti
nati dalla terra (dalla Grande madre, appunto) che, dopo la
fioritura primaverile e l'esplosione estiva, nel tardo autunno e
nell'inverno muoiono e scompaiono sottoterra, dove restano le loro
radici. Appresa la notizia della scomparsa della figlia, Demetra
inizia le ricerche, ne aveva sentito il pianto che veniva da
sottoterra dove Ade l'aveva portata. In preda ad una tremenda furia,
Demetra percorre la terra in lungo e in largo, per nove giorni e
nove notti, scarmigliata, con delle torce accese nelle mani (simbolo
appunto della sua furia), invocando la figlia e punendo le
genti delle terre percorse con flagelli e pestilenze per il torto
fattole: Conosciuta finalmente la verità, gliela racconta
l'imbarazzato fratello e sposo Zeus, che era stato complice del
rapimento per accontentare l'altro fratello Ade ma soprattutto
perché così voleva il Fato, così doveva essere, quello era il Fato.
Demetra ottenne, come unica possibile concessione di poter rivedere
la figlia una volta l'anno: e infatti a primavera e in estate la
vegetazione rifiorisce, riappare sulla terra - salvo scomparire di
nuovo e tornare sotterra dallo sposo Ade in inverno.
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Raffigurazione di Ade e Persefone, i sovrani del regno
infero. Il loro tempio infatti è
sottoterra |
L'inverno, Proserpina è scomparsa
sottoterra |
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Il ritorno di Proserpina sulla terra, condotta da
Mercurio, a primavera; accompagnata dalle portatrici di faci, cioè
di luce (simbolo delle giornate che si allungano a primavera). Il
mito di Proserpina rapita Ade sottoterra e che torna periodicamente
a vivere sulla terra è chiaramente un mito agrario, che fa
riferimento ai cicli della vegetazione |
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Il ritorno della vegetazione a
primavera |
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Abbiamo qui dunque, nel mondo mediterraneo, il mito
e il sentimento collettivi, profondamente introiettati e costituenti
uno strato psichico arcaico inconscio nella mente di quelle
popolazioni, di una grande sofferenza e di un grandissimo dolore
della Dea Madre per la perdita della figlia e per il torto
arrecatole. Tuttavia a questo momento, in questo mito e in questa
cultura, questa sofferenza e dolore non sono ancora un pianto ma
sono una furia devastatrice.
Il mito di Iside
Il pianto - un
pianto accorato e dolente, fatto di un'acuta sofferenza arrecata non
più dal Fato ma dal male, che manca nel mito precedente - vi è
invece già nel mito egizio della dea Iside. Anche questo è dunque un
mito di origine mediterranea, in seguito diffusosi e incorporato, in
età ellenistica, in tutto il mondo romanizzato. Iside è la
sorella-sposa di Osiride, il signore dell'universo e raffigurazione,
come Ra, del sole. Osiride è dunque la rappresentanza de luce, del
bene, dell'ordine cosmico e dell'Essere assoluto che è Uno. Osiride
viene ucciso dal fratello Seth, rappresentanza del male, che lo fa
anche a pezzi e poi ne disperde le membra per tutta la terra
affinché non possano essere più rimesse insieme. E' questo il
simbolismo della molteplicità delle cose che vi è nel nostro mondo
terreno, una molteplicità che bisognerà superare risalendo all'Uno,
rimettendo assieme il corpo di Osiride, come farà
Iside.. |
Osiride, il dio sovrano ucciso dal fratello Set,il
Male,che ne fa a pezzi il corpo e li disperde per il mondo, come
simbolo della molteplicità che vi è in questo. Osiride poi rinasce
ma come signore dell'aldilà |
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Iside, la dolce sposa, si mette alla ricerca
delle membra disperse suo sposo e a tal scopo percorre tutta la
terra, le ritrova, le rimette insieme e così Osiride potrà rivivere.
Ma resusciterà non sulla terra ma nell’aldilà, come signore, questa
volta, dell'Amenti, il luogo felice che si trova a occidente.
Adesso è questo il suo regno e Osiride è il
signore dei morti e davanti a lui si dovranno presentare tutti i
defunti per la "pesatura del cuore", per poter essere ammessi
nell’Amenti, la terra della vita e del giorno eterni.– sulla terra
invece regnerà vittorioso suo figlio Horus, il dio falco, che
vendicherà il padre e ucciderà Seth. La religione egizia e le
concezioni egizie sull'aldilà sono di un estremo interesse e sono
contenute nel cosiddetto "Libro egizio morti", il cui vero titolo
nella sua esatta traduzione, è "Il libro dell'uscita alla luce del
giorno"; un titolo molto significativo, che noi occidentali con la
nostra solita mentalità materialista e funerea, abbiamo tradotto in
quell'altro modo.
Ma
dicevamo di Iside. Come secondo passo (dopo quello del dolore
furioso di Demetra) nella nostra ricerca sul tema che ci siamo
proposti abbiamo dunque il mito del pianto di Iside. È il mito
della sofferenza e del pianto di un’altra Grande Dea, un dolore
diverso ma anche questo proveniente da un'ancestralità di pensiero e
che è profondamente fissato nell'inconscio collettivo religioso
delle popolazioni del Mediterraneo; e che costituisce un altro
tassello in questa nostro studio
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Iside, la dolce
sorella e sposa di Osiride, piangendo ne ricerca e ne
raccoglie i pezzi e li rimette assieme, cosicché Osiride possa
rinascere.Il mito di Osiride e Iside e delle altre divinità del
patheon egizio è narrato ne "Il libro dei morti degli antichi
egizi" |
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II coro nella tragedia greca
Facciamo
un altro passo. Niente meglio del coro delle tragedie greche può
rappresentare e dare il senso della profonda partecipazione popolare
e del sentimento collettivo che prende tutto il popolo di fronte al
dolore della sua Grande Dea - quando sente in sé l'angoscia e la
sofferenza per il Fato a cui è sottoposto, la sofferenza che gli
viene dal suo essere nel mondo. In tempi più tardi, il coro vi è
anche nelle commedie e ma diviene un commento buffo della vicenda,
volto a suscitare le risa. Ma nella sua originalità il coro è nella
tragedia, anzi il coro è la tragedia. Il coro sta a
rappresentare plasticamente e in forma grandiosa la risonanza che
una vicenda umana fatale ha nell'inconscio collettivo e nella
coscienza di tutto il popolo. Tutta la comunità partecipa alla
vicenda del singolo sottoposto al Fato e questo soprattutto quando
questa vicenda è archetipica, quando cioè ripete un evento che
riaccade sempre nella ciclicità del dramma umano, accompagnato da
un'emozione profonda che, anch'essa, sempre si ripete. E che può
essere così una sofferenza come, viceversa, una esplosione di gioia,
di pienezza, di vita. L'individuo, in queste comunità arcaiche, non
è mai il solo a soffrire (o a gioire), attorno a lui vi è la
partecipazione collettiva di tutto il gruppo, anche perché a questo
momento, forse, l'anima dell'individuo non si è ancora completamente
sollevata, enucleata dall'anima del mondo. |
Il coro, nella tragedia greca, commenta drammaticamente la
vicenda che accade |
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Il coro nella tragedia greca è tutt'attorno e
tutt'intento al protagonista e compartecipa alla sua vicenda – una
vicenda esemplare, voluta dal Fato. La vicenda - la tragedia, il
dramma, quella sofferenza, quel dolore - non appartiene solo al
personaggio, è di tutto il popolo che, proprio perché fatale, già
l'ha vissuta, già l'ha sperimentata tante volte, senza limiti nel
tempo; e che, quindi, l’ha introiettata come archetipo. E tutto il
popolo, ogni volta che il singolo si scontra con quell'evento, con
quel Fato, rivive quel sentimento e il dolore, la sofferenza, il
compianto – o la gioia - diventano corali. E sono violenti,
terribili perché sono chiusi a ogni diversa prospettiva e orizzonte,
così vuole il Fato. |
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Il volto intenso di due
coriste |
Il "coro greco" esprime dunque lo strato psichico collettivo
profondo della comunità, è questa che tutta risuona e partecipa
della vicenda archetipica che accade al singolo ed esprime con
potenza all'esterno la passione collettiva per quell'accadere
eterno, ripetitivo, archetipico. A sua volta, il singolo, nel suo
vivere e sentire individuale, è in contatto e in colloquio con
quella passione collettiva e archetipica e, quando il fatto gli
accade, non fa altro che risuonarne Ma quella passione egli la
riesprime all’esterno con potenza, perché si è riempito della
passione collettiva e il suo sentimento ora ha la valenza del
sentimento collettivo. Nel filo del nostro discorso, nel
comprendere la potenza della “statua che piange” (o che lacrima
sangue) vogliamo, dunque, tener ben presenti questa coralità di
compartecipazione di popolo e questa potenza e valenza del
sentimento del singolo che in quella coralità è entrato e si è
perso, ne è stato inghiottito. |
Il pianto rituale funebre
L'opera di Ernesto De
Martino "Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre al pianto di
Maria" è lavoro di ampio respiro e acuto spirito di osservazione,
che mostra in tutta la sua potenza la coralità della sofferenza
che da sempre si accompagna alla vicenda luttuosa singola presso le
comunità integrate, e soprattutto quelle a cultura contadina, non
ancora disintegrate in un contesto alienante di famiglia
monocellulare, quale è quello dell'attuale società industriale e
postindustriale e delle metropoli moderne. Una coralità espressa dal
fatto che il lamento e il pianto non sono soltanto familiari ma sono
collettivi, con l’accorrere intorno al morto e la la partecipazione
al lutto di tutto il vicinato e di tutta la
comunità. |
Lamentatrice ("piagnona") in una cerimonia di pianto
rituale |
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Quella del lutto è un'esperienza del lutto
archetipica e nessuno vi resta estraneo, vi è nel sottofondo il
senso profondo del comune dramma umano che tutti unisce in un
rapporto e in un vincolo di avvertita solidarietà. Un sentimento che
nell’attuale società indubbiamente si è perduto. Questa coralità
partecipata è anche ritualizzata in modelli tipici di espressioni,
di saluto, di canto, di gestualità e movimenti, che poi però – mano
a mano che questo sentire profondo perde di autenticità - giungono a
forme stereotipate, in cui permane solo il ricordo della tradizione
e la forma esterna ed il lamento viene svolto da lamentatrici
professionali, le prefiche. Questo lamento funebre collettivo e
ritualizzato serve proprio per consentire al singolo di superare la
crisi personale - che altrimenti potrebbe essere insopportabile e
distruttiva – e ad incanalarla e risolverla in modo controllato.
Questo dice De Martino e sono questi il senso e l’interpretazione
che egli dà nella sua opera ha dato al pianto rituale. Questa
funzione terapeutica, però, nulla toglie all’aspetto corale e
partecipato che hanno la manifestazione del lutto e la cerimonia del
lamento e pianto né viene meno il carattere archetipico e collettivo
che l’emozione esprime; che sono i punti che volevamo mettere in
luce. Anche se diffuso in molte contrade, il lamento funebre in
Italia è tipico soprattutto delle terre che furono la Magna Grecia –
un residuo anche dell’antico coro greco di fronte alla
ineluttabilità del Fato, di cui abbiamo parlato sopra - e lì De
Martino l'ha personalmente osservato e studiato nella sua famosa
spedizione etnografica del 1950/56 in
Basilicata. |
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Attorno al defunto si radunano i parenti, le
comari, i conoscenti e tanti altri che, pur estranei alla cerchia
del morto, hanno patito anche loro un lutto più o meno recente, che
hanno ora occasione e modo, a motivo una loro labilità di fronte
all'anima del mondo e alla sovrappotenza dell’emozione, di
riesprimere e dare sfogo ad un sentimento che nel sottofon non li ha
mai abbandonati e da cui ora sono ripresi. Nella cerimonia
prevale l'elemento femminile e tutto è rituale. Una delle
lamentatrici prende la direzione del canto - saluti al morto, elogi,
ricordi di tutte grandi cose che ha fatto, lamenti sulla triste
condizione in cui ora è rimasta la sua famiglia, senza più il
sostegno del defunto, e così via; il tutto secondo moduli
standardizzati e solo nei punti necessari personalizzati al singolo
defunto. Ma il lutto e il dolore ci sono e non è raro che il "pianto
controllato" molte volte ceda il passo al pianto "irrituale", come
lo chiama De Martino, un pianto, cioè, non più ritualizzato e
incanalato nella rappresentazione cerimoniale ma vero e scomposto,
con momenti anche di urlas e crisi parossistiche e agitate. E questo
accade non solo ai parenti stretti ma anche agli estranei, quando
intervengono e vi partecipano quelle persone a psiche labile e
magari colpite da un altro lutto recente di cui si è detto.
La Chiesa cattolica ufficialmente è sempre stata
contraria a questo residuo di paganesimo, come ha sempre considerato
il lamento funebre; ma ancor oggi è possibile assistere a singolari
episodi di una coesistenza contraddittoria e forzata, come il
seguente, raccontato da un vecchio parroco di Pisticci. |
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Cerimonia funebre in un paese dell'Italia meridionale. Il
nero degli abiti è espressivo del crudo
dolore |
Il compianto attorno al corpo di Cristo. La
rappresentazione drammatica in questa scultura di ceramica del 1485,
conservata nella chiesa di S. Maria della Vita di Bologna, esprime
in tutta la sua crudezza il dolore vissuto dall'anima popolare
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In occasione di un
funerale, le lamentatrici intonarono il lamento nella Chiesa madre.
Il parroco, che recitava un canto liturgico, accompagnaqndosi con
l'organo, si rivolse risentito alle donne apostrofandole: “Insomma,
o cantate voi o canto io”. Le donne lì per lì tacquero ma poi,
trascinate dallatradizione che sentivano profondamente bell’animo,
ripresero il canto e fu il buon parroco che dovette infine
rassegnarsi a tacere e a lasciare che ancora una volta insorgesse,
nel tempio di Cristo, questo modo arcaico di oltrepassare la morte.
Anzi, un poco per celia, un poco perché vinto dalla seduzione di
quella barbarica melopea, il buon parroco si indusse anche lui
ad accompagnarla con l'organo per qualche momento.
Ma fermiamoci qui.
Anche questo elemento del lamento funebre corale e del pianto
rituale supporta il discorso che stiamo conducendo e concorre a
mostrare il sentimento ancestrale potente e ripetitivo,
espressione del dolore e della sofferenza archetipiche, che si
fissato nel profondo dell’'animo umano, da dove può riemergere con
tutta la sua forza, dando luogo a manifestazioni
straordinarie.
L'avvento del
cristianesimo
La religione e
l'ideologia cristiane hanno profondamente inciso su questa
preesistente situazione di coralità pagana e di anima di popolo che
hanno trovato e, in duemila anni di acculturamento secondo i suoi
nuovi canoni e il suo insegnamento, l'hanno riplasmata e
trasformata. |
La crocifissione, basilica di S. Marco, Venezia. Il dolore
e il pianto delle Marie e di S. Giovanni ai piedi della croce non è
più quello crudo e violento della precedente cultura
pagana |
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Di fronte al lutto, alla perdita e al dolore, i
precedenti canoni erano, li abbiamo visti, quelli della ira furiosa
della Grande Madre, che percorre la terra con le faci ardenti in
mano seminando flagelli; una posizione questa, però, già modificata
nel mito del pianto dolente di Iside. Altro canone antico era quello
dell'accompagnamento corale collettivo e del commento tragico e
epico, dati dal coro greco e dal pianto rituale alla vicenda umana;
un coro, un commento e un pianto chiusi a ogni orizzonte di
speranza, perché così vuole il Fato e non se ne può uscire.
Ulteriore canone è il dolore altrettanto disperato e cupo e la
mancanza di prospettive che traspaiono dal lamento rituale funebre e
questo perché, in quella concezione, la morte è la fine e chiude
definitivamente la presenza, l'esserci della persona (che è
morta).
Tutto questo è ribaltato dall'ideologia cristiana: il
suo orizzonte è quello della resurrezione e del perdono e pertanto
l'ira furiosa e il senso cupo e disperato della fine non vi hanno
più posto e cedono il passo al pianto sommesso e addolorato; anche
chi ha perdonato, anche chi crede nella resurrezione soffre e il
pianto è lecito e umano. Inoltre la sofferenza e il dolore sono
arrecati non da torti personali ricevuti - che vanno perdonati - ma
dal male che è nel mondo e che fa soffrire non solo l’uomo ma, anche
e ancor prima, la divinità, “suo padre” “sua madre”, che l’hanno
generato.
Il male che c'è nel
mondo - il male che avviene o viene fatto all'altra persona, al
prossimo, all'umanità - fa soffrire la divinità; ma, poiché colpisce
l'uomo e lo fa soffrire, tanto più questa sofferenza ha risonanza
nel suo animo, quando egli entra in contatto con il suo strato
profondo del sacro e lì sente risuonare, accanto e insieme al
proprio dolore, quella della divinità. E vorrei qui sottolineare che
la divinità ora soffre non per un torto che l'uomo ha fatto ad essa,
come era nella mitologia pagana (oltretutto la divinità è
irraggiungibile), ma per il male che l'uomo fa all'altro uomo, al
suo simile: è questo il male secondo i nuovi canoni introdotti dal
cristianesimo. Indubbiamente, un bel salto di qualità e un grande
progresso morale. |
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Nonostante le molte
rappresentazioni artistiche, anche di autoei famosi medievali e
rinascimentali, nelle quali il dolore delle tre Marie, che seguono
Gesù nella Via crucis, poi ai piedi della croce, quindi nella
deposizione, viene espresso in forme di terribilità e di dolore
esacerbatoe inconsolabile – forme che richiamano più il lamento
funebre pagano disperato che 1'insegnamento di resurrezione
cristiano - in nessuno dei quattro Vangeli vi è cenno di questo
dolore t ribile e disperato, quasi senza via di uscita, di questo
"lamento funebre rituale". Solo in Luca abbiamo, nel racconto della
Via crucis, queste poche, significative parole: "Lo seguiva una
gran folla di popolo e donne che si battevano il petto e che
piangevano. Giratosi verso di loro Gesù disse: -Figlie di
Gerusalemme non piangete per me, piangete pi tosto per voi stesse e
per i vostri figli ... perché se fanno questo al legno verde, che
cosa accadrà a quello secco? -".In questo passo c'è tutta la
trasformazione e il nuovo modello dipinto e di dolore secondo la
nuova dottrina: dolore e pietà devono esservi non per la morte
fisica ma per la morte allo spirito, apportata dal peccato. Abbiamo
detto che il "peccato" è il male fatto prossimo, all'altro uomo; il
peccato è il male che c'è nel mondo. Adesso è questo che fa soffrire
la divinità e non è il rapimento della figlia, come nel mito di
Demetra e Persdegone, o la morte di chi come Osiride è chiamato a
rinascere. La sofferenza di Dio, di sua madre è per il male chec’è
nel mondo e che porta sofferenza a suo figlio, l’uomo. Questo è il
nuovo modello ed è questo che fa piangere l’Essere
divino. |
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Particolare della "deposizione di Cristo" di Taddeo
Gaddi |
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E tuttavia, accanto
a questo nuovo modello, convivono con esso e vi si mischiano sempre
sincretisticamente formae mentis arcauiche sopravvissute
della cultura passata; nulla muore di quello che è psichico e
archetipico.
Concludendo,
possiamo ora dire che la sofferenza e il pianto che sgorgano dal
profondo e dall'anima collettiva e dallo strato arcaico di sacro che
è in noi quando entriamo contatto con essi, si esprimono
potentemente all'esterno con una coralità di emozione e di
sentimento, che richiamano dal fondo tutto un mondo antico. L’animo
dell’uomo, quando avverte e recepisce questa anima collettiva e
questo sacro – quando nel dolore sente non la sua sofferenza ma
quella della divinità - li incorpora, ne è invaso e poi li proietta
potentemente fuori sé, in forme drammatiche e anche psicocinetiche –
e qui,accanto all’antropologo e allo stdioso del fenomeno religioso
interviene il parapsicologo. Questo è il modello.
Le espressioni artistiche
del nuovo modello
Nel nuovo mondo
cristiano il senso della sofferenza e del dolore, e, in
particolare, quello della sofferenza della divinità ("l'uomo fa
soffrire Dio con i suoi peccati"), sia pure con questa riplasmazione
e diversa visuale, sono sempre presenti nel sentimento collettivo e
nell'anima del popolo. Gli artisti, che nella loro trance artistica
entrano in contatto con questa anima collettiva, con il
Transpersonale e l'inconscio superiore, sono quelli che mirabilmente
sentono ed esprimono con potenza questa sofferenza e questo
dolore. |
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Nel campo
letterario sono da ricordare, per la crudezza della sofferenza che
esprimono, le "Laudi" di Jacopone da Todi, delle quali
riportiamo alcuni passi (di più non è possibile) dello "Stabat
Mater"; è in latino facile comprensione.
"Stabat Mater dolorosa
/ iuxta crucem lacrimosa
/ dum pendebat filius / ... Quis
est homo qui non fleret / matrem
Christi si videret / in tanto
supplicio? / ..Pro peccatis suae gentis
/ vidit I0esum in tormentis
/ et flagellis subditum / Vidit
suum dulcem Natum / morientem,
desolatum / cum emisit
spiritum/. Eia, mater, fons amoris
/ me sentire vim doloris
/ fac, ut tecum lugeam/. Fac me
vere tecum fere, / Crucifixo condolere
/ donec ego vixero/. Fac me tecum
plangere / fac ut portem Christi
mortem/ passionis eius sortem / et
plagas recolere/ Fac me plagis
vulnerari / truce fac inebriari
/ in amore Filii... "
E, sempre di Jacopone, non possiamo non citare
anche alcuni passi, veramente corali, del canto che racconta di
quando annunciano a Maria che il Figlio è stato preso e viene
condotto a morte. "Donna del paradiso, lo tuo
figliolo è priso../ . Accurre donna e
vide / che la gente l'allide; / credo che lo si occide, tanto
l'o' flagellato "... / "Como esser
porria / che non fece follia ? / ... Succurri Maddalena
/ ionta m'è addosso pena" /
... "Succurre, donna, adiuta / ca' al
tuo figlio se sputa" "O Pilato non fare/.. el figlio meo
tormentare... " / "Crucifige,
crucifige ! Omo che s'è fatto rege... "/ "Prego che m'entennate
/ al meo dolor
pensate../ O figlio, figlio, figlio
/figlio amoroso giglio / figlio, chi da consiglio
/ al cor meo angustiato
?/ Figlio, occhi iocundi /figlio co'
non respundi ? / Figlio perché t'ascundi
/ al petto ò sì lattato
?/ O cruce, che farai? / el figlio meo
torrai? / Lassatel'me vedere /
com'en crudel finire / tutto l'o'
ensanguenato... " |
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Il poeta e frate francescano Iacopone da
Todi |
Statua
della Madonna addolorata. Il vestito tutto nero, le sette spade che
le trafiggono il cuore, pur nel fasto e nella ricchezza spagnolesca
dell'abito, mostrano la crudezza del dolore |
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In tema rappresentazioni artistiche, ci vengono a
mente, nell'arte pittorica e statuaria, le scene della Passione di
Cristo e alcune raffigurazioni della Madonna nell'arte popolare, ad
esempio quelle dell'Addolorata con il cuore trafitto da sette spade
e sanguinante. C'è statua, nel duomo di Bitonto, che la rappresenta
plasticamente in questo dolore arcaico, con un ricco vestito di un
barocco spagnolesco ma tutto terribilmente in nero, come sono i
vestiti e lo scialle delle donne del sud in lutto; il cuore esposto
è sanguina, trafitto dalle sette spade, il volto è atteggiato a un
indicibile dolore. Questo è il sentimento popolare e gli artisti,
in immediata sintonia con esso, lo esprimono in modo stupendo; e ci
confermano che anche bella nuova riplasmazione e visuale cristiana,
l’ancestrale pianto e dolore delle antiche genti della Magna Grecia
vive ancora nel cuore e nell’anima e nel sentire del
popolo. All'esplosione esterna dell'emozione consegue la
manifestazione parapsicologica (psicinetica) ed ecco il pianto, di
lacrime o addirittura di sangue, della statua o dell'effige
sacra. Se ora riassumiamo tutte le premesse sopra fatte (dalla
furia terribile della Dea Madre orbata della figlia, al pianto di
Iside, dal cupo coro de: tragedie greche al lamento funebre rituale
e corale delle terre dell’Italia del sud, dal pianto delle Pie Donne
a quello sommesso di Maria, dalla rappresentazione corale che di
questo pianto ha fatto Jacopone alle figure tragiche dell'Addolorata
dell'arte popolare), possiamo comprendere quale e quanto è, ancor
oggi, il senso della sofferenza e del pianto che circola
nell'inconscio collettivo e che l'uomo avverte nel profondo
dell'anima; quale e quanto è il dolore e la sofferenza che risalgono
in lui dal Sacro che soffre a causa male che c’è nel mondo. Sono
sentimenti ed emozioni fortissimi, che fanno vibrare l'artista ma
anche che, ed è questo che ci interessa in questo studio, scatenano
tanti fenomeni quando l'uomo viene in contatto ed entra in sintonia
con questo dolore, con questa sofferenza, con questo strato profondo
del sacro. |
La statua della Madonna di Civitavecchia che ha pianto più
volte e per lungo tempo dal 1995 |
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Se dunque, in questa condizioni di dolore, sofferenza
e pianto profondame sentiti dall’inconscio popolare, sul luogo c’è
una persona che, per una sua frattura psicologica, entra anche
involontariamente in sintonia e collegamento con questa “sofferenza
del sacro”, scatenata per un fatto ivi avvenuto e che simboleggia e
esteriorizza il male; e se questa persona ha anche capacità
paranormali, ideoplastiche, psicocineche, capacità di tradurre nel
mondo a livello fisico quel sentimento con cui è entrato in
contatto, ecco allora emergere dal profondo tutta la potenza di una
eozione, che si concretizza in imponenti fenomeni come quelli della
Madonna che piange, lacrme o, più barbaricamente se è più barabrica
la mentalità del luogo, anche sangue. Il fenomeno (della “Madonna
che piange”) non fa altro che esprimere per via paranormale PK
quella sofferenza che vi è nello strato profondo del Sacro. La
Madonna piange per il male fatto al Figlio, per il male che è nel
mondo, per il male che l'uomo fa all'uomo - culturalmente inteso
come "peccato" - e che fa soffrire il Figlio. E poi c’è il
fenomeno della Madonna che sanguina, le cui lacrime sono di sangue,
dal cui cuore trafitto, dal cui corpo gocciola sangue. Ritengo che
questo secondo fenomeno - che pure è stato constatato - sia
correlato a personalità (aventi doti psicocinetiche) ancora più
arcaiche e che sia espressione di una mentalità e di un mondo ancora
più antichi, più profondi, che fanno emergere uno strato di Sacro
ancor più ancestrale, quasi barbarico, ancor più sottostante e
precedente ma sempre sincretisticamente esistente e pulsante
nell'animo dell'uomo. |
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Il volto della Madonna piangente di
Civitavecchia |
Bibliografia
M. Grant J. Hazel
Dizionario della mitologia classica SugarCo Milano, 1986 N.Turchi Le religioni dei misteri nel mondo antico
Melita Genova 1987 H.M.R. Leopold La religione di Roma
Melita Genova 1988 R. Del Ponte Dei e miti italici,
E.C.I.G., Genova, 1986 G. Kolpaktchy Il libro dei morti degli
antichi egizi Ceschina Milano E. De Martino Morte e
pianto rituale Boringhieri Torino 1975 Iacopone da Todi
Laude Latérza Bari 1980 U. Dettore Modello N
Mediterranee Roma 1989 F. Masi Ma cos'è questa parapsicologia?
in Rassegna di Studi psichici anno 2 n. 1 F. Masi
Inconscio collettivo, inconscio transpersonale, inconscio
superiore, inconscio adimensionale in Quaderni di medicina
marchigiana 1989
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