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  LA MADONNA CHE PIANGE

 

     Masi  Felice

        ("La Ricerca psichica"  anno I, 1994, n. 2)
 

Premessa:  Il presente scritto non vuol essere apologetico di alcuna ideologia o religione ma solo uno studio parapsicologico e un saggio di confronto tra forme diverse di pensiero attorno al Sacro, modificatesi e trasformatesi nel corso della storia dell'uomo.
Altresì questo studio non intende dissacrare o "smitizzare " il Sacro cristiano raccoltosi nei secoli attorno alle “Madonne piangenti” né ha la pretesa (che sarebbe stolta) di spiegare il Sacro con le misure e il metro dell’uomo. Soltanto ritieniamo che il Sacro - come ogni altro livello diverso da quello nostro ordinario materiale - per maniféstarsi nel nostro piano si avvale delle nostre leggi. In questo saggio, pertanto, vogliamo solo parlare di queste leggi e dei meccanismi del nostro piano, attraverso i quali la dimensione del Sacro si manifesta a noi.

La statua della Madonna di S. Chirico di Reparo che ha pianto nel 1994

 

I luoghi e le popolazioni

I casi di statue, quadri, effigi della Madonna che piangono, oltre a quello di cui ha parlato Maria Raffaella Villari nel precedente articolo, sono svariati; ci limitamo a ricordare, tra tutti quello molto vistoso occorso nel 1953 in Sicilia, a Siracusa, in casa Iannuso,  quello avvenuto nel 1994 a S.Chirico di Reparo in pro­vincia di Potenza e quello del 1995 a Civitavecchia

In uno studio di questo fenomeno delle "Madonne piangenti" - e, in taluni casi, anche sanguinanti - non si può prescindere dall'area geografi­ca e dalle popolazioni ove tali fenomeni avvengono, anzi questa conside­razione è fondamentale e deve costituire il punto di partenza.

 

Il volto della Madonna di S. Chirico. Le lacrime sono ora dipinte sul volto, così come apparvero

Siamo nell'Italia meridionale, in quella che un tempo era la Magna Grecia; ancor più, siamo nel cuore di quelle regioni abitate in tempi arcaici dalle popolazioni cosiddette Mediterranee. Siamo nel regno del culto della Grande Madre, terre a cultura e religione matriarcale, dove soprattutto era sentita e venerata, come massima divi­nità, la Terra, la grande potenza misteriosa che dava nutrimento ai suoi figli, gli uomini, e che faceva sgorgare dal suo grembo messi e frutti e, acqua e ogni bene in abbondanza; o che, viceversa, avara e crudele, irri­tata, poteva anche negarglieli nei periodi di carestia e siccità.

Altri erano i popoli a religione uranica e cultura patriarcale, i nomadi cacciatori e allevatori del nord, gli Indoeuropei, scesi poi anch'essi al sud con le grandi migrazioni e qui mischiatisi, pacificamente o in modo bellicoso e con guerre di conquista, con i mediterranei e i microasiatici. Proprio Roma fu il crogiuolo fatale di questo incontro, simboleggiato nel mito delle nozze tra Lavinia - una principessa aborigena laziale appartenente alla stirpe indoeuropea dei Latini, che abitavano nella regione dei Colli Albani - e Enea, il principe microasiatico sbarcato sulle coste laziali, dove era giunto da Ilio dopo la conquista di questa cittò da parte degli Achei (indoeuropei anch’essi, scesi dal nord per conquistare la Grecia e l’Asia minore). Il padre di Lavinia, il re Latino, volle darla in sposa a lui invece che a Turno, re dei Rutuli (cioè i Tyrreni, gli Etruschi), al quale pure era stata promessa, perché così voleva il Fato. Ma questa è un'altra storia.
Due erano in tempi arcaici le popolazioni di razza mediterranea che abitavano le plaghe dell'Italia meridionale: da un lato quelle autoctone, i Sicani, costituenti, insieme ad altri abitanti del bacino centro occidentale del Mediterraneo - i berberi, i baschi, gli iberi, i liguri, sardi - il gruppo più primitivo e meno acculturato, aventi il culto della informe dea della fertilità e le loro pratiche religiose in alture soprelevate, a cielo aperto, senza chiudere il sacro in templi coperti.
 

 

La Dea Madre (o la Grande Madre)

Altra raffigurazione della Magna Mater, dea della fecondità

 

Vivevano soprattutto nell’entroterra, perché a fronte a loro e soprattutto nelle regioni costiere, vi erano i popoli microasiatici ed eteici, preindoeuropei, qui venuti dalle terre dell'Asia minore con una prima migrazione, quella delle costruzioni cosiddette "dedaliche" e delle mura ciclopiche, molto prima della seconda migrazione che fu appunto quella di Enea.
E' soprattutto nell'Asia minore e nella penisola anatolica che il culto della Grande Madre Terra trova il suo massimo sviluppo e una sistemazione teologica nei miti e nei misteri di Demetra, di Cibele, di Ishtar, di Iside. Di qui poi, con le migrazioni, questo culto della Dea Madre si diffuse nelle regioni di espansione migratoria, indicate poi con il nome di Magna Grecia, sovrapponendosi a quelli local e fondendosi con essi; e così, a Roma vi era il culto di Cerere, tra altre popolazioni italiche vi erano quelli della Mater Matuta, della Bona dea.

 

Esempio di mura ciclopiche /Norma, pr. Latina)

Cibele o Diana efesina,, divinità, corrispondente alla Grande Madre Terra che con i suoi molti seni nutre tutte le sue creature

 

Dunque, riassumendo, antichissimamente in queste terre e tra quei popoli dell'Italia centro-meridianale vi era il culto della Grande Dea Madre. Questo substrato arcaico e collettivo deve considerarsi ancora presente e vivido nel profondo della mentalità e del sacro di quelle popolazioni – ci riferiamo in particolare a quelle della Lucania, della Puglia, della Calabria - un vero “fossile vivente” secondo la bella espressione coniata da Mircea Eliade; tuttora presente, ancorché inconscio, e alla base dei modelli di pensiero e culturali e religiosi locali, nonostante i successivi, inserti diversi dati dalle nuove forme culturali e religiose subentrate. Nel sincretismo religioso che complessivamente ne è risultato, ancora oggi sono riconoscibili i residui  del paganesimo arcaico, derivati dalle originarie religioni agrarie; li riscontriamo in tante cerimonie, riti, pellegrinaggi, nelle locuzioni e nelle usanze e tradizioni locali, al di sotto della nuova veste cristiana assunte e dei nuovi nomi e del nuovi santi. Del resto, tutte quelle divinità femminili, sotto i diversi nomi, sono la prefigurazione, nella metastoria e come archetipo matriarcale, della figura di Maria, la “Madre di Dio”, che poi è scesa concretamente nella storia, come figura concreta e realizzazione concreta dell'archetipo quando venne il tempo dell’incarnazione di Dio.

Il mito di Demetra 

E' questo uno dei più notevoli miti dell'antichità, collegato ai miste­ri eleusini. Demetra (il cui nome significa appunto Dea Mater) - identifica­ta poi dagli egizi con Iside e dai Romani con Cerere - era la madre di Persefone, generata dalla sua unione con il fratello Zeus. Persefone  venne rapita dallo zio Ade, signore delle regioni sotterra­nee e infere, che volle farne la sua sposa.

Il racconto riecheggia chiaramente un mito agrario. Persefone, figlia della Terra, rappresenta la vegetazione e i frutti nati dalla terra (dalla Grande madre, appunto) che, dopo la fioritura primaverile e l'esplosione estiva, nel tardo autunno e nell'inverno muoiono e scompaiono sottoterra, dove restano le loro radici.
Appresa la notizia della scomparsa della figlia, Demetra inizia le ricerche, ne aveva sentito il pianto che veniva da sottoterra dove Ade l'aveva portata. In preda ad una tremenda furia, Demetra percorre la terra in lungo e in largo, per nove giorni e nove notti, scarmigliata, con delle torce accese nelle mani (simbolo appunto della sua furia),  invocando la figlia e punendo le genti delle terre percorse con flagelli e pestilenze per il torto fattole:
Conosciuta finalmente la verità, gliela racconta l'imbarazzato fratello e sposo Zeus, che era stato complice del rapimento per accontentare l'altro fratello Ade ma soprattutto perché così voleva il Fato, così doveva essere, quello era il Fato. Demetra ottenne, come unica possibile concessione di poter rivedere la figlia una volta l'anno: e infatti a primavera e in estate la vegetazione rifiorisce, riappare sulla terra - salvo scomparire di nuovo e tornare sotterra dallo sposo Ade in inverno.

 

 

Raffigurazione di Ade e Persefone, i sovrani del regno infero. Il loro tempio infatti è sottoterra

L'inverno, Proserpina è scomparsa sottoterra

 

Il ritorno di Proserpina sulla terra, condotta da Mercurio, a primavera; accompagnata dalle portatrici di faci, cioè di luce (simbolo delle giornate che si allungano a primavera). Il mito di Proserpina rapita Ade sottoterra e che torna periodicamente a vivere sulla terra è chiaramente un mito agrario, che fa riferimento ai cicli della vegetazione

 

   Il ritorno della vegetazione a primavera

Abbiamo qui dunque, nel mondo mediterraneo, il mito e il sentimento collettivi, profondamente introiettati e costituenti uno strato psichico arcaico inconscio nella mente di quelle popolazioni, di una grande sofferenza e di un grandissimo dolore della Dea Madre per la perdita della figlia e per il torto arrecatole. Tuttavia a questo momento, in questo mito e in questa cultura, questa sofferenza e dolore non sono ancora un pianto ma sono una furia devastatrice.

Il mito di Iside

Il pianto - un pianto accorato e dolente, fatto di un'acuta sofferenza arrecata non più dal Fato ma dal male, che manca nel mito precedente - vi è invece già nel mito egizio della dea Iside. Anche questo è dunque un mito di origine mediterranea, in seguito diffusosi e incorporato, in età ellenistica, in tutto il mondo romanizzato.
Iside è la sorella-sposa di Osiride, il signore dell'universo e raffigurazione, come Ra, del sole. Osiride è dunque la rappresentanza de luce, del bene, dell'ordine cosmico e dell'Essere assoluto che è Uno. Osiride viene ucciso dal fratello Seth, rappresentanza del male, che lo fa anche a pezzi e poi ne disperde le membra per tutta la terra affinché non possano essere più rimesse insieme. E' questo il simbolismo della molteplicità delle cose che vi è nel nostro mondo terreno, una molteplicità che bisognerà superare risalendo all'Uno, rimettendo assieme il corpo di Osiride, come farà Iside..

Osiride, il dio sovrano ucciso dal fratello Set,il Male,che ne fa a pezzi il corpo e li disperde per il mondo, come simbolo della molteplicità che vi è in questo. Osiride poi rinasce ma come signore dell'aldilà

 

Iside, la dolce sposa, si mette alla ricerca delle membra disperse suo sposo e a tal scopo percorre tutta la terra, le ritrova, le rimette insieme e così Osiride potrà rivivere. Ma resusciterà non sulla terra ma nell’aldilà, come signore, questa volta, dell'Amenti, il luogo felice che si trova a occidente.

Adesso è questo il suo regno e Osiride è il signore dei morti e davanti a lui si dovranno presentare tutti i defunti per la "pesatura del cuore", per poter essere ammessi nell’Amenti, la terra della vita e del giorno eterni.– sulla terra invece regnerà vittorioso suo figlio Horus, il dio falco, che vendicherà il padre e ucciderà Seth. La religione egizia e le concezioni egizie sull'aldilà sono di un estremo interesse e sono contenute nel cosiddetto "Libro egizio morti", il cui vero titolo nella sua esatta traduzione, è "Il libro dell'uscita alla luce del giorno"; un titolo molto significativo, che noi occidentali con la nostra solita mentalità materialista e funerea, abbiamo tradotto in quell'altro modo.

Ma dicevamo di Iside. Come secondo passo (dopo quello del dolore furioso di Demetra) nella nostra ricerca sul tema che ci siamo proposti  abbiamo dunque il mito del pianto di Iside. È il mito della sofferenza e del pianto di un’altra Grande Dea, un dolore diverso ma anche questo proveniente da un'ancestralità di pensiero e che è profondamente fissato nell'inconscio collettivo religioso delle popolazioni del Mediterraneo; e che costituisce un altro tassello in questa nostro studio

 

 

Iside, la dolce sorella e  sposa di Osiride, piangendo ne ricerca e ne raccoglie i pezzi e li rimette assieme, cosicché Osiride possa rinascere.Il mito di Osiride e Iside e delle altre divinità del patheon egizio è narrato ne "Il libro dei morti degli antichi egizi"

II coro nella tragedia greca

Facciamo un altro passo. Niente meglio del coro delle tragedie greche può rappresentare e dare il senso della profonda partecipazione popolare e del sentimento collettivo che prende tutto il popolo di fronte al dolore della sua Grande Dea - quando sente in sé l'angoscia e la sofferenza per il Fato a cui è sottoposto, la sofferenza che gli viene dal suo essere nel mondo.
In tempi più tardi, il coro vi è anche nelle commedie e ma diviene un commento buffo della vicenda, volto a suscitare le risa. Ma nella sua originalità il coro è nella tragedia, anzi il coro è la tragedia.
Il coro sta a rappresentare plasticamente e in forma grandiosa la risonanza che una vicenda umana fatale ha nell'inconscio collettivo e nella coscienza di tutto il popolo. Tutta la comunità partecipa alla vicenda del singolo sottoposto al Fato e questo soprattutto quando questa vicenda è archetipica, quando cioè ripete un evento che riaccade sempre nella ciclicità del dramma umano, accompagnato da un'emozione profonda che, anch'essa, sempre si ripete. E che può essere così una sofferenza come, viceversa, una esplosione di gioia, di pienezza, di vita. L'individuo, in queste comunità arcaiche, non è mai il solo a soffrire (o a gioire), attorno a lui vi è la partecipazione collettiva di tutto il gruppo, anche perché a questo momento, forse, l'anima dell'individuo non si è ancora completamente sollevata, enucleata dall'anima del mondo.

   

Maschere della tragedia greca

 

 

Il coro, nella tragedia greca, commenta drammaticamente la vicenda che accade

 

Il coro nella tragedia greca è tutt'attorno e tutt'intento al protagonista e compartecipa alla sua vicenda – una vicenda esemplare, voluta dal Fato. La vicenda - la tragedia, il dramma, quella sofferenza, quel dolore - non appartiene solo al personaggio, è di tutto il popolo che, proprio perché fatale, già l'ha vissuta, già l'ha sperimentata tante volte, senza limiti nel tempo; e che, quindi, l’ha introiettata come archetipo. E tutto il popolo, ogni volta che il singolo si scontra con quell'evento, con quel Fato, rivive quel sentimento e il dolore, la sofferenza, il compianto – o la gioia - diventano corali. E sono violenti, terribili perché sono chiusi a ogni diversa prospettiva e orizzonte, così vuole il Fato.
 

 

Il volto intenso di due coriste

Il "coro greco" esprime dunque lo strato psichico collettivo profondo della comunità, è questa che tutta risuona e partecipa della vicenda archetipica che accade al singolo ed esprime con potenza all'esterno la passione collettiva per quell'accadere eterno, ripetitivo, archetipico. A sua volta, il singolo, nel suo vivere e sentire individuale, è in contatto e in colloquio con quella passione collettiva e archetipica e, quando il fatto gli accade, non fa altro che risuonarne Ma quella passione egli la riesprime all’esterno con potenza, perché si è riempito della passione collettiva e il suo sentimento ora ha la valenza del sentimento collettivo.
Nel filo del nostro discorso, nel comprendere la potenza della “statua che piange” (o che lacrima sangue) vogliamo, dunque, tener ben presenti questa coralità di compartecipazione di popolo e questa potenza e valenza del sentimento del singolo che in quella coralità è entrato e si è perso, ne è stato inghiottito.
 
Il pianto rituale funebre

L'opera di Ernesto De Martino "Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre al pianto di Maria" è lavoro di ampio respiro e acuto spirito di osservazione, che mostra in tutta la sua
potenza la coralità della sofferenza che da sempre si accompagna alla vicenda luttuosa singola presso le comunità integrate, e soprattutto quelle a cultura contadina, non ancora disintegrate in un contesto alienante di famiglia monocellulare, quale è quello dell'attuale società industriale e postindustriale e delle metropoli moderne. Una coralità espressa dal fatto che il lamento e il pianto non sono soltanto familiari ma sono collettivi, con l’accorrere intorno al morto e la la partecipazione al lutto di tutto il vicinato e di tutta la comunità.

Lamentatrice ("piagnona") in una cerimonia di pianto rituale

  Quella del lutto è un'esperienza del lutto archetipica e nessuno vi resta estraneo, vi è nel sottofondo il senso profondo del comune dramma umano che tutti unisce in un rapporto e in un vincolo di avvertita solidarietà. Un sentimento che nell’attuale società indubbiamente si è perduto.
Questa coralità partecipata è anche ritualizzata in modelli tipici di espressioni, di saluto, di canto, di gestualità e movimenti, che poi però – mano a mano che questo sentire profondo perde di autenticità - giungono a forme stereotipate, in cui permane solo il ricordo della tradizione e la forma esterna ed il lamento viene svolto da lamentatrici professionali, le prefiche.
Questo lamento funebre collettivo e ritualizzato serve proprio per consentire al singolo di superare la crisi personale - che altrimenti potrebbe essere insopportabile e distruttiva – e ad incanalarla e risolverla in modo controllato. Questo dice De Martino e sono questi il senso e l’interpretazione che egli dà nella sua opera ha dato al pianto rituale. Questa funzione terapeutica, però, nulla toglie all’aspetto corale e partecipato che hanno la manifestazione del lutto e la cerimonia del lamento e pianto né viene meno il carattere archetipico e collettivo che l’emozione esprime; che sono i punti che volevamo mettere in luce.
Anche se diffuso in molte contrade, il lamento funebre in Italia è tipico soprattutto delle terre che furono la Magna Grecia – un residuo anche dell’antico coro greco di fronte alla ineluttabilità del Fato, di cui abbiamo parlato sopra - e lì De Martino l'ha personalmente osservato e studiato nella sua famosa spedizione etnografica del 1950/56 in Basilicata.
 

Attorno al defunto si radunano i parenti, le comari, i conoscenti e tanti altri che, pur estranei alla cerchia del morto, hanno patito anche loro un lutto più o meno recente, che hanno ora occasione e modo, a motivo una loro labilità di fronte all'anima del mondo e alla sovrappotenza dell’emozione, di riesprimere e dare sfogo ad un sentimento che nel sottofon non li ha mai abbandonati e da cui ora sono ripresi.
Nella cerimonia prevale l'elemento femminile e tutto è rituale. Una delle lamentatrici prende la direzione del canto - saluti al morto, elogi, ricordi di tutte grandi cose che ha fatto, lamenti sulla triste condizione in cui ora è rimasta la sua famiglia, senza più il sostegno del defunto, e così via; il tutto secondo moduli standardizzati e solo nei punti necessari personalizzati al singolo defunto. Ma il lutto e il dolore ci sono e non è raro che il "pianto controllato" molte volte ceda il passo al pianto "irrituale", come lo chiama De Martino, un pianto, cioè, non più ritualizzato e incanalato nella rappresentazione cerimoniale ma vero e scomposto, con momenti anche di urlas e crisi parossistiche e agitate. E questo accade non solo ai parenti stretti ma anche agli estranei, quando intervengono e vi partecipano quelle persone a psiche labile e magari colpite da un altro lutto recente di cui si è detto.

La Chiesa cattolica ufficialmente è sempre stata contraria a questo residuo di paganesimo, come ha sempre considerato il lamento funebre; ma ancor oggi è possibile assistere a singolari episodi di una coesistenza contraddittoria e forzata, come il seguente, raccontato da un vecchio parroco di Pisticci.

 

Cerimonia funebre in un paese dell'Italia meridionale. Il nero degli abiti è espressivo del crudo dolore

Il compianto attorno al corpo di Cristo. La rappresentazione drammatica in questa scultura di ceramica del 1485, conservata nella chiesa di S. Maria della Vita di Bologna, esprime in tutta la sua crudezza il dolore vissuto dall'anima popolare

 

In occasione di un funerale, le lamentatrici intonarono il lamento nella Chiesa madre. Il parroco, che recitava un canto liturgico, accompagnaqndosi con l'organo, si rivolse risentito alle donne apostrofandole: “Insomma, o cantate voi o canto io”. Le donne lì per lì tacquero ma poi, trascinate dallatradizione che sentivano profondamente bell’animo, ripresero il canto e fu il buon parroco che dovette infine rassegnarsi a tacere e a lasciare che ancora una volta insorgesse, nel tempio di Cristo, questo modo arcaico di oltrepassare la morte. Anzi, un poco per celia, un poco perché vinto dalla seduzione di quella barbarica melopea, il buon parro­co si indusse anche lui ad accompagnarla con l'organo per qualche momento.

Ma fermiamoci qui. Anche questo elemento del lamento funebre corale e del pianto rituale supporta il discorso che stiamo conducendo e concorre a mostrare il sentimento ancestrale poten­te e ripetitivo, espressione del dolore e della sofferenza archetipiche, che si fissato nel profondo dell’'animo umano, da dove può riemergere con tutta la sua forza, dando luogo a manifestazioni straordinarie. 

L'avvento del cristianesimo 

La religione e l'ideologia cristiane hanno profondamente inciso su questa preesistente situazione di coralità pagana e di anima di popolo che hanno trovato e, in duemila anni di acculturamento secondo i suoi nuovi canoni e il suo insegnamento, l'hanno riplasmata e trasformata.

La crocifissione, basilica di S. Marco, Venezia. Il dolore e il pianto delle Marie e di S. Giovanni ai piedi della croce non è più quello crudo e violento della precedente cultura pagana

  Di fronte al lutto, alla perdita e al dolore, i precedenti canoni erano, li abbiamo visti, quelli della ira furiosa della Grande Madre, che percorre la terra con le faci ardenti in mano seminando flagelli; una posizione questa, però, già modificata nel mito del pianto dolente di Iside. Altro canone antico era quello dell'accompagnamento corale collettivo e del commento tragico e epico, dati dal coro greco e dal pianto rituale alla vicenda umana; un coro, un commento e un pianto chiusi a ogni orizzonte di speranza, perché così vuole il Fato e non se ne può uscire. Ulteriore canone è il dolore altrettanto disperato e cupo e la mancanza di prospettive che traspaiono dal lamento rituale funebre e questo perché, in quella concezione, la morte è la fine e chiude definitivamente la presenza, l'esserci della persona (che è morta).

Tutto questo è ribaltato dall'ideologia cristiana: il suo orizzonte è quello della resurrezione e del perdono e pertanto l'ira furiosa e il senso cupo e disperato della fine non vi hanno più posto e cedono il passo al pianto sommesso e addolorato; anche chi ha perdonato, anche chi crede nella resurrezione soffre e il pianto è lecito e umano. Inoltre la sofferenza e il dolore sono arrecati non da torti personali ricevuti - che vanno perdonati - ma dal male che è nel mondo e che fa soffrire non solo l’uomo ma, anche e ancor prima, la divinità, “suo padre” “sua madre”, che l’hanno generato.

Il male che c'è nel mondo - il male che avviene o viene fatto all'altra persona, al prossimo, all'umanità - fa soffrire la divinità; ma, poiché colpisce l'uomo e lo fa soffrire, tanto più questa sofferenza ha risonanza nel suo animo, quando egli entra in contatto con il suo strato profondo del sacro e lì sente risuonare, accanto e insieme al proprio dolore, quella della divinità. E vorrei qui sottolineare che la divinità ora soffre non per un torto che l'uomo ha fatto ad essa, come era nella mitologia pagana (oltretutto la divinità è irraggiungibile), ma per il male che l'uomo fa all'altro uomo, al suo simile: è questo il male secondo i nuovi canoni introdotti dal cristianesimo. Indubbiamente, un bel salto di qualità e un grande progresso morale.

Nonostante le molte rappresentazioni artistiche, anche di autoei famosi medievali e rinascimentali, nelle quali il dolore delle tre Marie, che seguono Gesù nella Via crucis, poi ai piedi della croce, quindi nella deposizione, viene espresso in forme di terribilità e di dolore esacerbatoe inconsolabile – forme che richiamano più il lamento funebre pagano disperato che 1'insegnamento di resurrezione cristiano - in nessuno dei quattro Vangeli vi è cenno di questo dolore t ribile e disperato, quasi senza via di uscita, di questo "lamento funebre rituale". Solo in Luca abbiamo, nel racconto della Via crucis, queste poche, significative parole: "Lo seguiva una gran folla di popolo e donne che si battevano il petto e che piangevano. Giratosi verso di loro Gesù disse: -Figlie di Gerusalemme non piangete per me, piangete pi tosto per voi stesse e per i vostri figli ... perché se fanno questo al legno verde, che cosa accadrà a quello secco? -".In questo passo c'è tutta la trasformazione e il nuovo modello dipinto e di dolore secondo la nuova dottrina: dolore e pietà devono esservi non per la morte fisica ma per la morte allo spirito, apportata dal peccato. Abbiamo detto che il "peccato" è il male fatto prossimo, all'altro uomo; il peccato è il male che c'è nel mondo. Adesso è questo che fa soffrire la divinità e non è il rapimento della figlia, come nel mito di Demetra e Persdegone, o la morte di chi come Osiride è chiamato a rinascere. La sofferenza di Dio, di sua madre è per il male chec’è nel mondo e che porta sofferenza a suo figlio, l’uomo. Questo è il nuovo modello ed è questo che fa piangere l’Essere divino.

 

Particolare della "deposizione di Cristo" di Taddeo Gaddi

E tuttavia, accanto a questo nuovo modello, convivono con esso e vi si mischiano sempre sincretisticamente formae mentis arcauiche sopravvissute della cultura passata; nulla muore di quello che è psichico e archetipico.  

Concludendo, possiamo ora dire che la sofferenza e il pianto che sgorgano dal profondo e dall'anima collettiva e dallo strato arcaico di sacro che è in noi quando entriamo contatto con essi, si esprimono potentemente all'esterno con una coralità di emozione e di sentimento, che richiamano dal fondo tutto un mondo antico. L’animo dell’uomo, quando avverte e recepisce questa anima collettiva e questo sacro – quando nel dolore sente non la sua sofferenza ma quella della divinità - li incorpora, ne è invaso e poi li proietta potentemente fuori sé, in forme drammatiche e anche psicocinetiche – e qui,accanto all’antropologo e allo stdioso del fenomeno religioso interviene il parapsicologo. Questo è il modello.

Le espressioni artistiche del nuovo modello 

Nel nuovo mondo cristiano il senso della sof­ferenza e del dolore, e, in particolare, quello della sofferenza della divi­nità ("l'uomo fa soffrire Dio con i suoi peccati"), sia pure con questa riplasmazione e diversa visuale, sono sempre presenti nel sentimento collettivo e nell'anima del popolo. Gli artisti, che nella loro trance artistica entrano in contatto con questa anima collettiva, con il Transpersonale e l'inconscio superiore, sono quelli che mirabilmente sen­tono ed esprimono con potenza questa sofferenza e questo dolore.

Nel campo letterario sono da ricordare, per la crudezza della sofferenza che esprimono,   le "Laudi" di Jacopone da Todi, delle quali riportiamo alcuni passi (di più non è possibile) dello "Stabat Mater"; è in latino facile comprensione.

"Stabat Mater dolorosa /      iuxta crucem lacrimosa /      dum pendebat filius /
... Quis est homo qui non fleret /      matrem Christi si videret /      in tanto supplicio? /
..Pro peccatis suae gentis /      vidit I0esum in tormentis /      et flagellis subditum /
Vidit suum dulcem Natum /      morientem, desolatum /      cum emisit spiritum/.
Eia, mater, fons amoris /      me sentire vim doloris /      fac, ut tecum lugeam/.
Fac me vere tecum fere, /      Crucifixo condolere /      donec ego vixero/.
Fac me tecum plangere /      fac ut portem Christi mortem/      passionis eius sortem /
et plagas recolere/      Fac me plagis vulnerari /      truce fac inebriari /      in amore Filii... "
 

E, sempre di Jacopone, non possiamo non citare anche alcuni passi, veramente corali, del canto che racconta di quando annunciano a Maria che il Figlio è stato preso e viene condotto a morte.
 
"Donna del paradiso, lo tuo figliolo è priso../ .      Accurre donna e vide / che la gente l'allide; /
credo che lo si occide, tanto l'o' flagellato "... /      "Como esser porria / che non fece follia ? / ...
Succurri Maddalena /      ionta m'è addosso pena" / ...     "Succurre, donna, adiuta /
ca' al tuo figlio se sputa"
"O Pilato non fare/.. el figlio meo tormentare... " /       "Crucifige, crucifige ! Omo che s'è fatto rege... "/
"Prego che m'entennate /      al meo dolor pensate../      O figlio, figlio, figlio /figlio amoroso giglio /
figlio, chi da consiglio /      al cor meo angustiato ?/      Figlio, occhi iocundi /figlio co' non respundi ? /
Figlio perché t'ascundi /      al petto ò sì lattato ?/      O cruce, che farai? / el figlio meo torrai? /
Lassatel'me vedere /      com'en crudel finire /      tutto l'o' ensanguenato... "

 

Il poeta e frate francescano Iacopone da Todi

Statua della Madonna addolorata. Il vestito tutto nero, le sette spade che le trafiggono il cuore, pur nel fasto e nella ricchezza spagnolesca dell'abito, mostrano la crudezza del dolore

  In tema rappresentazioni artistiche, ci vengono a mente, nell'arte pittorica e statuaria, le scene della Passione di Cristo e alcune raffigurazioni della Madonna nell'arte popolare, ad esempio quelle dell'Addolorata con il cuore trafitto da sette spade e sanguinante. C'è statua, nel duomo di Bitonto, che la rappresenta plasticamente in questo dolore arcaico, con un ricco vestito di un barocco spagnolesco ma tutto terribilmente in nero, come sono i vestiti e lo scialle delle donne del sud in lutto; il cuore esposto è sanguina, trafitto dalle sette spade, il volto è atteggiato a un indicibile dolore.
Questo è il sentimento popolare e gli artisti, in immediata sintonia con esso, lo esprimono in modo stupendo; e ci confermano che anche bella nuova riplasmazione e visuale cristiana, l’ancestrale pianto e dolore delle antiche genti della Magna Grecia vive ancora nel cuore e nell’anima e nel sentire del popolo.
All'esplosione esterna dell'emozione consegue la manifestazione parapsicologica (psicinetica) ed ecco il pianto, di lacrime o addirittura di sangue, della statua o dell'effige sacra.
Se ora riassumiamo tutte le premesse sopra fatte (dalla furia terribile della Dea Madre orbata della figlia, al pianto di Iside, dal cupo coro de: tragedie greche al lamento funebre rituale e corale delle terre dell’Italia del sud, dal pianto delle Pie Donne a quello sommesso di Maria, dalla rappresentazione corale che di questo pianto ha fatto Jacopone alle figure tragiche dell'Addolorata dell'arte popolare), possiamo comprendere quale e quanto è, ancor oggi, il senso della sofferenza e del pianto che circola nell'inconscio collettivo e che l'uomo avverte nel profondo dell'anima; quale e quanto è il dolore e la sofferenza che risalgono in lui dal Sacro che soffre a causa male che c’è nel mondo. Sono sentimenti ed emozioni fortissimi, che fanno vibrare l'artista ma anche che, ed è questo che ci interessa in questo studio, scatenano tanti fenomeni quando l'uomo viene in contatto ed entra in sintonia con questo dolore, con questa sofferenza, con questo strato profondo del sacro.

La statua della Madonna di Civitavecchia che ha pianto più volte e per lungo tempo dal 1995 

  Se dunque, in questa condizioni di dolore, sofferenza e pianto profondame sentiti dall’inconscio popolare, sul luogo c’è una persona che, per una sua frattura psicologica, entra anche involontariamente in sintonia e collegamento con questa “sofferenza del sacro”, scatenata per un fatto ivi avvenuto e che simboleggia e esteriorizza il male; e se questa persona ha anche capacità paranormali, ideoplastiche, psicocineche, capacità di tradurre nel mondo a livello fisico quel sentimento con cui è entrato in contatto, ecco allora emergere dal profondo tutta la potenza di una eozione, che si concretizza in imponenti fenomeni come quelli della Madonna che piange, lacrme o, più barbaricamente se è più barabrica la mentalità del luogo, anche sangue.
Il fenomeno (della “Madonna che piange”) non fa altro che esprimere per via paranormale PK quella sofferenza che vi è nello strato profondo del Sacro. La Madonna piange per il male fatto al Figlio, per il male che è nel mondo, per il male che l'uomo fa all'uomo - culturalmente inteso come "peccato" - e che fa soffrire il Figlio.
E poi c’è il fenomeno della Madonna che sanguina, le cui lacrime sono di sangue, dal cui cuore trafitto, dal cui corpo gocciola sangue. Ritengo che questo secondo fenomeno - che pure è stato constatato - sia correlato a personalità (aventi doti psicocinetiche) ancora più arcaiche e che sia espressione di una mentalità e di un mondo ancora più antichi, più profondi, che fanno emergere uno strato di Sacro ancor più ancestrale, quasi barbarico, ancor più sottostante e precedente ma sempre sincretisticamente esistente e pulsante nell'animo dell'uomo.
 
 

Il volto della Madonna piangente di Civitavecchia

Bibliografia

M. Grant J. Hazel Dizionario della mitologia classica SugarCo Milano, 1986
N.Turchi Le religioni dei misteri nel mondo antico Melita Genova 1987
H.M.R. Leopold La religione di Roma Melita Genova 1988
R. Del Ponte Dei e miti italici, E.C.I.G., Genova, 1986
G. Kolpaktchy Il libro dei morti degli antichi egizi Ceschina Milano
E. De Martino Morte e pianto rituale Boringhieri Torino 1975
Iacopone da Todi Laude Latérza Bari 1980
U. Dettore Modello N Mediterranee Roma 1989
F. Masi Ma cos'è questa parapsicologia? in Rassegna di Studi psichici anno 2 n. 1
F. Masi Inconscio collettivo, inconscio transpersonale, inconscio superiore, inconscio adimensionale in Quaderni di medicina marchigiana 1989
 

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