|
I
SIMBOLI DEL SACRO:
UNA ANALISI SBAGLIATA DI
FREUD PARTE PRIMA, IL LINGUAGGIO DEI
SIMBOLI |
|
Felice Masi |
La Ricerca psichica, anno V, 1998, n.
1 |
|
La modalità propria di espressione della
psiche, e in particolare di tutto il mondo profondo inconscio, è il
simbolo: è questo lo strumento del suo linguaggio; la psiche parla -
e da quel suo profondo ci parla - non per parole o concetti ma per
simboli. Questo fu subito, magistralmente intuito da Freud nel suo
lavoro di penetrazione nel mondo psicologico, prima in clinica
neuropsichiatrica - anche se qui si dovrebbe, più
correttamente, parlare di sintomo neuropsichiatrico e non di
simbolo; si tratta infatti di un segno "afferrato" dal medico
razionale e non dal poeta, dall'artista - e poi, in seguito e
conformemente a quella che era la sua vera vocazione, nell'analisi
delle altre manifestazioni psicologiche dell'uomo, a cominciare dal
sogno. Infatti, l’inconscio, quando la sua carica sale di livello
nel sonno, si esprime attraverso il sogno; e qui “parla” di quello
che vuole dire - emozioni, sentimenti, stati d'animo; quello che gli
urge, i propri contenuti, le pulsioni che viole scaricare, gli
stati affettivi che lo commuovono – mediante la rappresentazione
scenica onirica fatta per simboli. Hanno un valore di simbolo i
quadri che l'artista dipinge, e anche quelli medianici, perché
esprimono la visione che l'autore e
il |
|

Wassily Kandinski Piccoli mondi
III |
|

Jackson Pollock
Number 4, 1948, Gray end Red |
|
medium hanno ed esprimono,
appunto in quel quadro e con quel simbolo, il mondo che essi vivono
Ma, venendo a
Freud, voglio servirmi delle stesse parole del Maestro di Vienna:
"Il sogno si serve di questo simbolismo per la rappresentazione
mascherata dei suoi pensieri latenti" (S. Freud
"L'interpretazione dei sogni”, Boringhieri Torino,
1973, p. 326).Poco prima (p. 319) aveva detto: "Silberer ha
indicato un buon modo di osservare in
un modo diretto la
trasformazione dei pensieri in immagini
|
|

Faroxis La città del
futuro (dipinto medianico, ripreso da P. Giovetti "Arte medianica",
ed. Mediterranee) |
|
nella formazione del sogno
(..) in stato di affaticamento: gli succedeva spesso che il pensiero
gli sfuggisse e comparisse in sua vece una immagine nella quale
poteva riconoscere il surrogato del pensiero precedente".
Una
osservazione veramente magistrale quella di Silberer, la cui analisi
del simbolismo e del suo processo di formazione hanno grandemente
influenzato grandi personaggi come Jones, Ferenczi e lo stesso
Jung.
Sempre in Freud, nell'altra sua
maggiore opera "Introduzione al psicanalisi", a pag 111
dell'e-dizione Boringhieri 1974, leggiamo: "Trovate qui un nuovo
tipo di relazione tra l'elemento onirico manifesto e quello latente
(n.d.A. Il contenuto manifesto del sogno sono le immagini e il
racconto del sogno per come appaiono; il contenuto latente - quello
importante e da decrittare - è quello che risulta dall'analisi
(dall'interpretazione) ed è quello che contiene e ci dice il vero
di. scorso che l'inconscio vuole fare).
|
|
Il primo non è tanto
una deformazione del secondo quanto una sua rappresentazione, una
raffigu-razione plastica concreta, che prende lo spunto dal
significato letterale delle parole (..) Considerando che il sogno
manifesto consiste prevalentemente di immagini visive e più
raramente di pensieri e parole, si vede subito che a questo tipo di
relazione spetta una partico-lare importanza per la formazione del
sogno". "Il terzo risultato del lavoro onirico (n.d.A. I primi
due sono la condensazione (processo onirico per il quale più
pensieri e istanze psichiche vengono espresse con una sola immagine
simbolica o con un solo sogno) e lo spostamento (il processo col
quale il sentimento connesso a una figura viene trasposto su
un'altra, per renderlo irriconoscibile. Al pari della deformazione
espressione della censura onirica ) quello più interessante dal
lato psicologico. Esso consiste nella trasposizione di pensieri in
immagini visive" (ibidem, p. 158). Queste immagini visive così
espresse sono, appunto, non immediatamente rappresentative ma
simboliche del contenuto onirico. Peraltro, nella concezione e
nel modo di vedere di Freud c'è una limitazione. Tutto ristretto
nell'orizzonte (angusto) di una visione che fonda interpretazioni,
simboli e quant'altro solo e sempre su istanze sessuali e su vissuti
personali (che esprimerebbero, ancora una volta, solo e sempre le
istanze e l'angoscia della loro
repressione), il Maestro di Vienna non riesce a cogliere l'ampiezza |
|
 |
 |
|
e il grande respiro della vera funzione della rappresentazione
onirica e quindi dei suoi simboli: quella finalistica. Egli non
percepisce il finalismo che il sogno per-segue e il fatto che in
questo finalismo viene superata anche l'esperienza personale, per
attingere a un patrimonio comune di esperienze umane antichissime,
ripetute nel tempo ed eterne, e che si sono depositate e sedimentate
in un inconscio di natura collettiva. Ma non poteva essere
diversamente, come per tutti i grandi precursori, i tempi non
possono essere anticipati.
b) Jung
Il grande significato ma anche
questa limitatezza della concezione freudiana sono ben poste in
risalto da C.G. Jung, "il Professore di Zurigo", il quale nel suo
scritto "Considerazione generale della psicologia del sogno"
(riportato nel vol.VIII° del Corpus junghiano maggiore "La dinamica
dell'inconscio", edizione Boringhieri, Torino, 1976, p. 260) così ne
parla: "Applichiamo al materiale disponibile la concezione
causale di Freud, ossia interpretiamo questo sogno come dice Freud.
Il giorno precedente al sogno ci si è lasciati dietro un desiderio
insoddisfatto. |
|
Questo desiderio viene appagato
nel sogno sotto il simbolo della scena della mela (n.d.A. In
questo passo Jung stava discutendo il seguente sogno di un suo
giovane paziente: "Sono in casa d'altri, in un giardino e colgo
una mela da un albero. Mi guardo attorno attentamente affinché
nessu-no mi scorga" (ibidem, p.259). Ebbene, perché questo
appagamento si verifica velatamente, ossia mediante un’immagine
simbolica anziché in un chiaro pensiero sessuale? Freud rimanda
all'elemento di colpa innegabilmente presente in questo materiale
(onirico, n.d.A.) e dice: <E' la mo-ralità imposta al giovane fin
dall'infanzia e che tenta di reprimere i desideri del genere a
im-primere il marchio di sgradevolezza e di insopportabilità al
desiderio naturale. Perciò il pen-siero penoso rimosso non può
esprimersi che simbolicamente. Dal momento che questi pensieri sono
incompatibili con il contenuto morale della coscienza, un’istanza
psichica ipotizzata da Freud, e da lui definita con il termini di
"censura", bada a che questo desiderio non penetri nella coscienza
senza mascherarsi.
|
 |
|
Assolutamente i simboli non
hanno carattere sessuale primario come vorrebbe Freud. Tantissimi
sono gli esempi di simboli primariamente sacri. Negli esempi
riportati, la bilancia come simbolo di giustizia e di giustizia
divina (nel secondo disegno, la "pesatura dell'anima" del
sacro egizio), e poi la stella di David, che rappresenta la
collettività religiosa ebraica, il "popolo eletto", l'occhio di Dio
che vede tutto (l'occhio di Osiride; nella religione cristiana,
l'occhio è invece inserito nel triangolo della Trinità),il cuore,
simbolo dell'amore. E ancora, la croce, la svastica solare dei
popoli nordici e scandinavi, la svastica nazista che ha invertito le
braccia laterali ed è quindi un "sole nero"
|
|
|
Naturalmente sono importantissimi i simboli
sessuali (qui sopra il linga maschile che penetra la yoni femminile)
perch* so il simbolo della forza creatrice della
vita |
|
La considerazione fnalistica del sogno, che
io contrappongo alla concezione freudiana, significa non una
negazione delle cause del sogno ma una diversa interpretazione dei
materiali raccolti in riferimento al sogno. I fatti, cioè i
materiali, rimangono gli stessi; quello che cambia è il metro con il
quale si misura. La questione può essere enunciata semplicemente
così: a che serve questo sogno? Quale effetto vuole ottenere?
Porsi queste domande non è arbitrario dal momento che possiamo
formularle a proposito di tutte le attività psichiche. In ogni caso
ci si può domandare quale è la ragione e quale il fine, perché
ogni struttura organica consiste in una costruzione complessa di
funzioni finalizzate e ogni funzione va disgiunta anche in una serie
fatti singoli orientati verso un fine".
Dalla psicologia e psicanalisi alla
metapsicologia
Tuttavia, a voler essere obiettivi,
anche per Freud queste raffigurazioni visive in cui consiste il
sogno non sempre sono delle semplici immagini rievocative di vissuti
personali del sognatore ma sono anche delle vere e proprie
espressioni aventi un valore in sé, che spesso superano l'esperienza
personale di colui che ne fa uso; e, inoltre, esse attengono a tutto
l'ambito psicologico e non solo al sogno Leggiamo infatti ne
L'interpretazione dei sogni (op.cit. p.325) "Bisogna chiedersi se molti di questi
simboli non si presentano come segni della stenografia,con un
significato abbozzato una
volta |
|

Illustrazione dalla fiaba popolare tedesca "Il diavolo e il
contadino". (metafora e simbolo de "il contadino ne sa una più del
diavolo")
|
|
per sempre (..). A questo proposito va osservato
che tale simbolismo non appartiene in modo esclusivo al sogno ma
alla rappresentazione inconscia, soprattutto del popolo e lo si
ritrova, più compiuto che nel sogno, nel folklore, nei miti, nelle
leggende, nelle locuzioni, nella saggezza dei proverbi e nelle
battute popolari correnti. Dovremmo dunque oltrepassare di
molto il compito della interpretazione del sogno se volessimo
rendere giustizia al significato del simbolo". |
|
Illustrazione dalla fiaba
popolare tedesca La strega e il cavaliere dell'indovinello"
(metafora e simbolo delle scelte fatali da vincere nella
vita)
|
|
Freud, in questo modo, estende quella che
era soltanto una interpretazione dei sogni, fatta per di più a
fini clinici, e tenta una interpretazione dell'effettivo significato
latente nelle più diverse manifestazioni culturali dell'uomo al di
là del loro modo manifesto di apparire. Lo fa, appunto, attraverso
una decodi4azione - anzi un tentativo di decodificazione, che
però resta del tutto suo personale - dei simboli e del simbolismo
attraverso cui tali manifestazioni appaiono tra gli uomini, condotta
sulla base dei criteri ricavati dalla sua esperienza fatta con i
suoi malati e con i loro sogni. Un allargamento, direi dunque,
arbitrario da un ambito anche competente - quello della clinica
medica psicologica e del singolo malato, con la sua singolare
esperienza e il suo '' personale vissuto - a un ambito senz'altro
diverso - quello non patologico ma "normale" (cioè rientrante
nella norma) e collettivo, superindividuale, addirittura
border line come,
in definitiva, è il numinoso - che richiede criteri ed ampiezza di
vedute, una Weltanschauung, ben diversi. |
|
 |
|
Di tale decodificazione e interpretazione,
pertanto e purtroppo, egli fa dunque largo uso non solo in clinica
psicoanalitica - dove sono legittime, sia pure con molte riserve
circa la sua limitata e ossessiva chiave di lettura sessuale- ma
anche in tutta la sua metapsicologia - con la quale pretende di analizzare
le grandi e universali costruzioni della civiltà e anche del sacro
dell'uomo - e qui sono molto meno legittime, anzi del tutto
inappropriate. Basta pensare a quella discutibile opera che è il suo
L'uomo Mosè e la religione monoteistica (edizione italiana
Boringhieri, Torino, 1977), un romanzaccio" fantastico e
fantastorico. Le sue costruzioni, qui, hanno le gambe alquanto di
argilla e il clinico Freud, uscito fuori dal campo medico che gli è
proprio, mostra tutta una unilateralità di tesi e una
arbitrarietà di illazioni e conclusioni, come di chi vuole forzare
le cose e piegarle pregiudizialmente alle proprie teorie.
Pregiudizi positivisti (di quel positivismo che allora dominava la
scienza e la cultura) e teorie ottocentesche un po' vecchiotte - gli
uni e le altre, dunque, chiaramente
datate. |
|
Freud e la religione
Veniamo così a quel potente fenomeno umano che è la
religione (diciamo “umano” nel senso che lo troviamo nell'uomo e lo
studiamo nell'uomo; facciamo astrazione dal suo aspetto, anzi
natura, trascendente), un campo che ci interessa particolarmente
soprattutto in questo articolo. Al riguardo, leggiamo di Freud i
seguenti passi, tratti da L'avvenire di una illusione (Boringhie-ri,
Torino, 1971). "Prendiamo in considerazione la genesi psichica
delle rappresentazioni religiose. Queste (...) non sono precipitati
dell'esperienza o risultati finali del pensiero, sono illusioni,
appagamen-to dei desideri più antichi, più forti, più pressanti
dell'umanità; il segreto della loro forza è la forza di questi
desideri. La terribile impressione di impotenza del bambino ha fatto
sorgere il bisogno di protezione - protezione tramite l’amore - cui
il padre ha provveduto; il riconosce-re del perdurare dell’impotenza
nel corso dell'intera vita ha causato il mantenimento
dell'e-sistenza di un padre, questa volta tuttavia più
potente (n.d.A. Notare l'assolutezza delle affermazio-ni. Una
rigidità di pensiero e una assoluta assenza di problematicità che
ben denota una sottostante radice nevrotica).
|
|
"Mediante il benigno governo della Provvidenza divina,
l'angoscia di fronte ai pericoli della vita viene calmata,
l’istituzione di un ordine morale universale assicura l’appagamento
dell’esigenza di giustizia, ( ..), il prolungarsi dell'esistenza
terrena mediante una vita futura istituisce la struttura
spaziale (n.d.A. Ci stupiamo enormemente che lo psicologo Freud
consideri la dimen-sione esistenziale del post mortem una
"struttura" (cioè un luogo) "spaziale e temporale". Ma non ce ne
stupiamo più se pensiamo che una tale affermazione proviene da chi
ha scritto "L'uomo Mosè...") in cui questi appaga-menti di
desideri devono trovare il loro compimento (n.d.A. Ci si domanda
da dove proviene que-sta "esigenza" e perché l'uomo dovrebbe averla)
(..); è un enorme sollievo per la psiche individuale che i
conflitti del periodo infantile derivanti dal complesso paterno e
mai completamente superati vengano ad essa sot-tratti e portati a
una soluzione accettata da tutti" (pag. 150). "Viene in
tal modo, costituito un tesoro di rappresentazioni, nate dal bisogno
di rendere sop-portabile l'umana miseria, edificate con il materiale
dei ricordi dell’impotenza sia della pro-pria infanzia che di quella
del genere umano" (pag. 159).
|
|

Divinità terrifica, simbolica del padre che
punisce |
|

Divinità benevola, simbolo del padre che protegge e
premia |
|
"Il popolo che per primo riuscì ad attuare una tale
concentrazione degli attributi divini fu non poco fiero di questo
progresso. Esso aveva portato alla luce il nucleo paterno che da
sempre era rimasto nascosto dietro ogni figura divina;
fondamentalmente si trattò di un ri-torno alle origini storiche
dell'idea di Dio. Ora, poiché Dio era uno solo, le relazioni con lui
potevano riacquistare l’intimità e l'intensità del rapporto fra
bambino e padre" (pag. 160) "II compito principale della
civiltà (..) è di difenderci contro la natura. Per taluni aspetti la
civiltà vi riesce fin da adesso abbastanza bene e, manifestamente,
farà molto meglio in segui-to. Ma nessuno cede all'illusione di
credere che la natura sia ormai soggiogata; pochi osano sperare che
possa essere del tutto soggetta all’uomo. Gli elementi sembrano
irridere a ogni opposizione umana. Ecco la terra che trema, si
squarcia e seppellisce tutto ciò che di umano e di prodotto
dall’uomo esiste, l’acqua che sollevandosi inonda e sommerge tutto,
la tempe-sta che lo spazza via. Ecco le malattie (..), ecco infine
l'enigma doloroso della morte contro la quale nessun farmaco è stato
trovato ancora né, probabilmente, lo sarà mai. Con queste forze
elementari la natura si erge contro di noi, immensa, crudele,
spietata, torna a porci dinanzi agli occhi la nostra debolezza e
l'impotenza che pensavamo di eludere con le opere civili (..).
|
|
Questa situazione non è nulla di nuovo, ha un
modello infantile, ne è propriamente solo la con-tinuazione; già una
volta, infatti, ci siamo trovati altrettanto inermi, da bambini
piccoli, di fronte ai genitori che avevamo ragione di temere,
soprattutto il padre, benché fossimo sicuri della sua protezione
contro i pericoli che allora conoscevamo. Fu dunque naturale
assimilare le due situazioni. Inoltre, come nella vita onirica, il
desiderio vi trovò il suo tornaconto. Un presentimento di morte
assale colui che dorme, vuole trasportarlo nella tomba, ma il lavoro
onirico sa scegliere la condizione per cui perfino tale evento
temuto si trasforma in appaga-mento di desiderio: il sognatore si
vede in una antica tomba etrusca, nella quale è sceso felice di
soddisfare i propri interessi archeologici. Similmente l'uomo non
trasforma le forze della natura semplicemente in uomini con cui
possa avere relazioni, cosa che non sarebbe conforme all’impressione
schiacciante che ne ha, bensì dà loro il carattere del padre, ne fa
degli Dèi, si conforma in ciò non solo a un modello infantile, ma
anche (..) a un modello filogenetico" (pagg. 155 - 159).
Ecco dunque cosa sono per Freud Dio e la religione, anzi il
Sacro: una semplice rappresenta-zione gratificazione simbolica,
senza nulla di sostanziale alla base se non le vecchie remini-scenze
e paure, una rappresentazione del tutto illusoria, perché frutto
solo del nostro desiderio, un'illusione che noi ci creiamo, derivata
dalla figura del padre - una figura immane e potentis-sima per il
bambino – che protegge e punisce, dal suo amore dipende tutto. La
sua immensità sovrasta il figlioletto, che è soggetto a lui e ai
suoi voleri; ma, nel contempo, è anche una po-tenza protettiva, in
cui il bambinetto può rifugiarsi di fronte alle minacce provenienti
dal mondo esterno. Il ricordo di pregresse situazioni angoscianti
che da bambini a motivo di tale figura ab-biamo vissuto o,
viceversa, abbiamo potuto superare - ricordo fissatosi nell'oscuro
profondo delle nostre paure inconsce - viene irrazionalmente ma
irresistibilmente richiamato quando da adulti ci troviamo in
analoghe situazioni emotive in cui ci sentiamo schiacciati dalla
realtà. una realtà ostile o fortunata, comunque sovrappotente e
incomprensibile, che incombe su di noi. Per Freud, quindi, Dio
non è che una illusoria proiezione della figura paterna da noi
sperimen-tata favorevolmente nell'infanzia; in questo modo e con
questa equazione e questo simbolo - che mascherano soltanto una
illusione nevrotica - possiamo uscire da una angoscia di pericolo e
di impotenza, facendo uso dello stesso meccanismo di difesa "padre
terribile ma protettivo" da noi ben conosciuto, perché aveva
funzionato così bene nella nostra infanzia; ma è solo un sim-bolo e
una illusione, di per sé
inesistente. |
"I flagellanti", dal
film "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergaman. E' un altro simbolo
della paura e desiderio di espiazione di fronte a un padre visto
come punitivo |
|
Se poi parallelamente veniamo alla religione, ecco quanto sempre
Freud dice di essa. (Introdu-zione alla psicanalisi, op. cit., pagg.
556-557): "La religione, per contro, è un immenso potere che
ha a sua disposizione le più forti emozio-ni degli uomini (..).
Fornisce loro nozioni sulla provenienza e sulla genesi
dell'universo, assi-cura protezione e felicità finale nelle alterne
vicende della vita e guida le azioni e i pensieri con precetti che
hanno la forza della sua grande autorità. Assolve quindi a tre
grandi funzio-ni: con la prima soddisfa la sete umana della
conoscenza; alla sua seconda va il merito della maggior parte della
sua influenza (..) placa l’angoscia degli uomini di fronte ai
pericoli e alle alterne vicende della vita (..), assicura loro una
felice conclusione e offre conforto nella sventura (..). Nella sua
terza funzione, nel dar precetti e nell’emanare divieti e
limitazioni, la religione si allontana maggiormente dalla scienza"
(nella quale Freud, beato lui, sembra vedere la so-luzione di
tutti i nostri guai e la risoluzione delle nevrosi; n.d.A.).
Conclusivamente, per lui la religione non è altro che una nevrosi
di massa, frutto delle pregresse situazioni e paure che abbiamo
vissuto. Un meccanismo di difesa, insomma, come ce ne sono altri. E,
soprattutto, una illusione senza avvenire e della quale, grazie alla
scienza, ci libereremo. |
|
Stiamo aspettando
ancora l'avverarsi di questa "profezia" del Maestro di Vienna; ma ci
sembra piuttosto che oggi, crollati i regimi ateistici, la ricerca
del Sacro da parte dell'uomo del Duemila, sia rifiorita più forte
che mai, mentre "la scienza" mostra sempre di più la sua limitatezza
di fronte alle grandi domande (interrogativi ed esigenze)
dell’uomo.
Arriviamo così alla
sua conclusione, che è la seguente (ibidem, pagg. 557-558): "La
dottrina è dunque che l'Universo è stato creato da un essere simile
all’'uomo ma ingigantito sotto tutti gli aspetti -
potenza,
saggezza, intensità delle passioni -, da un superuomo idealizzato
(..). Il passo successivo ci è reso facile dal fatto che questo Dio
creatore viene chiamato senza ambagi "Padre ". La psicanalisi
ne desume che si tratta realmente del padre, un padre
magnifico, quale appariva una volta al bambino (..). La stessa
persona alla quale il bambino deve la sua esistenza, il padre (..)
lo ha anche protetto e sorvegliato quando era debole, inerme,
esposto a tutti i pericoli che erano in agguato nel mondo esterno;
sotto la sua tutela egli si è sentito sicuro. Diventato adulto,
l'uomo sa, è vero, di essere in possesso di forze
maggiori (di quando era bambino;
n.d.A.) ma anche la sua
comprensione dei pericoli della vita si è accresciuta ed egli ne
trae giustamente la conclusione di essere rimasto, in fondo, ancora
così inerme ed indifeso come lo era nell'infanzia, di essere ancora
un bambino di fronte al mondo. |
Nell'idea di Freud, l'individuo,
anche da grande, si porta sempre dietro l'immagine di sé come un
bimbo davanti a un padre-Re strapotente e su questa immagine
si costruisce la figura di un Dio altrettanto onnipotente e che deve
ingraziarsi |
|
Neanche adesso vuole rinunciare alla protezione di cui ha
goduto da piccolo (..). Ricorre dunque all’immagine mnestica del
padre, da lui tanto sopravvalutato nell'infanzia, lo innalza a
divinità e lo trasporta nel presente e nella realtà. La forza
affettiva di questa immagine mnesti-ca e il perdurare del suo
bisogno di protezione sostengono la sua fede in Dio" (n.d.A. Si
vede benissimo che queste parole vengono da una persona che non ha
l'esperienza della fede e del Sacro. E, non avendone l'esperienza,
non può parlarne. Il fatto è che Freud ha preteso di portare la sua
esperienza clinica fuori di questa e in campi che trascendono
completamente l'opera clinica).."Anche il terzo punto
fondamentale del programma religioso, l'esigenza etica, si inserisce
senza sforzo in questa si-tuazione infantile (..). Lo stesso padre
(l'istanza parentale) che ha dato al bambino la vita e la ha
protetto dai suoi pericoli gli ha anche insegnato che cosa è lecito
fare e da che cosa si deve astenere, lo ha istruito ad accettare
determinate limitazioni dei suoi desideri pulsionali (..). Mediante
un sistema di premi dati con amore e di punizioni, il bambino viene
educato alla co-noscenza dei suoi doveri sociali, gli viene
insegnato che la sua sicurezza nella vita dipende dal fatto che i
genitori, e poi anche gli altri, lo amino e possano credere nel suo
amore per loro. L'uomo introduce in seguito tutti questi rapporti
inalterati nella religione.
|
|
I divieti e le richieste dei genitori continuano a vivere nel
suo intimo sotto forma di coscienza morale (n.d.A. Veramente
l'insegnamento sociale e anche parentale sono piuttosto per
l'arrivismo e l'individualismo, per 1'autoffennazione e il farsi
valere. L'istanza morale è un valore che l'uomo si trova
misteriosamente nel cuore. Vedi anche Gianni Vicari L'istanza morale
in "La Ricerca psichica" n. 2/ 1995); con l'aiuto dello stesso
sistema di ricompensa e punizione Dio regge il mondo degli
uomini;(…) nell'amore verso Dio e nella coscienza di essere da Lui
amato, è fondata quella sicurezza che costituisce l'arma contro i
pericoli del mondo esterno e del proprio ambiente umano. Infine,
nella preghiera l'uomo si assicura una influenza diretta sulla
volontà divina e quindi una partecipazione all'onnipotenza divina
(n.d.A. Nulla è più lontano di queste parole dalla psicologia
della preghiera e del fedele che prega. Il quale "chiede" e "sente
in sé", per adorarlo, Dio, senza pretendere di influenzarlo (per di
più, "direttamente"), di costringerlo, di partecipare alla sua
onnipotenza. Si confonde la preghiera con la magia)
|
|
Un fedele in preghiera davanti all'infinito, immagime di
Dio |
Van Gogh "La notte stellata". In
questo, come in altri dipinti del pittore olandese sono evidenti i
simbolismi dei suoi sconvolgimenti mentali
|
|
Osservazioni in margine al pensiero di
Freud
Questi sono, dunque, il pensiero e la
spiegazione di Freud. Ci si domanda se egli, in questa sua
concezione di Dio e della religione, in questa sua interpretazione
di tali due istanze assolute dell'uomo, che da sempre sono in lui,
abbia colto
veramente nel segno o
se invece, per quel che
riguarda Dio, non si sia lasciato prendere la mano da qualche caso
nevrotico da lui incontrato, generalizzandolo poi indebitamente. In
verità, Freud è un medico e uno psicologo mostra di non essere un
antropologo né uno storico delle religioni. Non ha la minima
competenza e conoscenza in tali materie - la fantastoria su
Mosè, di cui abbiamo già detto, lo scredita una volta per tutte. Ha
però voluto fare anche tali parti, ma i risultati sono quelli che si
è visto.
Soprattutto
riteniamo che in queste sue concezioni egli abbia proiettato la sua
personale nevrosi, la sua personale istanza di lotta contro suo
padre, la sua personale paura e il senso di colpa per il
rifiuto (di livello cosciente, dunque superficiale) del Dio dei
suoi padri (di livello profondo e archetipico); con la conseguente
sua personale coazione ad abbattere queste due
figure. |
|
Una nevrosi, una
istanza, una coazione a ripetere (il tentativo di abbattimento) che
si rivelano a piene lettere sia ne L'uomo Mosè che in
Totem e Tabù, altra incredibile fantastoria; due opere
che ben tradiscono i problemi psicologici che l'uomo Freud si
portava appresso (n.d.A. Notoriamente Freud non si è mai
sottoposto ad analisi didattica. Tale non è la Selbstanalyse
(autoanalisi) che ha condotto su di sé perchè le
interpretazioni autoanalitiche non possono non risentire e non
essere fuorviate dalla proiezioni e dalle rimozioni personali.
Tant'è che lo stesso Freud - predicando bene ma razzolando male -
dichiarò il suo accordo con la scuola di Zurigo circa l'obbligo, per
chi voleva compiere analisi sugli altri, di sottoporsi prima egli
stesso ad analisi presso un esperto analista). Per
quel che riguarda poi la religione ci si domanda se Freud non si sia
fermato alla soglia del problema - peccato imperdonabile in un
analista del profondo - se, cioè, non si sia fermato sugli aspetti
puramente esteriori cristallizzati delle religioni e
soprattutto di quelle tre monoteiste più vicine all’esperienza
dell’uomo europeo (almeno alla sua
epoca) |
|

Un Santo in preghiera davanti a una
visione |
|
Ci pare infatti che egli - dicendo che la religione
consiste nelle tre funzioni di dare spiegazioni, peraltro non
scientifiche, sull'origine dell'universo, di placare l'angoscia
degli uomini di fronte ai misteri di tale universo e dell'esistenza,
di rivestire di forza e autorità i comandi della convivenza sociale
- si è limitato a considerare le religioni come filosofie senza
riuscire a cogliere la religione come stato d'animo, come emozione
profondissima, come modo di essere dell'uomo in un profondo che è
suo ma che anche lo supera e dove si sente in contatto, e in
risonanza, con, qualcosa che è Altro.
Perché nel cuore
dell'uomo Dio e la religione sono due istanze e due momenti ben più
profondi e di ben altra potenza di quello che Freud, con la sua
analisi, è riuscito a malapena a sfiorare. Quello che l'animo dell'uomo sente veramente
dentro di sé è la realtà emozionale (non una emozione; ma proprio
una “realtà emozionale”) e una "presenza presente" che vive (non
"che sente", ma proprio "che "vive) di un Sacro e di un numinoso a
cui si trova di fronte.
Bisogna andare ben più in profondo se
vogliamo cogliere la vera realtà psicologica e comprendere
l’emozione, il brivido, lo smarrimento, il sentirsi "cenere e
polvere", come dice Giobbe, che prendono in presenza del divino; e
poi la gioia, gli stati d'animo ineffabili, il senso di pienezza, di
vita e di essere, imparagonabili a qualunque altro, che sono dati
dal contatto col Sacro e che spinge irrefrenabilmente a “ballare
dinanzi all’Arca del Signore”; e ancora, il senso di infinito e di
pace dati dal colloquio interiore e dall'inabitazione di
Dio. |
| Arriviamo così al vero cuore dell'esperienza religiosa e a una
più autentica analisi - se ancora così vogliamo chiamarla; ma qui si
tratta piuttosto di "apprezzamento"- del sentire religioso. Dopo di
che - solo dopo di che - potremo meglio coglierne e comprenderne i
simboli. |
|
L'esperienza del
Sacro: Rudolf Otto
Dunque, messo da parte Freud, veniamo a
leggere quanto dice Rudolf Otto nella sua opera Il Sacro
(Feltrinelli, Milano, 1984, pagg.22-23).
"Ma cosa è
questo numinoso sentito oggettivamente fuori di me? E'
dichiarabile, poiché è irrazionale, solo mediante la sua
caratteristica reazione nell'anima (..). cerchiamo (..) questa
risonanza come primigenia e scaturente dall’óggetto (..). Nel
più profondo e nel più intimo di ogni emozione fortemente religiosa
(..) è qualcosa di più della credenza nella salvezza, della fiducia
o dell'amore (..).
Seguiamo questo
sentimento, provandolo e condividendolo, immedesimiamoci con coloro
(che lo provano) durante i loro grandi trasporti di religiosità (..)
durante le solennità e nelle ripercussioni che i riti e i culti
destano (..), in ciò che vive e si agita intorno ai monumenti e agli
edifici religiosi, attorno alle chiese e ai templi: una sola
espressione si pone, senso del mysterium tremendum, del tremendo
mistero (..). Il sentimento che ne emana può divenire la silenziosa
e tremante umiltà della creatura al cospetto di chi? di che cosa? al
cospetto di quello e è il mistero ineffabile, superiore a ogni
creatura". |
|
|
"Tremendum". Le due macchioline
scure a sinistra sul monte sono due persone che camminano nella
grandiosità della tempesta |
|
Ecco, questa sì che è introspezione, questa
sì che è analisi che scende nel più profondo, nell'intimo dell'animo
e lo coglie, afferra e capisce ed esprime i sentimenti e gli stati
emozionali dell'uomo che si trova al cospetto del divino.
Così Rudolf Otto analizza con le sue pagine
magistrali i “momenti” di cui è composto il senso del Sacro e il
sentimento del numinoso; e mette in luce, in una spietata analisi
introspettiva, scavando nella propria anima, la commozione che si
prova "a quel cospetto". Rinviamo ad esse senza ripeterle -
occorrerebbe ricopiare tutto il libro – limitandoci a cadenzando sui
concetti che lui usa.
Il senso del tremendum,
sentimento irrompente, emozione inquietante, brivido di fronte
all'incommensurabile, accompagnato dall'umile senso della nostra
creaturalità: Tu solo il Santo! |
|
Il senso della
sovrappotenza, dell'assoluta
inaccessibilità, del totalmente altro,
di una tremenda majestas; e, a fronte e più
ancora, il senso della nostra nullità, della nostra
creaturalità, siamo solo polvere e cenere. Ecco le
parole che Otto riporta a questo proposito, riprendendole dal
mistico ussulmanol8 Bajesid Bostami: "Allora mi rivelò Dio, il Santissimo
e palesò a me tutta la sua gloria. E allora, mentre lo contemplavo
non più con i miei ma con i suoi occhi, io vidi che la mia luce
paragonata con la sua, null'altro era che tenebra e ombra. E
nulla era al suo cospetto la mia grandezza e la mia potestà. E
quando io, con l'occhio della veridicità, posi a prova le opere di
pietà e di ossequio che io avevo compiuto nel suo servizio,
riconobbi che esse non da me ma da Lui provenivano" (op.
cit:, pag. 30)
|
"Mirum" Questo termine, in latino,
significa non solo e non tanto "meraviglioso", come normalmente
viene tradotto, ma un meraviglioso che stupisce, un
prodigio
|
|
E ancora, sempre con Otto, possiamo
riportare le parole del mistico Tersteegen "Noi siamo solo perché tu vuoi che noi
siamo".
Ma, proseguendo nell'introspezione e nello
scavare dentro l'anima, troviamo ancora i Rudolf Otto (e noi
"proviamo" con lui) il senso del mirum (il meraviglioso), che
è in questo mistero e in questo sentire il divino, il senso del
fascinans, dell'alienum, del thateron,
(l'altro in assoluto) ... ma non ci sono parole che possano
appropriatamente esprimere questi sentimenti, perché le parole sono
il linguaggio dell'uomo, del livello cosciente e le descrizioni sono
quelle del mondo materiale, appartengono al livello umano e al
massimo possono avvicinarsi, dare una qualche idea di sentimenti che
non appartengono alla dimensione umana.
Ecco, non ci
sono parole nel nostro linguaggio per dire compiutamente ciò
che l'uomo prova davanti a Dio, quando lo sente, ne sente la
presenza dentro la propria anima, sente come un frastuono “lo sono
colui che è” udite da Mosè nel roveto
ardente.
|
|
Non ci sono termini per esprimere il senso e la presenza del
Sacro quando viene avvertito; avviene d'un tratto e si ammutolisce;
l'uomo si scopre il capo, si toglie i sandali, null'altro può fare,
sa fare, sa solo che si trova su una terra sacra e cade a terra come
folgorato, ammutolito. L'uomo può solo cantare o ballare per dire
(per "scaricare") quello che non riesce a dire, oppure sprofonda
nell'estasi per questo sentimento inesprimibile che lo prende. Può
svenire del tutto, annichilito nella vita cosciente e vivendo, fuori
di sé ed esanime, in un'altra dimensione, stati d'animo che non sono
di questa dimensione, ma che appartengono a un'altra realtà, ad
un'altra ineffabile Luce. Rapimento, estasi, saturazione di ogni
sentimento all'avvicinarsi o alla presenza della Realtà misteriosa,
alla presenza del Mistero, senso del trasbordante,
dell'incommensurabile, dell'im-mane potenza, dell'inesprimibile.
Questi sono i sentimenti che l'uomo religioso prova quando si
avvicina al Sacro, quando è presente Dio, quando il divino si
inabita in noi; e si copre il capo, si vela gli occhi, altro che il
ricordo del padre che ci puniva da bambini e che ci dava
protezione!
|
"Mysterium". Il senso
del mistero, al di fuori di ogni nostra possibilità comprensiva, il
senso dl "tutt'altro" è il sentimento che prende il mistico di
fronte alla presenza, nel suo cuore,di Dio |
|
L'uomo non è soltanto l'individuo storico
terreno con il suo breve vissuto personale, con il suo
limitato ed eventualmente nevrotico Io personale, con le sue
personali esperienze normali o traumatizzanti. E' questo ma è
anche molto di più, è "qualcosa" di molto più profondo; ed è questo
"molto di più" che ci interessa. E' ad esso che attinge il senso
religioso dell'uomo e ad esso, dunque, dobbiamo indirizzare la
nostra indagine e attenzione, la nostra analisi, se vogliamo capire
qualcosa della religiosità e del senso di Dio che vi è nel cuore
dell’uomo.
Arriviamo così al concetto del Sé come
Individualità totale che abbraccia tutto ciò che siamo stati
nelle esperienze passate e che è in fieri tutto ciò che saremo. Il
Sé è un Inconscio, naturalmente, perché resta sottostante all'Io che
vive nella storia e attraverso il quale conduce l'esperienza
terrena. E' inconscio ma dal suo profondo fa sentire la propria
presenza e la propria guida. E, come facilmente si comprende, è
a lui, alla sua profondità, alla sua saggezza, alla sua eternità che
dobbiamo rivolgerci se vogliamo veramente capire qualcosa del Sacro
e dei simboli con cui esso si
manifesta. |
|
L'io consapevole e quel suo addentellato che è l’inconscio
personale del singolo lo che fa di volta in volta un'esperienza
storica sono ben poca cosa - anche se importante e necessaria:
serve, appunto, per condurre questa esperienza - di fronte
all'immensità del Sé da cui l'indivi-duo promana e che è al fondo e
al centro dell'uomo. E' da questo Sé – che è l’immagine di Dio e la
sua rappresentanza nell'uomo, dove Lo contattiamo e Lo sentiamo,
anzi “Lo toc-chiamo” - che sgorgano queste emozioni primigenie e
genuine. Dio non è la maschera defor-me di altre cose. Come si può
dunque riguardare alla miseria di una nevrosi personale per
comprendere il Sacro, per capire il senso di Dio? Come si può
confondere l'esperienza di Dio con una
nevrosi?
|
|
©
COPYRIGHT 2006
Tutti i diritti
riservati
RICERCA PSICHICA &
FELICE mASI
|
|