UNA ANALISI SBAGLIATA DI
FREUD PARTE SECONDA : I SIMBOLI DEL
SACRO |
|
Felice Masi |
(La Ricerca
psichica, anno V, 1998, n.
1) |
|
Carl Gustav Jung: il processo di formazione del
simbolo
Con l’accenno, fatto
nell’articolo precedente, al "Sé" il discorso, iniziato con Freud e
prose-guito con Otto, si volge a un altro gigante della ricerca,
analisi e introspezione su questa affa-scinante tematica del simbolo
e, in particolare, dei simboli del Sacro: Carl Gustav
Jung. Scrive Jung: "Per simbolo io non intendo una allegoria o
un semplice segno ma piuttosto u-n'immagine atta a designare, nel
modo migliore possibile, la natura, lo spirito, l'essenza di un
qualcosa da rappresentare, oscuramente intuiti. Un simbolo non
abbraccia e non spiega ma accenna, al di là di se stesso, un
significato ancora trascendente, inconcepibile, oscura-mente
intuito, che le parole del nostro attuale linguaggio non potrebbero
adeguatamente e-sprimere. Uno “spirito” che si lascia tradurre in un
concetto è un complesso psichico com-preso entro i limiti della
coscienza del nostro Io. Non produrrà e non farà nulla di più di
quanto noi vi abbiamo riposto. Ma uno “spirito” che esige un simbolo
per essere espresso è un complesso psichico che contiene germi di
possibilità ancora incalcolabili (..). E' appunto questa
superiorità, chiaramente avvertita, quella che conferisce allo
“spirito” carattere di rivelazione e assoluta autorità (..), ciò che
possiamo chiamare coscienza superiore, nel senso dei nostri valori
coscienti (..) sarebbe meglio chiamare più vasta questa
coscienza" (Jung, "La dinamica dell'inconscio ", op. cit.
pag.360-361).
|
Mandala buddhista. Al
centro c'è il Buddha,, rappresentante il Fuoco centrale e il
Sé
|
|
E ancora, alle pagg. 439/ 440: "Ai tempi
dell'Illuminismo si è venuta sviluppando una inter-pretazione
sull'essenza delle religioni che merita di essere ricordata,
quantunque si tratti di uno tra i più tipici errori illuministici.
Secondo questa opinione, le religioni dovrebbero esse-re un che di
simile ai sistemi filosofici e come quelli frutto di elaborazione
cerebrale. Qual-cuno si sarebbe inventato Dio e altri dogmi e
avrebbe gabbato l'umanità con quella e altre fantastichi storie,
atte a soddisfare i desideri degli uomini. Contro tale opinione sta
il fatto psicologico che proprio con il cervello si riesce male a
pensare ai simboli religiosi. Questi non sono per nulla un prodotto
della testa ma di qualche altra cosa; forse del cuore; comun-que di
un profondo strato psichico, il quale ha assai poco a che fare con
la coscienza, che è sempre di superficie. Perciò i simboli religiosi
hanno anche il netto carattere di rivelazione, appunto come prodotti
spontanei di attività psichica inconscia. Essi sono tutto fuorché
pen-sati (..), spuntano dall'inconscio come fiori di una specie
ignota e la coscienza rimane smar-rita, non sa bene che cosa fare
con tale nascita.
Non è troppo difficile stabilire che quei simboli individuali
provengono, per il loro contenuto come per la loro forza, da quello
stesso Spirito inconscio (o quello che esso sia) da cui pro-vengono
le grandi religioni degli uomini. L’esperienza, comunque, prova che
le religioni non sorgono quali frutti di una elucubrazione cosciente
ma provengono dalla vita naturale del-l'anima inconscia
(..)". |
|

Mandala cristiano. Al centro della stalla e della rosa
mistica, cioè del cielo, c'è la Madre di Dio, col Bambino salvatore.
Il Padre eterno è al di sopra e in alto |
|
Tale azione sarebbe incomprensibile se i simboli
religiosi non fossero, per lo meno, verità naturali
psicologiche.. Sono processi religiosi la cui natura è
sostanzialmente simbolica Simboli di rappresentazioni sono le idee
religiose, simboli di azioni sono i riti e le cerimonie (..) Ho
definito il simbolo che trasforma l'energia anche con il termine di
analogia libidica, intendendo con ciò rappre-sentazioni adatte ad
esprimere in maniera equivalente la libido e quindi a trasferirla in
una forma diversa da quella originaria. La mitologia fornisce
infinite analogie di questo tipo, a cominciare dagli oggetti sacri
fino alle figure divine (..). Il processo di trasformazione della
libido mediante il simbolo si è formato sin dai primordi
dell'umanità e continua ad agire. 1 simboli non sono stati inventati
coscientemente ma sono stati prodotti dall'inconscio in sede di
cosiddetta rivelazione o intuizione " (ibidem pagg. 57-58).
"Noi comprendiamo …
quel pensiero … da cui non esce … nulla di più di quanto vi
abbiamo messo. Tale è il nostro intelletto. Ma al di sopra di
esso esiste un pensiero che riveste la forma delle grandi immagini
primitive simboliche, più antiche dell'uomo storico, innate in lui
sin dalle epoche più remote, che sopravvivono a tutte le generazioni
e ricolmano della loro vita eterna le più recondite profondità della
nostra anima. Non è possibile che la vita si realizzi in tutta la
sua sapienza se non in accordo con esse; la saggezza è un ritorno
verso di esse. Non si tratta in realtà né di fede né di sapienza ma
dell'accordo del nostro pensiero con le immagini primordiali
del nostro inconscio, irrappresentabili progenitrici di ogni
idea che possa affiorare alla nostra
|
Simbolo alchemico
raffigurante l'Opus prima dell'inizio |
|
coscienza. L'idea di
una vita oltre la morte è una di queste immagini. La scienza non ha
alcuna misura in comune con queste immagini primordiali. esse sono
dati irrazionali, condizioni apriori dell'immaginazione, che
semplicemente <sono>" (ibidem, pag.
431).
I simboli
sacri
Con questi concetti assai più pregnanti e
validi sul significato, sul valore, sull'origine e sulla forza dei
simboli - e, in particolare, di quelli religiosi - siamo andati ben
oltre il lavoro onirico-nevrotico di mascheratura, di cui ci
parlava Freud nella sua Interpretazione dei sogni. Siamo
scesi in abissi ben più profondi dell'animo umano, ove l’uomo è in
sintonia con il divino e si avvicina autenticamente ad esso, che lo
afferra e lo possiede potentemente e si inabita in lui. Tutto questo
si esprime con simboli, solo i quali sono capaci di esprimere il
sentimento e l'emozione del divino che l'uomo avverte dentro di sé:
l'uomo primitivo innanzitutto e il mistico; certo, anche l'uomo
teologo, che però già se ne riallontana con il suo raziocinare,
catalogare e voler descrivere; del resto, Dio si rivela ai semplici
e agli umili, mentre confonde i
superbi. |
Questo discorso riguarda anche i temi della Totalità e del Sé,
che sono anch’essi intuizioni connesse con il sacro, suscettibili
solo di rappresentazione per simboli. Riprendiamo a leggere
Jung: "Psicologicamente il Sé è definito come la Totalità
psichica del-l'uomo. Può diventare simbolo del Sé tutto ciò in cui
l'uomo presuppone una totalità più comprensiva che è in sé stesso.
Quindi il simbolo del Sé non sempre possiede quella Totalità voluta
dalla definizione psicologica: neppure la figura di Cristo, perché
ad essa manca la faccia notturna della natura psichica, la tenebra
dello spirito e il peccato" (Corpus junghiano maggiore,
Psicologia e religione, Boringhieri, 1979, pag. 155). Qui il
discorso si fa interessante perché viene preso specificamente in
considerazione quel simbolo della Totalità dell’uomo – quel simbolo
dell’Uomo Rotondo, come lo chiamava Jung, cioè l’Uomo a 360 gradi –
che, soprattutto nel medioevo e in tanti disegni simbolici
al-chemici, si vedeva nella figura del Cristo. È un discorso ma
richiede una precisazione. Il Cri-sto è, sì, un valido simbolo il
simbolo dell’Uomo come totalità; ma una Totalità, dice Jung,
comprende anche l’aspetto notturno |
|
Nel caso dell’uomo questo è vero, l’uomo
esiste nella realtà terrena ed è un connubio di Purusha + Prakriti,
coscienza individuata nella materia, Essere nel divenire; l’uomo è
Adamo che ha mangiato ormai la mela fatale ed è Eva soggetta alla
tentazione del serpente, e così via di seguito, quant'altri
simboli mitologici vogliamo usare. Dunque effettivamente, come dice
Jung, l’uomo nella sua “rotondità”, nella sua totalità
effettivamente comprende anche la parte notturna.
Quanto alla la figura primigenia da cui il
simbolo è tratto, il Cristo, anche qui vi è una parte notturna
(altrimenti non sarebbe uomo e non sarebbe un simbolo adatto), che
però è rappresentata non tanto dal peccato, non può esservi in
lui, quanto dalla sua soggezione alla sofferenza, alla
tentazione (nel deserto), alla disperazione ("Padre, padre perché mi
hai abbandonato?), alla morte.
Ma se è così per il Figlio, che è anche
“vero uomo” oltre che “vero Dio”, non è così, sempre a mio avviso,
per il Padre. Il male non è nella Realtà divina perché l'Essere E' e
non è divenire. Il male non E' perché non è un Assoluto, in
opposto a un Assoluto Bene: due Assoluti non possono esservi,
sarebbe una contraddizione in termini. Il male è solo offuscamento
della Luce, è minore Luce; l'ombra non esiste in sé ma è assenza di
luce, dove non arriva o c'è meno luce. |
|
La
flagellazione di Cristo, simbolo della sua sofferenza e della
sofferenza a cui è soggetto
l'uomo |
La Quaternità junghiana |
|
Non ritengo, pertanto, che vi sia in Dio una
"quarta persona" (il "diabolus", la chiama Jung) e che la Trinità
sia invece una quaternità, come adombra Jung. In questo vorrei
correggere la sua concezione e quanto egli scrive nel Saggio
di interpretazione psicologica del dogma della Trinità (in
“Psicologia e religione”, op. cit., pagg. 115-194). E infatti è da
dire che un'analisi psicologica mentre è legittimamente
fattibile per l'uomo e anche per il Sé dell'uomo e per le
correlative rappresentazioni simboliche (che sono pur sempre delle
entità psicologica), una analoga indagine psicologica non legittima
per il Divino in sé e quindi neanche per i suoi principi e misteri,
come appunto quello della Trinità, i quali sono solo accessibili
alla comprensione data dalla fede e dalla illuminazione ma non a una
analisi. possono essere solo sentiti e intuiti nella loro
verità e con il cuore ma non
analizzati |
La Trinità cristiana.
E' completa in un cerchio che racchiude tutto
l'universo |
|
Ma, tornando al Sé, anch’esso è una totalità
e un mandala perfetto ma ha la limitazione del tendere
"all'infinito", alla Totalità e Realtà divina, senza però mai
poterla raggiungere,. Il suo simbolo rispecchierà sempre,
quindi, questa limitazione.
Il nostro Sé, la nostra Totalità, il suo
ritrovamento, il cammino verso la sua realizzazione è un punto
fondamentale per ciascuno di noi. Quindi è essenziale comprendere il
suo simbolismo per capire quando il nostro inconscio ci parla di
lui, per capire quando è lui affiora e che parla. Leggiamo cosa ne
dice ancora Jung: "Come l'inconscio, il Sé è l'esistente a priori
dal quale promana l 'Io. Esso preforma, per così dire, l 'Io. Non Io
creo me stesso ma piuttosto Io accado a me stesso"
(Psicologia e religione, op. cit., pag.
249).
"Colui che è in me (il Sé; n.d.A.), che pronuncia i "principia"
si serve di me per esprimersi. Egli parla attraverso me". "Ma non me
soltanto, bensì tutti. Cioè, non è soltanto l'Atman individuale
(degli orientali) bensì 1'Atman Purusha, l'atman generale, lo pneuma
che tutto pervade. In tedesco adopriamo a questo fine la parola
|
La Pentecoste, discesa dello Spirito Santo nel mondo
degli uomini. Corrisponde alla realizzazione del Sé, in
termini junghiani |
|
"Selbst" (Sé) in contrapposizione al piccolo Io.
Da quanto detto risulta chiaramente che que-sto Sé non è soltanto un
Io un po' più cosciente o più elevato, al quale meglio si
adatterebbe-ro espressioni come autocosciente, autosufficiente ecc.
Quello che qui chiamiamo "Sé" non è in me soltanto ma in tutti, come
l Atman, come il Tao. E' la Totalità psichica. (n.d.A Che però
si individualizza nei singoli individui e si realizza attraverso la
"via di individuazione" di ciascuno. Vi è dunque un Sé individuale,
la Totalità di ciascuno - ed è quello che poco prima Jung ha
chiamato "At-man-Purusha" - e il Sé universale, la Totalità - che è
il "Purusha" ovvero `Brahman-Purusha").. Cade in equivoco chi mi
rimprovera di aver così creato un Dio immanente e quindi un
surrogato di Dio. Io sono un empirico e posso soltanto dimostrare
empiricamente l'esistenza di una Tota-lità sopraordinata alla
coscienza come "tremendum " e ` fascinosum " (n.d.A. Secondo le
formulazioni di Rudolf Otto, che abbiamo visto) In quanto
scienziato empirico, mi interessa solo il carattere sperimentabile
di questa Totalità di ordine superiore, che in sé, presa
ontologicamente, è qualcosa di indescrivibile. Questo Sé non sta in
alcun modo al posto di Dio ma è forse un recipiente della Grazia
divina"- (ibidem, pag.475-476). |
Michelangelo, "La creazione dell'uomo", (Cappella
Sistina) |
|
Resta dunque
chiarito che, nel pensiero di Jung, il Sé – così come anche il
Brahman Sé - non è Dio, ma è solo la rappresentanza di Dio nel
genere umano; sua scintilla, che egli ha voluto mettervi come pegno
della sua paternità e del suo amore: "facciamo l'uomo a nostra
immagine e somiglianza (Genesi 1,26). Ed è questo Sé la sede del
Sacro e del sentimento religioso.
Rappresenta
l’alleanza di Dio con l’uomo; quando il Sé è raggiunto e integrato
nella consapevolezza ed è posto al centro della vita. Le metafore e
i simboli di questo traguardo sacro possono essere tanti, suggeriamo
quelli rappresentati dalla immagini qui accanto riprodotte.
|
|
Mircea Eliade: il
simbolo è una realtà vivente
Un altro grandissimo
scienziato che ha studiato il significato dei simboli è
l'antropologo e studioso di storia delle religioni rumeno Mircea
Eliade; è lui che ha messo in luce il vero valore che la
simbologia assume nella religione e nelle manifestazioni del
Sacro. La grande intuizione di Eliade è stata che il simbolo,
con la carica di emozionalità che contiene ed esprime, con la
forza della sua immediata e complessiva comprensibilità, è il solo
modo con cui l'uomo può avvicinare e sentire il Sacro e in cui,
dalla sua immanenza, può accostare il trascendente.
Eliade non studia il
simbolo (del Sacro) come rappresentazione o idea psicologica
(egli non è primariamente uno psicologo) ma ontologicamente,
come oggetto reale nel
quale l'uomo vede inabitato il Sacro: e dice che
assume il valore di
simbolo una cosa del mondo esterno nel quale il Sacro è
presente e perciò ne diviene il rappresentante.. Questo diverso
modo di accostamento e di studio del simbolismo sacro deriva a
Eliade dal fatto che egli è uno studioso del mondo e dei popoli
arcaico-primitivi, cioè di realtà culturali, mentre lo psicologo
osserva e studia i concetti, le idee, le rappresentazioni mentali e
queste sono entità soggettive.
L'oggetto simbolo
per una mente arcaica è il solo modo in cui può essere vissuta e
realizzata una potenza trascendente; l'oggetto
trascende così la propria
immanenza per sostanzializzare in sé il Sacro e la Trascendenza. Ma
facciamo parlare lo stesso Eliade, che, nel Trattato di storia
delle religioni (Boringhieri, Torino, 1972), così
scrive: |
|
 |
|
"Sono rari i fenomeni magico-religiosi che non
implichino, in una forma o nell'altra, un certo simbolismo; (..)
ogni fatto magico-religioso è una cratofania (n.d.A:
Manifestazione di una Potenza),, una ierofania
(n.d.A.Manifestazione del Sacro), una teofania (n.d.A.
Manifestazione del Dio) (..) Ma spesso ci troviamo di fronte a
cratofanie, ierofanie, teofanie mediate, ottenute a mezzo (..) di un
simbolismo. Così certe pietre diventano sacre perché le anime dei
morti (antenati) si incarnano in loro o perché manifestano o
rappresentano una forza sacra, una divinità, o an-cora perché nelle
loro vicinanze è avvenuto un patto solenne o un avvenimento
religioso” (pag. 452) (n.d.A. E così una fonte è sacra a una
Ninfa ed “è” quella Ninfa perché lì la Ninfa si è bagnata, o è stata
amata, o è morta. Una grotta "è" un certo dio perché ivi è nato o ha
abitato). Allo stesso modo un bosco è sacro e consacrato ad una
certa divinità perché è stato consacrato "da" quella divinità con un
certo rito. L'albero bruciato dal fulmine è sacro ed è una
cratofania perché esprime il dio che l'ha colpito con la folgore,
dando così il segno di sè. E così via). (..), la giada racchiude
queste virtù (per la mentalità cinese) per-ché incarna il principio
cosmologico yang (..), la perla ha un significato magico,
medicinale, funerario perché è nata dalle acque, perché è nata dalla
luna, perché rappresenta il principio jin" (pag. 454-455) (n.d.A
Yang e yin sono i due principi cosmologici, le due polarità opposte
(maschile e femminile; forte e debole; diurno e notturno; solare e
lunare) che reggono il mondo; le cose sono quello che sono, gli
eventi si svolgono in base al loro gioco e rapporto di equilibrio)
. |
|
Cratofania, cultura celtica. Un druido, con il ramo di
vischio in mano, sotto una roccia considerata sacra e manifestazione
di un dio per la sua strana posizione in bilico

Un druido nel bosco sacro di querce e accanto
all'allineamento di Stonehenge considerato una
ierofania, |
 |
|
Una delle più famose cratofanie, ierofanie e
teofanie - è tutte e tre le cose insieme - è la Ka'aba, qui a
fianco riprodotta da una miniatura di un testo coranico. E' la
pietra nera, incorporata nel muro di un santuario, che si venera a
la Mecca e che è meta da sempre, nel mondo religioso islamico, di
grandiosi pellegrinaggi di milioni di persone.
L'oggetto-simbolo per una mente
arcaico-primitiva può essere il più diverso, può essere il sole, la
luna, un astro, una montagna, un fiume, una pianta, qualunque cosa è
idonea a inabitare il sacro. Col tempo, però, il simbolo si degrada
in quanto non viene più compreso dall'uomo - neanche dall'iniziato
che, col tempo, non è più tale ma diventa un detentore di
potere - il fatto sacro avvenuto in illo tempore non è più
vivo ma diviene leggenda e tale viene considerata oppure, viceversa,
viene presa alla lettera, ma anche in tal caso perde il valore di
simbolo; il mito scade a credulità e superstizione e perciò viene
respinto dal dotto che se ne fa beffe, ma solo perché il simbolo
viene anche da lui non è compreso come tale me viene preso in quel
suo significato immanente e inattendibile in cui è scaduto.
|
| Sentiamo cosa dice proprio su questo Eliade:
"Questo processo (di degradazione) può svol-gersi in molte altre
maniere. Citiamo due casi fra i più frequenti: 1) o un simbolismo
dotto finisce col tempo per servire a strati sociali inferiori,
degradando così il suo significato pri-mitivo; 2) oppure il simbolo
è inteso in modo puerile, cioè estremamente concreto e staccato dal
sistema a cui apparteneva" (pag. 460). Trovo molto appropriato
questo aggettivo "pueri-le" riferito alla seconda ipotesi; ed è
proprio in questa degradazione e incomprensione del simbolo - che
Eliade definisce "infantilizzazione del simbolo" - che cade Sigmund
Freud quando fa le sue analisi in questo campo e fuori del suo
ambito clinico; ed è quello che fa in-ficia fondamentalmente la sua
metapsicologia.
Il simbolo (del Sacro) è ben altra cosa; sentiamo ancora Eliade:
"Il simbolo prolunga la dia-lettica della ierofania: tutto quello
che non è direttamente consacrato da una ierofania diven-ta sacro
grazie alla sua partecipazione a un simbolo" (pag. 462)."Il
simbolo non è importante solo perché prolunga una ierofania o la
sostituisce ma anzitutto perché può continuare il processo di
ierofanizzazione e specialmente perché all'occorrenza è esso stesso
una ierofania, cioè perché rivela una realtà sacra o cosmologica che
nessun'altra manifestazione è capace di rivelare" (pag.
463) |
|
Danza rituale, cultura
africana masai. Oggi, tuttavia, queste danze, per lo più, non sono
più comprese nel loro significato tradizionale e rituale e sono
scadute al ruolo di un genere di consumo turistico
|
La processione del
Corpus Domini, vicino al Duomo di Firenze |
|
"Vi è di più, mentre una ierofania presuppone
discontinuità nell'esperienza religiosa (perché esiste sempre, sotto
una qualsiasi forma, una frattura fra sacro e profano) un simbolismo
attua una solidarietà permanente dell'uomo con la sacralità"
(pag. 464). Questo ultimo con-cetto è fondamentale per fissare il
carattere e la natura del simbolo. Infatti, il fatto sacro è
avvenuto in illo tempore, la discesa del dio e l'esperienza diretta
di lui (ad esempio, un’apparizione della Madonna) è fugace e
transitoria. Invece l'oggetto che incorpora il sacro e che
rappresenta il dio come suo simbolo (nell’esempio, la grotta
dell’apparizione) è sempre lì, presente, a darci quella presenza e
quell'esperienza, a darci quell'emozione.
|
| Prosegue Eliade: "(..) ci troviamo, a seconda dei casi, di
fronte a un simbolismo celeste o a un simbolismo tellurico o
vegetale, solare, spaziale, temporale ecc. Questi diversi simbolismi
pos-sono a ragione considerarsi sistemi autonomi nella misura in cui
manifestano più chiaramente, più totalmente e con coerenza superiore
quel che le ierofanie manifestano in modo particolare, locale o
successivo" (pag. 466). Cioè l'evento sacro, l'apparizione del
sacro è un fatto ben circoscritto quanto al tempo, al luogo, alle
persone ove o a cui accade. Con il simbolismo questa ierofania si fa
generale e permanente. Nell’esempio fatto, tale è divenuta la figura
(simbolo) della Madonna di Lourdes. |
Pietra incisa, forse votiva per scampato pericolo o
narrativa di una vicenda dedicata alla divinità |
|
".L'integrazione di una ierofania nel simbolismo
in essa implicito è una esperienza autentica della mentalità arcaica
e tutti quelli che partecipano a una tale mentalità vedono realmente
il sistema simbolico in qualsiasi sostegno materiale. E se taluni
non lo vedono più o possono or-mai accedere soltanto a un simbolismo
infantile, non per questo è compromessa la validità del-la struttura
del simbolismo. Infatti, un simbolismo è indipendente dal fatto di
essere ancora compreso o di non esserlo più; conserva la sua
consistenza malgrado ogni degradazione; la conserva persino quando è
stato dimenticato, come mostrano quei simboli preistorici il cui
significato si è perduto nel corso dei millenni, per essere poi
riscoperto" (pag. 467)
"In breve il
simbolismo rende la persona umana solidale da una parte con il Cosmo
e dall'altra con la comunità di cui fa parte (...) Questa funzione
unificatrice ha certo un'importanza notevole non soltanto
nell'esperienza magico-religiosa dell'uomo ma anche per la
sua esperienza
totale. Un simbolo rivela sempre" (pag. 468-469). "Così il simbolo
da una parte continua la dialettica della ierofania, trasformando
gli oggetti in una cosa diversa (n.d.A. da oggetto profano a
oggetto sacro) da quel che sembrano all'esperienza pro-fana: una
pietra diventa simbolo del Centro del Mondo ecc" (n.d.A. E così
l'Albero Secco, il Monte Meru, il Golgota, Gerusalemme. In senso
diverso le Colonne d'Ercole, fine del mondo conosciuto e inizio
dellignoto; ecc.); d’altra parte gli
oggetti diventano simboli, cioè segni di una realtà trascendente,
annullano i loro limiti concreti, cessano di essere frammenti
isolati per integrarsi in un sistema; meglio ancora, incarnano in sé, malgrado la loro precarietà
e il loro carattere frammentario, tutto il sistema"
(pag.
469). |
La "Gerusalemme celeste", altro simbolo di realizzazione
del Sé |
|
Di conseguenza ci veniamo a trovare "davanti a un
solo e unico complesso simbolico, realiz-zato in modo più o meno
imperfetto su piani multipli dalla vita magico-religiosa
(cosmolo-gia; mito del Sovrano Terribile; magia aggressiva o
difensiva; mitologia funeraria; scene iniziatiche ecc.); dappertutto
abbiamo di fronte un archetipo che tenta di realizzarsi su tutti i
piani dell'esperienza magicoreligiosa" (pag.
470-471). "(..) Le creazioni di quel che chiamiamo
subcosciente (sogni, sogni ad occhi aperti, affabula-zioni, miti,
psicopatogenie) presentano una struttura e un significato
completamente omolo-gabili da una parte ai miti e ai rituali
ascensionali e, dall'altra, alla metafisica dell'ascensio-ne. Non
esiste (..) una soluzione di continuità fra le creazioni spontanee
del subcosciente (sogni ascensionali, ad esempio) e i sistemi
teorici elaborati in stato di veglia (ad esempio, la metafisica
dell'elevazione e dell'ascensione spirituali
ecc.). |
Questa constatazione sfocia in due problemi: 1) abbiamo ancora
il diritto di parlare esclusi-vamente di un subcosciente ? 2) vi
sono serie ragioni di affermare che le creazioni del subco-sciente
offrano una struttura diversa da quella del cosciente?" (pag.
471-472). "Rileveremo tuttavia (..) che numerose creazioni del
subcosciente hanno un carattere scim-miesco di imitazione, di copia
approssimativa degli archetipi (..). Avviene spesso che un so-gno,
una affabulazione o una psicosi imitino la struttura di un atto
spirituale, derivato dal-l'attività cosciente" (pag.
472).
Abbiamo voluto riportare questi passi di Eliade per
rendere chiaro cosa è veramente un sim-bolo religioso, un simbolo
del Sacro. E' un valore e un esistente in sé, che l'uomo avverte con
la mente, con lo Spirito, ma che esiste di per sé, ha una sua realtà
ontologica nel mondo tra-scendente e dei valori. L'uomo non crea
lui, con la sua mente (e tanto meno con ì suoi vissuti) il simbolo
ma lo av-verte, lo sente, ne avverte la presenza e la consistenza
come di qualunque altra realtà. Il sim-bolo sacro incorpora in sé il
Sacro e diviene esso stesso, quindi è esso stesso, il Sacro. Deriva
da un archetipo e da una conoscenza apriori che promana dal Sé. E'
un qualcosa di proprio dello Spirito e non è una mascheratura o una
caricatura onirica e nevrotica. Certo, talvolta è anche questo, può
accadere anche questo, ed è quando Eliade parlava di "imitazione
scimmie-sca". Ma questo è il piccolo simbolo nevrotico dell'uomo
storico e si rivela subito da solo: le "imitazioni scimmiesche" sono
imperfette e tradiscono la loro provenienza da un desiderio, da un
sentimento umano cosciente e spesso meschino; e sono sempre
personali. Ben altra cosa è il vero Simbolo, quello con la "S"
maiuscola: si manifesta, attraverso emozioni grandissime, collettive
e che traversano il tempo, che non si accompagnano ad alcun sintomo
nevrotico bensì a un sentimento religioso (anche se di valenza
negativa, come la svastica nazi-sta). Attengono al divino. Pure
possiamo averne esperienza perché il sacro, il religioso, il divino
so-no accessibili attraverso il Sé che è l’inconscio trascendente
dell'uomo. Solo il Sé ha questo di-ritto d'accesso per un diritto
originario di appartenenza e non certo l'inconscio storico e
perso-nale, eventualmente nevrotico, di una persona, quello di cui
parla Freud. Ecco dove sbaglia Freud con la sua metapsicologia e
volendo passare dalla psicanalisi clinica alla filosofia, dal suo
hortus conclusus ai massimi sistemi; e nel voler accedere al Sacro
attra-verso l’inconscio personale e storico da lui conosciuto e
studiato. Attraverso questo inconscio potrà accedere a una nevrosi
individuale ma mai al Sacro quale si manifesta in modo autentico
all'uomo. |
|
Conclusione
Ma non voglio
dilungarmi oltre in disquisizioni letterarie. Per finire,
vorrei invece invitare gli amici che hanno avuto la pazienza di
seguirmi fin qui ad ascoltare la purezza di una canto
gregoriano al mattutino, quando si levano le prime luci
dell'alba; o le profondità sonore e solenni di un canto delle
liturgie di rito ortodosso, immergendosi e dimenticandosi di tutto
il resto estraneo nelle ritualità di quelle cerimonie; o ad
assistere al sorgere del sole in immensa solitudine tra le valli e
le vette delle montagne; o trovarsi nel silenzio di distese innevate
all'infinito, tra i monti, senza presenza alcuna intorno. Come mi
sono trovato e sentito una volta io, alle prime ore del giorno,
da solo e con gli scii ai piedi, prima che iniziasse il carosello e
la farandola della giornata sciistica e della folla degli sciatori;
aver sentito che quel freddo che gelava le ossa, con la nebbia che
copriva il valloncello dove stavo, e aver “sentito” che la nebbia e
la neve erano buoni anch'essi, erano Bene ed erano Dio e copriva e proteggeva il seme della
vegetazione che stava sotto, che dovevano essere protetti e che
erano la vita che sarebbe rifiorita a primavera.
Vedere il sole caldo che sorge nel deserto
e sale nel cielo, fonte di vita dopo il gelo della notte; e
“sentire” - queste cose si sentono con l’anima, non si vedono
- che quel calore e quella luce che venivano su erano la vita; e
capire così perché in quei luoghi, perché i popoli primitivi adorano
Sole e vi sentono Dio, vi vedono, avvertono il simbolo di Dio.
Ditemi
dopo, cari, amici, dove stanno i ricordi genitoriali di cui parla
Freud. Sono queste le emozioni, sono questi i simboli del Sacro;
sono questi il segno e la presenza di Dio. |
|

Spettacolo della natura. Sotto la
neve, il freddo invernale e l'albreo immobilizzato, si sente la vita
che è pronta a rifiorire |
Un sarcofago. Per quanto bello e inciso,
resta sempre un simbolo di morte |
|
Del resto, dove arriva alla fine Freud? Voglio
leggere di lui un ultimo passo, riprendendolo dal suo scritto
L'avvenire di una illusione (op. c pag. 210-211). "La domanda
circa lo scopo della vita umana è stata posta innumerevoli volte;
non ha anco-ra mai trovato risposta soddisfacente, forse non lo
consente nemmeno, Alcuni di quelli che l'hanno posta hanno aggiunto
che, se dovesse risultare che la vita non ha uno scopo, questa
perderebbe ai loro occhi ogni valore. Ma questa minaccia n cambia
nulla (..). Non si parla di uno scopo della vita degli animali (…)
innumerevoli specie di animali (..) essendo vissute ed essendo
estinte prima che l’uomo le vedesse. Ancora una volta la sola
religione sa risponde-re alla domanda circa uno scopo della vita. E'
difficile sbagliare concludendo che l’idea di uno scopo della vita
sussiste e cade insieme con il sistema religioso"
Parole terribili. Se questa è la conclusione a cui
Freud arriva personalmente e a cui ci porta la sua metapsicologia, è
da dire che solo disperazione e nichilismo sono contenuti in queste
pa-role. |
|
In realtà Dio, il Sacro, il senso religioso sono
tutt'altra cosa quanto ha ritenuto Freud e del suo disperato
insegnamento. Attenzione però: ho detto "il senso religioso", cioè
il senso autentico della religiosità e non "la religione"; perché
talvolta le religioni storiche, quali cioè sono sto-ricamente
cristallizzate in strutture e posizioni di potere, veramente
potrebbero dar luogo, per gli effetti prodotti sull'uomo loro
suddito e inerme di fronte quelle potenti emozioni di cui quelle
strutture si sono impadronite, ad analisi di tipo freudiano e alla
clinica freudiana, Ma la “religione” autentica, la “religio”, che
unisce l’uomo al cielo e reintegra il microcosmo al macrocosmo non è
questo. Non sono queste strutture.
Freud ha creduto, o ha
volontariamente tentato, di rimuovere il suo problema. Il suo
problema, la sua nevrosi, che a mai saputo risolvere, erano quelli
di abbattere il padre; quello storico e, sotto il simbolo di questo,
il Dio (terribile) dei suoi padri. Quale angoscia maggiore per un
“ebreo ateo”, quale era Freud, un uomo “chiamato da Dio”, che più di
ogni altro ne sente la Voce e che lo rigetta. Ha creduto di poterlo
così soffocare, di poter soffocare la propria ani-ma. Ma questo non
è possibile, perché il simbolo del Sacro è la luce e la luce rifulge
sempre, anche nel buio. |
|
L'olivo è un albero sacro. E' simbolo di vita. di
perennità e di forza. La vita è sacra e ad essa si addice un simbolo
sacro |
© COPYRIGHT 2006
Tutti i diritti riservati
RICERCA PSICHICA & FELICE
mASI
|