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Felice Masi |
lezioni presso l’Accademia Tiberina
negli anni accademici 1971 (74 |
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Premessa Nella precedente lezione abbiamo tratteggiato
la storia e la cultura dell’Antico Egitto. Prima però di passare
allo studio dell’Insegnamento sapienziale di quel popolo e cioè alla
lettura e al commento del Libro dei morti degli antichi egizi in cui
tale Insegnamento è contenuto, è ancora necessario parlare
preliminarmente del pensiero degli egizi, del loro modo di vedere le
cose e il mondo, delle loro aspirazioni, della loro concezione circa
l’universo e, in questo, della religione, delle divinità e della
posizione del Faraone sulla terra. Dobbiamo conoscere le
caratteristiche del pensiero e della cultura degli egizi dal loro
intimo, il senso che avevano della vita e, in rapporto a questa,
della morte. Se non conosciamo ciò, se prima non ci rendiamo conto
di quello ch è l’animo profondo degli antichi egizi, lo spirito che
li animava e li muoveva, non è possibile leggere avendone una vera e
piena comprensione il loro Libro dei morti. Dovremo anche parlare
delle divinità egizie e delle loro funzioni, altrimenti quando
nomineremo tali divinità non potremmo intendere il senso del
richiamo che ne viene fatto.. La stessa scrittura da essi usata,
il geroglifico (= scrittura sacra), ha in questo ambito un
significato e una sua funzione precisa, è espressione di vita e
viene perciò vissuta in un modo tutto particolare; ed anche di
questa occorrerà parlare.
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Tutta la storia dell'Egitto si è costruita lungo il corso
solenne e maestoso del Nilo.e nelle terre ad esso intorno,
rese fertili dal limo, apportato dalle sue periodiche inondazioni.
Questa fertilità fonte di vita spiega la sua divinizzazione nel
pensiero egizio
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Hapi, il dio del Nilo, raffigurato come
sinistra come divinità-spirito e a destra nelle forma concreta terrena delle acque (che tiene
nelle due mani) |
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L'albero sacro,simbolo della forza universale e di vita,
offre cibo e bevande (allatta) il Faraone (e, per lui, il mondo e
l'Egitto). La scritta geroglifica di lato recita: "Egli riceve
nutrimento dalla madre Iside". Bassorilievo della XVIII o XIX
dinastia |
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Il Faraone Punto di
partenza per comprendere gli antichi egizi è la considerazione del
valore fondamentale che ha per essi l’amore, anzi il culto per ciò
che è solido, immortale, immutabile. Essi hanno in vista l’eterno
proprio perché si rendono conto della fragilità di ciò che è
transeunte e, innanzitutto, la vita terrena. Tutto ciò, sia ben
chiaro, non lo diciamo solo noi che ci occupiamo di essoterismo ma
lo dicono concordemente la storia, l’archeologia, l’antropologia,
tutte le scienze positiviste che si sono occupate di quel Paese e di
quel popolo. Agli occhi dell’egiziano il benessere dell’Egitto
derivava dal ripetersi immutato sempre degli stessi cicli.
Innanzitutto le inondazioni del Nilo e il suo successivo ritorno
nell’alveo dopo aver lasciato il prezioso limo; e poi il regolare
succedersi del giorno e della notte, delle stagioni e i cicli eterni
dell’agricoltura.. Tutto ciò che spezzava tale ritmo era fonte di
disagio, di sofferenza, di danno. Così, ad esempio, un ritardo
nell’inondazione nilotica o una sua magrezza, una stagione fuori
posto, una modifica improvvisa e inaspettata nell’andamento della
vita quotidiana. |
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r
Il Faraone unificava nella sua sovranità e nel simbolo
delle sue due corone le terre del Basso Egitto (raffigurato nella
dea a destra e nella sua corona) e quelle dell'Alto Egitto (la dea
di sinistra con la sua corona)
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Amore per il solido, l’immutabile, l’eterno; il che
vuol dire amore per l’ordine, ordine cosmico, or-dine posto a base
dell’universo esistente. L’ordine cosmico (“maat”) era il
bene supremo per l’antico egizio e Maat
era la dea della giustizia e dell’equilibrio. L’egizio antico
inorridiva di fronte alla eventualità di un turbamento dell’ordine
ed il “peccato” (se così vogliamo chiamarlo) per lui non era tanto
in una colpa quanto in una violazione di tale ordine posto dagli
dei; violazione che a-vrebbe portato ad un turbamento dell’ordinato
svolgersi delle cose. Concetto di “maat” che è analogo a quello
del “r’ta, che troviamo nell’antichissimo insegnamento dei Veda
dell’India preariana. |
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La dea Maat - il cui simbolo era una piuma di struzzo
sulla testa - accoglieva sotto le sue ali spiegate i sovrani
d'Egitto e trasmetteva così loro la sua potestà di ordine e
giustizia. Qui è raffigurata a protezione di Nefertari, moglie di
Ramsete II |
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Tale concetto di maat è esteso dall’universo alla
società civile, che ne è la rappresentanza nel microcosmo, ed al
Faraone, che ne è al centro e a capo, divinità sulla terra e garante
di tale ordine. È per questo che l’Egitto si presenta come una
organizzazione a carattere teocratico e centralizzato, con un
assolutismo di vertice. Il Faraone è l’unico titolare della
sovranità e in lui si concentrano tutte le potestà: quella
legislativa, quella religiosa, quella esecutiva e quella di
amministrare la giustizia. Tutta una schiera di funzionari sono
preposti alle varie attività ma suoi suoi funzionari, meri strumenti
nelle sue mani. Egli li nomina, al di fuori di ogni pretesa di
discendenza nobile propria (principesca, capi di clan, feudale) e
ereditaria, egli liberamente può rimuoverli, egli detta i principi
per l’esercizio della loro funzione, estensione e limiti, egli
interviene, se ne è il caso, anche nel singolo affare minuto per
deciderlo e dare le direttive della decisione da adottare. Anche
il clero – salvo i periodi di suo strapotere e usurpazioni – è
costituito da funzionari o delegati che esercitano i compiti
religiosi di culto e intermediazione fra le divinità e il popolo nel
nome e per conto e delega del Faraone: è sempre lui la somma
autorità sacerdotale, a cui sono sottomesse tutte le altre cariche
religiose. |
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Il Faraone è dunque il depositario di tutti i
poteri e questo perché – rifacendoci alla concezione di maat – è lui
che mantiene, per incarico degli dei, l’ordine macrocosmico nel
microcosmo della Terra e, per essa, nell’Egitto. Dagli dei egli
deriva direttamente i suoi poteri, egli li detiene e li esercita per
suo diritto divino. Una volta morto, egli è osirizzato, cioè
divinizzato; riacquista cioè quella divinità che aveva al momento
dell’incarnazione e da cui era derivato. Torna ad essere Osiride,
che è l'archetipo dell'uomo, creato, o meglio "nominato" e inviato
come signore della Terra e simbolo del Bene, divinizzato dopo la sua
morte e divenuto Signore e re dell'aldilà - ne parleremo più
appresso - cioè, per esprimerne meglio il concetto - torna in
Osiride: da cui è derivato al momento della sua discesa incarnata
sulla terra e in lui, dopo la morte, rientra, mentre un altro
Faraone – nuova emanazione di Osiride e suo rappresentante in Terra,
nell’Egitto – lo sostituisce sul trono. Osiride, quindi, è il dio
dei morti – ma più che dei “morti”, come li intendiamo noi, dio
dell’altra dimensione, dell’oltretomba come luogo di vita eterna,
che è la vera vita – ed è nello stesso tempo il simbolo e il
titolare del potere regale – a sua volta simbolo dell’esercizio
dell’ordine cosmico “maat” -e della continuità di tale potere. E il
Faraone ne è il suo rappresentante incarnato nella terra d’Egitto, è
il suo modo di esistere e la sua effigie sulla terra. Osiride è,
quindi, il vero, eterno sovrano dell’Egitto, è lui il vero re che vi
mantiene l’ordine cosmico e che – essendo la conservazione
dell’ordine la fonte del benes-sere – apporta al paese bene e
abbondanza, attraverso il Faraone, sua rappresentanza incarnata. Il
potere del Faraone, dunque, è, in tale considerazione,
assoluto. |
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Statuina in alabastro del Faraone Pepi i (Antico Regno, VI
dinastia) con i paramenti di festa
Il Faraone come rappresentante e sotto la protezione del
dio Horus (decorazione in legno della XXIII
dinastia) |
Le “scuole di vita” Il Faraone,
come si è visto, è anche il sommo sacerdote e il clero è a lui
subordinato. Vi sono tuttavia, come pure abbiamo detto, dei periodi
di decadenza, in cui l’autorità del Faraone è infirmata. Sono i
periodi in cui, oltre ai principotti locali e forse più di loro, il
suo potere è usurpato dalla casta sacerdotale. Sappiamo che è
proprio in tali momenti, in cui la religione ed il tempio divengono
centro di potere, che l’Insegnamento decade a livello di dottrina
pietrificata, non compresa dagli stessi sacerdoti se non nel suo
significato dogmatico apparente; un significato dogmatico e
apparente che è rifiutato interiormente e non creduto da essi, che
però ne fanno uso e lo applicano e ne chiedono l’obbedienza solo per
motivi del loro potere. |
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In Egitto, annesse ai templi, vi erano le
cosiddette “scuole dei vita”, dove si impartivano ai giovani
destinati alla carriera sacerdotale e anche a quella amministrativa
le scienze e le conoscenze a loro necessarie per il futuro esercizio
di tali funzioni. La scuola di vita è un centro di studi ed anche un
circolo di cultura; pur annessa al tempio, è da esso distinta.
Mentre nel tempio si esercita il culto vero e proprio, - e nei
periodi di decadenza il culto dogmatico e cristallizzato, culto
esteriore, ma vuoto interiormente, teso solo alla conservazione del
potere e dei privilegi – nella scuola di vita ferve lo studio e, con
lo studio, la ricerca, la speculazione di pensiero,
l’approfondimento interiore. Sono queste scuole di vita,
probabilmente, i centri iniziatici dove l’insegnamento prosegue
anche nei periodi più oscuri, grazie a qualche maestro che si isola
nella scuola, tenutosi fuori dagli orpelli delle cerimonie ufficiali
esteriori dei templi e dai gruppi e dalle trame del potere ivi
gestito. E grazie ai giovani studiosi, non ancora divenuti sacerdoti
corrotti, raccolti attorno a lui. La “scuola di vita” è dunque
la grande istituzione che nell’antico Egitto, all’ombra dei templi,
trasmette attraverso i secoli la fiaccola dell’insegnamento
segreto. |
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Le "scuole
di vita" si trovavano presso i templi. Una della più notevoli era
presso il tempio di Luxor, di cui qui vediamo l'ingresso con
il celebre "viale delle sfingi"
La "chiave della
vita" ("Ankh"), nella sua forma a croce ansata, simbolo,
appunto, della vita e del possesso della
vita |
L'antico Egitto e le sue principali città-stato nel
periodo dell'Antico Regno (fino alla cacciata degli Hyksos)
(2770-1580) |
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Le divinità Qualche
parola sugli dei dell’antico Egitto è pure necessaria
preliminarmente della lettura del Libro dei morti; infatti tali dei,
ora l’uno ora l’altro, sono continuamente nominati, richiamati e
invocati e pertanto senza conoscerli non è possibile intendere il
significato di quel richiamo e del “capitolo” (i capitoli sono i
singoli versetti e inni che compongono il Libro). Due concetti
vanno dati, innanzitutto. Il primo:è che, come sappiamo dalla
precedente lezione, l’Egitto sorse storicamente come un insieme di
città autonome tra loro, benché etnicamente e culturalmente affini
tra loro e collegate da una fitta rete di rapporti e commerci, In
relazione a tale autonomia, ogni città aveva il proprio dio
(supremo) e i suoi dei Avere la propria divinità è un segno
dell’autonomia e della sovranità, come oggi lo è per noi il coniare
moneta. E tuttavia tali deità non si escludono tra loro, come
avveniva allora e avviene tuttora presso gli altri popoli, dove le
divinità straniere non sono ammesse o riconosciute (salvo che per lo
straniero temporaneamente residente in quel paese) e, in caso di
guerra e di conquista, il conquistatore impone al vinto le proprie
divinità, spesso abolendo anche quelle proprie delle popolazioni
sottomesse, come segno di predominio e dell’imperio acquisito.
In Egitto, invece, le divinità delle altre città
sono riconosciute, magari come divinità inferiori, e, do-po
l’unificazione in un regno unico, come il Faraone è il sovrano per
tutti gli egiziani e come gli e-giziani di tutte le città hanno una
pariteticità di diritti e status – non vi sono città e cittadini
sotto-messi - così le varie divinità cittadine convivono
pacificamente tra loro. In ogni città il proprio dio resta,
naturalmente, quello principale e maggiormente venerato, tuttavia
anche gli altri dei, delle al-tre città, venuti al seguito delle
popolazioni immigrate ovvero di correnti culturali recepite, sono
ri-conosciute e seguite e talvolta anche molto ampiamente.
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Secondo concetto: i vari dei egiziani spesso non
hanno una propria specifica funzione (preposizione a una funzione,
ad una virtù o a un genere) come è per le deità greco-romane, dove,
ad esempio, sappiamo che Zeus-Giove è il padre degli dei,
personificazione del pater familias; che Era-Giunone è la mater
familias, tutela della casa e del focolare domestico,
Afrodite-Venere la dea della bellezza e dell’amore, Ares-.Marte il
dio della guerra, Poseidone-Nettuno dio del mare e così via. Le
funzioni attribuite ai singoli dei egizi erano invece sempre un po’
nebulose, nulla di specifico e preciso; questa funzione spesso si
modificava in un’altra. Ciò dipendeva anche dalle condizioni
storiche intervenute nella lunghissima durata dell’antico Egitto e
delle sue epoche e dinastie e da contamina-zioni culturali subite
dalle deità nel loro passaggio da una città a un’altra. Succede
anche che una stessa funzione o la preposizione ad un medesimo
genere sia attribuita a due o più divinità: Ptah è la terra a Menfi,
ma lo è anche Geb, una delle enneadi, nove divinità, di Eliopoli
(città del sole, denominazione datagli dai greci). La molteplicità,
la non precisa caratterizzazione, la modificazione storica delle
divinità è la loro caratteristica. Con queste due premesse,
vediamone qui le principali, quelle che incontreremo nel Libro dei
morti. |
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Ra, il sole, era inizialmente venerato a
Eliopoli (“città del sole”, in greco) ma il suo culto si diffuse per
tutto l’Egitto; egli traversa il cielo su una barca, la “barca di
Ra” appunto e su tale barca sale il defunto, che così è
santificato. Ptah è la Terra, lo abbiamo detto, nel senso
di madre creatrice di tutte le cose; inizialmente era una deità di
Menfi. Maat l’abbiamo già vista come simbolo dell’ordine
cosmico, dell’equilibrio e dell’armonia universali; era quindi anche
la dea della giustizia. È “la legge”, insomma, un principio che ci
ricorda il Tao cinese. Thot – identificato più tardi con
l’Ermete dei greci – era il dio della sapienza. A lui si faceva
risalire l’insegnamento agli uomini di tutta la scienza. Era
venerato a Hermopolis (la città di Ermete, così da noi conosciuta
attraverso la denominazione datagli dai greci), uno dei principali
centri iniziatici. Thot era anche la Luna ed era l’inventore e il
dio della scrittura (geroglifica). Ma nella cosmogonia
ermopolitana era venerata anche l’Ogdoade, un insieme di otto
dei, simboli originati dal primordiale caos
acquatico. |
Statuina della dea Maat (museo del
Cairo) |
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La Barca Solare con
la quale il dio Râ, il sole,solcava il
cielo da oriente verso occidente. Notare che Râ ha la testa di falco
del Vittorioso come Horus, segno dell'ibrido multifunzionale delle
divinità egizie |
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Il dio
Osiride (riceve il saluto del defunto, giunto nell'aldilà)
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Il
dio Horus, con la testa di falco, incorona il Faraone Meneptah (XIX
dinastia). Accanto, a destra, la dea Iside |
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Iside,
sorella e sposa di Osiride, era anche la dea della
magia |
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Tum, il Cielo, è
l'Incomprensibile e l'Ineffabile. Appare e può essere rappresentato
dalla mente umana solo attraverso le creature attraverso le quali si
manifesta
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Altro sistema cosmogonico notevole è quello
elaborato in un altro centro iniziatico a cui abbiamo già accennato,
Eliopoli. Secondo questo sistema (“Enneade eliopolitana”)
Atum (o Tum), “il Cielo”, è la divinità primordiale e
suprema, non concretamente definita né circoscritta nell’ambito di
una funzione o un compito specifici e ben precisi attribuitigli ed
esercitati, come è per gli altri dei. La sua figura è rappresentata
e espressa attraverso aggettivazioni astratte ma altamente
significative come l’Unico, il Profondo, il Solitario, l’Abisso
incomprensibile, la profondità abissale del cosmo. Sono concetti che
ci ricordano l’Ain Suf della Kabbalah (lo vedremo più appresso,
quando parleremo di quest’altro sistema iniziatico, appartenente
all’esoterismo ebraico), Inconcepibile per la mente e Ineffabile per
la lingua dell’uomo. Tum creò così la prima coppia di dei,
Shu, l’aria e Tefnut, l’umidità; da queste nacquero
Geb, la terra e Nût, il cielo. Da questa coppia
nacquero le altre due coppie, Osiride e Iside
(quest’ultima sorella e sposa del primo) e Seth con
Nefti, che sono il loro opposto: in tutto, appunto, nove dei,
l’Enneade cosmica iniziale. Secondo questo mito, dunque,
Atum creò solo la prima coppia di dei o realtà cosmiche e
universali; gli altri derivarono da ogni coppia ad essi precedente e
a loro volta generarono le coppie a sé seguenti. Questa concezione
ci ricorda quella (successiva) dello gnosticismo ellenistico e ci
ricorda di nuovo anche il sistema della Kabbalah, organizzato
nell’albero sefirotale, secondo il quale Ain Suf, parimenti l’Abisso
in conoscibile, creò Kether, “la Corona” (“tutto ciò che incorona e
circonda”), la prima delle sefiroth, dalla quale si sostanziarono,
per “traboccamento” di forza, capacità e virtù, tut-te le altre
Sefiroth e loro coppie, l’una discendendo
dall’altra. |
Il mito eliopolitano. Shu, dio dell'aria, sostiene il
corpo di Nut, la dea del cielo, da lui generata insieme a Tefnut, la
dea della umidità. Dietro Shu c'è Geb, la terra, altro suo figlio e
fratello e sposo di Nut |
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Il Faraone Tutmosi III fa offerte al dio Ammon (qui già
unificato col dio solare Râ) |
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La dea Nut, il cielo, nella sua duplice veste di dea e di
albero di sicomoro che nutre due
sposi |
La dea
Hathor, dietro suo padre il dio Râ, il
sole qui raffigurato con la testa di falco del vittorioso
Horus) |
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Il dio Api, in forma di vacca. Il disco solare che porta
sulla testa (così come lo portano altre divinità) sta a significare
che il dio è un aspetto e una emanazione del dio supremo, il sole
Râ |
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Sekmhet, la dea dalla testa di leonessa, che presiedeva
all'arte medica |
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Il dio Thot, dalla
faccia di scimmia, era il dio della sapienza e dell'insegnamento. He
in mano una cannuccia per scrivere (sopra di lui la Barca
Solare dl dio Râ che tutto
sostiene e a cui tutto sottostà) |
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Il dio Ptah. La colonna che lo
accompagna è simbolo della sua forza in quanto è il dio della
terra |
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Seth, sulla barca di Râ,
combatte il serpente infero Apopi Seth è il dio del deserto, dove
non c'è vita, dove la morte insidia chi vi si
avventura |
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Altre divinità egizie sono Hathor, dea
dell’amore e della giovinezza, ma altre volte considerata anche come
la Grande Madre, la generatrice di tutto, un qualcosa di simile alla
Demetra delì’Asia minore (si conferma così il carattere di
imprecisione di funzioni e attribuzioni di cui si è detto
sopra). Ammon, dio creatore e il sole era adorato a Tebe,
il suo clero fu tra i potenti e ricchi. In seguito, dopo
l’unificazione di Tebe con Menfi, furono riunite anche le relative
divinità supreme e solari, nella figura di
Ammon-Ra. |
Il disco
solare, il dio Sole, che dà la vita, dunque qui rappresentato
sopra la "chiave della vita". Il suo culto, come prima divinità è
stato sempre centro del culto degli antichi egizi. Fu denominato
Aton nel nuovo culto introdotto da Akhenaton.

Il Faraone Amenhotep IV, (XVIII dinastia) cambiò il suo nome
in quello di Akhenaton e introdusse il nuovo culto del dio
Aton
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Aton, anch’esso rappresentante e raffigurato
come il sole, fu poi sostituito ad Ammon da Akhenaton, il
Faraone riformatore della teologia, ma tale riforma durò poco.
Peraltro, il dio Aton era, por-tava in sé una concezione e
un’idea teologica di ben maggiore profonda di quanto fosse
Ammon; Aton era il sole come creazione e generazione e
conservazione della vita, era la luce e il calore del sole che sorge
la mattina e che tutto sostiene, è lui, con questi suoi attributi e
doni che consente alla vita di nascere e di sussistere. Un concetto
ben chiaro e immediato proprio alle popolazioni del deserto, che
assistono all’assurgere splendido e fulgente del sole nel deserto,
dopo il freddo e gelido buio della notte. |
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Il Faraone Akhenaton (e Nefertiti, sua moglie) sotto la
luce e la protezione del dio Aton, il Disco Solare

Nefertiti, la bellissima moglie di
Akhenaton |
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Anubi, dalla testa di sciacallo, era il dio
imbalsamatore e lo psicopompo, il Caronte egizio, che accompagnava
nell’aldilà l’anima del defunto, fino al regno e al tribunale
postmortale di Osiride; il dio Ibis, con la testa appunto di
tale uccello, aveva anch’esso il compito di psicopompo, ma più che
accompagnatore barcaiolo aveva il compito di predisporre il giudizio
del defunto innanzi ad Osiride; viene infatti raffigurato accanto al
defunto (oltre che sulla barca) davanti alla bilancia della pesatura
del cuore e della confessione negativa (nel che consisteva il
giudizio postmortale). C’erano poi, sempre come divinità,
Sobek, il coccodrillo. Min, il dio della fertilità,
Api, rappresentato nella figura di un bue o vitello, era un
dio dell’antico Egitto (da onde il “Vitello d’oro”, adorato dagli
ebrei dopo la loro fuga da quel paese). Sekmhet, dalla testa
di leonessa, Horus o Horo, il falco, figlio di Osiride
e Iside come meglio vedremo nel fondamentale e importantissimo Mito
osiridiano, vendicatore del padre, simbolo dell’Iniziato e del
risvegliato e così via.
Fra le divinità infere e negative vogliamo ricordare
il serpente Apopi, simbolo del disordine e di un abisso oscuro che
ritorna e cerca sempre di ritornare in opposizione e contro l'ordine
cosmico e l'armonia che gli dei superi, Maat e Râ in testa, hanno posto nell'universo; e che
il Faraone, loro rappresentante sulla terra, ha il compito e il
potere di preservare |
Anubi, dalla testa di sciacallo, nella veste e funzione di
imbalsamatore |
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La "pesatura del
cuore" (del defunto sulla bilancia, in presenza del dio Anubi o del
dio Ibis) costitutivo del giudizio innanzi a Osiride
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Il dio
Sobek, il coccodrillo e il dio Ibis, dalla testa di tale uccello,
che accompagna il defunto nell'aldilà e presenza al giudizio
osiridiano |
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Il dio Bes, divinità tutelare della
casa |
Il faraone
Sesostri I (a destra) fa un'offerta a Min, dio della
fertilità |
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L'occhio degli dei per gli egizi era
onnipresente |
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Molteplicità degli dei, dunque, con funzioni non
precise ma spesso scambievoli tra loro. Il Pantheon egizio non è ben
ordinato come lo sono quelli greco e romano, lo abbiamo già detto.
Pretendere ciò dal pantheon egizio sarebbe assurdo e antistorico,
vista l’origine propriocittadina di ciascuna divinità. Ciascuna di
esse convive con tutte le altre e sopravvive accettata anche altrove
che non nella sua patria originaria; mentre se ne distingue a motivo
di questa diversa appartenenza e della contemporanea e pacifica
unione delle varie città nell’unico Egitto e non a motivo di una
distinzione-distribuzione delle varie funzioni e compiti a cui il
dio stesso è preposto. Proprio per questo e poiché le funzioni delle
divinità delle varie città spesso sono identiche, ecco che con
l’andar del tempo, si arriva spesso a una vera e propria
unificazione tra loro di alcuni dei aventi funzioni e attributi
analoghi. Come si è già visto per Ammon-Ra, che poi
assorbe anche Ptah. |
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Il Mito
osiridiano Nell’ambito della religione egizia e del
suo Insegnamento e significato iniziatico, appaiono soprattutto
importanti il Mito osiridiano, che coinvolge le figure di Osiride,
Iside, Seth e Horus, e il simbolismo della loro vicenda. Il relativo
racconto compone i Misteri di Osiride. Osiride, figlio di Geb, la
Terra, e di Nut, il cielo, sta a rappresentare la conformità sulla
terra all’ordine cosmico voluto da Maat – e dunque il Bene - ed è
l’uomo archetipico che così si comporta e governa il mondo;
prototipo, a sua volta, del Faraone che così regna sull’Egitto e lo
regge; è una "forma", una impronta come l’Adamo che vive nel
giardino dell’Eden, regno dell’armonia e dalla pace con Dio, ovvero
come l’Adamo Qadmon della Kabbalah. |
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Osiride è il prototipo del Faraone, il sovrano inviato
dagli dei sulla terra per governare e amministrare gli uomini.
Non abbiamo sue raffigurazioni da vivo, come sovrano d'Egitto. Ci
piace rappresentarlo qui attraverso la statua arcaica
(2650 A.C.) di Zoster, il Faraone che unificò l'Alto e il
Basso Egitto, per la cui tomba venne costruita la mastaba (piramide
a gradoni), prototipo delle successive
piramidi |
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Osiride viene ucciso da suo fratello Seth geloso di
lui, che poi ne fa a pezzi il corpo e ne disperde questi pezzi sulla
terra, occultandoli affinché non vengano più ritrovati e rimessi
assieme e così Osiride non possa risuscitare o rinascere. Seth non
vuole che sulla terra e nel mondo regnino l’ordine e l’armonia e la
conformità alla Legge (a Maat). Seth, è anch’egli un dio minore
ed è il disordine e il Male, una figura e un simbolo simili al
nostro angelo decaduto, che sceglie di opporsi all’ordine divino.
L’uccisione di Osiride da parte di lui sta a raffigurare, in
simbolo, la discesa dell’uomo sulla terra (la sua caduta ovvero, a
seconda del pensiero filosofico sottostante al quello religioso, la
sua scelta di discendervi); rappresenta cioè la cacciata di Adamo
dal giardino dell’Eden, la caduta dello spirito e il suo peccato
originale come scelta di volersi incarnare e di conoscere la
materia. |
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Anche dell'uccisione di Osiride da parte del fratello Seth
non abbiamo raffigurazioni. Lo rappresentiamo perciò attraverso
questo bassorilievo del tempio di Karnak in cui un Faraone uccide i
suoi nemici |
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Il corpo di Osiride
fatto a pezzi e disperso per il mondo, a sua volta, vuole
rappresentare in simbolo la molteplicità delle cose del mondo in
opposto all’Uno dello spirito; quella molteplicità che vi è nel
mondo, i mille e mille corpi e cose che lo costituiscono e nei quali
lo spirito uno si disperde, dimenticandosi di sé e identificandosi
con questi corpi, quando si incarna con la discesa sulla terra.
L’occultamento dei pezzi da parte di Seth vuole significare le
lusinghe e l’illusione abbacinanti date dalla materia, la volontà di
restarvi e di goderne – cioè la volontà peccatrice dell’uomo nelle
ideologie religiose a sfondo colpevolizzante. Queste lusinghe,
questa illusione, il “peccato” impediscono il ritrovamento dei pezzi
sparsi del corpo e la loro riunificazione in un corpo unico; sono
l’ostacolo – e dunque il Male - alla ricostituzione dello stato
originario dello spirito che è Uno.
Dunque il Mito osiridiano,
in questa sua prima parte e attraverso tutti questi simboli, esprime
(e nasconde) l’Insegnamento criptico circa l’unità originaria dello
spirito, come stato suo proprio, e racconta la storia della sua
caduta nella materia, il dualismo e la molteplicità che vi sono nel
mondo e che da quella discesa e caduta sono conseguiti; e descrive e
sottolinea anche le difficoltà e gli ostacoli che si frappongono per
il ritrovamento del “paradiso perduto” di quella unità primigenia.
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Una coralità di donne gementi accompagna il pianto di
Iside

Osiride sovrano del regno dei morti |
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Continuando, il Mito racconta come, dopo l’uccisione
di Osiride e la dispersione nel mondo dei pezzi del suo corpo, la
sua sorella e sposa, Iside – simbolo della nostalgia del “paradiso
perduto” e aspirazione al Ritorno, che rimangono indistruttibili e
ricordo nascosto nel cuore dell'uomo; ma simbolo anche della
conoscenza esoterica ed iniziatica, che portano lo spirito a una
ricerca e a una volontà di risalita – si mette piangendo ma in
stancabile alla ricerca delle membra del suo fratello e sposo sparse
per il mondo, finché ritrovatele le rimette insieme e poi le
imbalsama in bende profumate, con l’aiuto di Anubi, per riportare
così in vita quel corpo, il suo fratello e sposo. Ma lo scopo è
ottenuto da Iside solo a metà; perché così ricomposto nelle sue
membra e imbalsamato, Osiride rivive, sì, riprende la vita ma
nell’aldilà e dell'aldilà diviene il sovrano e il signore. Non torna
a regnare sull’Egitto terreno, conserva e riprende la vita ma come
un dio risorto nell’aldilà. Nel regno dei “morti”, nel luogo e nel
mondo dove si andrà tutti, con una nuova vita, dopo la morte.
Osiride
è, dunque, il sovrano del regno dei morti – il regno della vera
Vita. Davanti a lui, pertanto, si presenteranno tutti gli uomini,
accompagnati da Anubi o dal dio Toth dalla testa di ibisi. I defunti
sono suoi sudditi, a lui soggetti innanzitutto per il giudizio
(della “pesatura del cuore” e “confessione negativa”, di cui
parleremo più appresso) e per la decisione sul loro destino
ulteriore. |
|
Questo punto – questa seconda parte del mito e dei
Misteri di Osiride e questa sua prima conclusione - è molto
importante. Anubi è la divinità che imbalsama il corpo del defunto e
così ne conserva la vita, anche dopo la morte; ma poi lo conduce,
per questa sua nuova vita, nella sua nuova residenza che è
nell’aldilà. Con questo si vuol dire, e questo è l’insegnamento
segreto egizio, che dopo la morte e con la conservazione “magica”
della vita non si risuscita, non si rinasce in questo mondo bensì la
vita continua, sì, ma nel mondo aldilà. Ed è quella la vera Vita,
quella che si ha dopo la morte; non per nulla il vero titolo –
l’esatta traduzione del titolo, il titolo originale - di quello che
noi chiamiamo e conosciamo come “Il libro dei morti egizio” è “Il
Libro dell’uscita alla luce del giorno”. |
|
Continuando nel mito osiridiano, il racconto dice
che il figlio di Osiride, Horus, il dio dal corpo umano e dalla
testa di falco – il falco è l’uccello dall’occhio fiero, che vola
più alto di tutti - dopo che sua madre Iside ha raccolto e rimesso
insieme le membra del suo sposo, affronta Seth e lo uccide,
vendicando così suo padre e riprendendo il trono di Egitto. Horus
altre volte è rappresentato anche, più semplicemente, con la figura
simbolica del falco. Il falco, l’uccello che vola più in alto di
tutti, simbolo della fierezza e del volo ardito, dell’occhio
acutissimo, del coraggio, dello slancio vittorioso sulla preda e su
ciò che vuole prendere,. Horus è chiaramente significativo
dell’Iniziato, del Risvegliato a nuova vita, dell’illuminato, del
Buddha vivente: l’uomo che ha acquistato coscienza del proprio
retaggio regale, che è divenuto consapevole di essere figlio di Dio
e che in tale consapevolezza rivendica i propri diritti ereditari
spirituali, sconfiggendo la materialità e il male che vi è non in
essa ma nell’abbandonarsi e credere solo e totalmente ad
essa.. |
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Il falco con la sua fierezza e il volo alto e intemerato è
il simbolo e l'immagine zoomorfa con cui viene rappresentato Horus,
il Vittorioso |
La cerca del Sacro Graal |
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Se volessimo fare
ancora dei confronti con altri insegnamenti, diremmo che il mito di
Osiride che muore e di Horus che lo vendica, uccidendo chi lo aveva
ucciso e così riconquista il regno è lo stesso anche di quello
espresso nel mito della “cerca del Graal”. Dove Parsifal (ovvero
Galaad, in un altro racconto), il più puro dei cavalieri - e non
Lancillotto che si riteneva e era considerato il più valente dei
cavalieri della tavola rotonda - è colui che riescirà nella ricerca
e nella conquista del Sacro Graal, il calice del sangue di Cristo,
il Dio ucciso dal male degli uomini.
. |
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Parsifal, il cavaliere e puro guerriero e Galaad, l'anima
pura - le due facce e i due aspetti di una medesima figura - sono
l'immagine di chi solo potrà conquistare il Sacro
Graal |
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Il mito di Osiride,
pur religioso nella sua presentazione, ha, in verità, profonde
significazioni psicologiche, filosofiche ed iniziatiche. Il giorno,
il sole luminoso che muore e dà luogo alla notte – e al buio - per
poi rinascere nel giorno successivo, è la base pragmatica,
esperienziale e concreta del mito di Osiride. Il Nilo con le sue
acque che sommerge le pianure egiziane e che poi si ritira,
lasciando però il fertile limo fonte di vita che genera il nuovo
raccolto, è pure un’altra base concreta ed esperienziale di quel
mito. Il popolo, la gente egizia queste esperienze viveva e poi le
trasfigurava nel sogno e nel mito. E lo storico, l’archeologo,
l’antropologo, riconoscendone queste origini concrete ed
esperienziali e questa trasfigurazione onirica, qui si fermano.
|
|
Il sole scomparso che ritorna dopo il buio della notte -
la luce del giorno che risorge dal buio - sono l'immagine e l'eterna
esperienza di vita che l'uomo ha della rinascita (in basso:un
dipinto di C.D.Friedrich)
 |
|
Ma il mito di Osiride,
questi Misteri hanno una ben altra valenza. Raffigura anche e
soprattutto la posizione dell’uomo nel cosmo. È il credo nell’uomo
essere spirituale, figlio di Dio, destinato a ritornare – dopo
riconosciuto e superato il male della materialità – al padre; è il
credo che la morte è solo l’inizio di una nuova vita regale; è
l’intuizione e la convinzione che, già prima di tale nuova vita
osiriaca postmortale, già in questa vita abbiamo le possibilità di
sperimentare da incarnati il regno che ci aspetta – e che ci spetta
–qualora si riesca già qui a sconfiggere il male del dualismo, della
molteplicità, dell’identificarsi con la parte, con la materia e con
il relativo; e non, invece, con lo spirito, con la coscienza, con il
Tutto, con l’Assoluto.
|
| Sintesi della religione e delle
divinità egizie: l’insegnamento |
L'Abisso insondabile
|
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Come abbiamo visto,
molte sono le divinità egizie, ma tra tutte esse noi possiamo
individuare alcuni polarità essenziali. Il primo è Tum o Atum, il
Cielo: è il Primo Principio, da cui tutto si deriva. È l’Ain Suf
della Kabbalah, è l’Inconoscibile e l’Ineffabile. È l’Abisso
insondabile, di cui solo si sa e si può dire “che è”, che “eppure
esiste”, per affermazione filosofica e per fede ovvero per un
"sentire" profondo ed essenziale e non per descrizione di essenza o
di operato né per definizione. “Io sono colui che è” ha detto di sé
a Mosè. |
|

L'abisso insondabile
visto dall'uomo (C.D. Friedrich "Viandante sul mare di
nebbia") |
Il Sole, fonte di vita |
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I |
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Il sole visto dalla
terra (C.D.Friedrich
"Paesaggio..." |
Noi sentiamo dentro che esiste, che c’è, tutti i
popoli (e così anche gli egizi) sentono e affermano e cantano questo
Essere (ed esserci); e questo “sentire” è l’unica cosa che possiamo
saperne e dirne, è l’unica forme di comprensione che possiamo avere
– comprensione significa “comprendere”, contenere tutto insieme
nella (nostra) mente; ed è assurdo volervelo così contenere,
“circoscrivere”, come il mare non può essere contenuto nella piccola
buca che il bambino scavava sulla riva, di cui racconta S. Agostino.
Dice il taoismo: il Tao che può essere nominato non è il vero
Tao, il Nome che può essere pronunciato non è il vero Nome.
Il secondo polo è
rappresentato da Râ - conosciuto anche, in altri momenti, vicende o
città o in altri “sentire”, con nomi diversi (e comunque da ultimo
unificati dal disco solare incorporato nell’immagine e nel modo di
concepirlo), come Aton o Ammon cioè il Sole; e anche Api, il bue
sacro. È il Principio della Vita; la Vita è la prima manifestazione
(e Creazione e Emanazione) di Dio, il primo modo con cui Egli
appare, nella nostra dimensione.
|
La Terra, vista dal cielo |
|
Un altro polo, ancora e ulteriore - un’altra Sua
forma, umanizzata, che l’Assoluto ineffabile assume scendendo sempre
più verso di noi - è Osiride, l’Ucciso-Risorto, lo Spirito sceso
sulla terra e incarnatosi nella materia, che quindi deve morire
perchè questo è proprio della materia; ma che è vita e dunque vivrà
sempre, pur dopo la morte perché lo spirito non può morire e la vita
è lo stato suo proprio. Tuttavia, Osiride - l'uomo risorto -
risorgerà, rivivrà e regnerà nell’aldilà, nella dimensione propria
dello spirito. Questo è Osiride, il terzo polo della “religione”,
dei Misteri dell’insegnamento sapienziale egizio. Osiride è
l’archetipo e l'esemplare dell’uomo, che ha dentro di sé, nel suo
DNA la vita e che ha come destino la Risalita e la salvezza; è
l’archetipo della vita che continua ed è eterna e che ci è
assicurata dopo la morte. |
|
La
Terra, vista
dall'uomo (C.D.Friedrich "Le età della
vita") |
L'albero sefirotale,la sapienza della
Cabala |
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È l’Adamo Qadmon della Kabbalah, è quell’essenza e
cammino di esperienza incorporate nell’uomo, sostanziate
nell’essere-uomo che tale libro mistico della sapienza ebraica
raffigura con l’albero sefirotale e le sue sephiroth di risalita da
Malkut, la più bassa, a Kether, la prima e più alta Sefirah, la
massima raggiungibile, perché al disopra, anzi al di fuori, vi è
solo Ain Suf, l’Irraggiungibile. È l’Atman degli induisti, il
mandala perfetto dei buddisti, il Sé rotondo della psicologia
analitica junghiana. Tutti gli insegnamenti sapienziali si
raccordano e concordano nelle loro pur diverse rappresentazioni
criptiche e misteriche dell’uomo chiamato a realizzarsi. L’uomo
che ha una propria regalità per origine e natura e che questa
regalità ritrova dopo la morte e che in questa regalità dopo
continua a vivere, questo è Osiride, questo è lo stato osiri-diano.
Noi diciamo pur sempre e accettiamo che Cristo è la Via, la Verità e
la Vita, certo. Ma qui stiamo parlando dell’insegnamento esoterico
egizio; e del modo (culturale) con cui la sapienza e l’intuizione
illuminata di quell’antico mondo conosceva e insegnava questa nostra
stessa certezza. |
|
"L'uomo rotondo", che
ha integrato in sé tutte le sue dimensioni, in una raffigurazione
alchemica |
|
L’interesse egiziano per l’aldilà
Come si è detto, l’interesse degli antichi egizi per
l’aldilà si esprime attraverso un duplice ordine di indirizzi. In
primo luogo, come credenza in una vita postmortale che l’uomo potrà
avere dopo la morte terrena, rinascendo in un ambiente ultraterreno,
più o meno simile a questo mondo materiale che ha lasciato. In
secondo luogo, e stante tale premessa, come convinzione e tentativo
magico di poter operare già adesso e da questo mondo – a mezzo i
formule, rituali, cerimonie – nell’altra vita, onde preparare e
forgiare l’ambiente nel quale ci si verrà a trovare dopo il
trapasso. Il libro dei morti dell’antico Egitto contiene appunto le
formule e detta i modi per queste operazioni magiche da svolgere da
qua per aiutare il defunto a superare le prove, gli ostacoli e i
pericoli che incontra e per ottenere di aprirgli, anche a forza, le
porte, i passaggi che trova chiusi nel suo cammino nell’aldilà, così
da indirizzarne i passi e indicargli il da farsi di fronte alle
evenienze e ai frangenti in cui si viene a trovare nel nuovo mondo
|
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La credenza in una vita
oltremondana. L’egiziano è attaccato ai beni e alle
gioie che la vita gli offre, egli ama la vita terrena in cui è
immerso, apprezza i piaceri che ne può trarre. Al contrario del
filosofo indù o buddista - che vedono nella vita (e nelle rinascite)
solo dolore e sofferenza e cercano pertanto di sottrarsi al samsara,
la ruota delle rinascite, cercando, come massima aspirazione,
l’annullamento della propria individualità nel Tutto, nell’Assoluto,
nel Brahma, nella Luce Chiara della buddhità – l’egiziano vuole
preservare ed eternizzare questa propria individualità e la sua
vita. Perciò, di fronte al carattere transeunte della vita terrena,
dedica tutte le sue forze a prepararsi quella di poi. L’egiziano è
attaccato alla sua terra e alla vita; proprio per questo egli
“rimuove” dalla propria coscienza (diremmo con linguaggio
psicanalitico) il sentimento e l’ansia che gli vengono dalla
consapevolezza della transitorietà della vita terrena trasponendo la
“vera vita” laddove c’è l’eterno e l’immutabile e rassicurandosi che
c’è tale vita dopo la morte. |
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La mummificazione - qui fatta simbolicamente dal dio
Anubi - era il modo indispensabile per assicurarsi la continuazione
della vita anche dopo la morte |
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Tutto questo è esternato in maniera significativa
nel Libro dei morti, nel quale si alternano una ambivalenza di
sentimenti, da un lato un appassionato amore per le cose della terra
- il proprio corpo, la casa, i beni, i campi, il sorgere e il
tramontare del sole, il rinnovarsi delle stagioni – e dall’altro,
nello stesso tempo, la ricerca di ciò che è appunto eterno e
l’immutabile, in una quasi totale dedizione e fissazione del
pensiero verso ciò che verrà
“poi”. |
Ermete Trismegisto,
con i serpenti, smibolo della sapienza, nelle
mani. |
|
Ermete Trismegisto E
così la morte – straordinario paradosso del mondo egizio – viene
vista, dal “materialista” egiziano, non come la fine ma come
l’inizio di una nuova vita, una metamorfosi della coscienza e il
primo passo della Rinascita: “l’uscita alla Luce del giorno”,
appunto. Tutto sta, quindi, nel sapersi procurare una buona vita
nuova nell’aldilà, presso il “dio morto”, simbolo di questo destino
di rinascita dell’uomo. Il mitico Maestro mistico, che iniziò gli
egizi alla ricerca di questi valori permanenti e indistruttibili,
che trascendono gli effimeri valori della vita terrena, è indicato
in Ermete Trismegisto (ne parla anche Platone) e attorno al suo
insegnamento sorse il centro iniziatico di Hermopolis. A questo suo
insegnamento viene attribuita la trasformazione della mentalità
egiziana da un appassionato attaccamento ai valori e ai beni terreni
a un superamento di questi e a una tensione e piena aspettativa dei
valori ultraterreni. Maestro mitico, si è detto. Perché, a parte
l’improbabile esistenza di un simile singolo e unico personaggio
storico, i capitoli e le formule e le invocazioni del Libro dei
morti egizio, come trascritti e riportati in geroglifici sui papiri,
non appartengono ad un’unica redazione ma si sono formati
stori-amente in diversi tempi e secoli, sulla base di una tradizione
e di un insegnamento orali molto precedenti, facenti parte di un
mondo e di una cultura in cui l’interessamento, l’aspettazione e la
cre-denza nella sopravvivenza avevano una valenza archetipale. Il
rifarsi ad un padre mitico ha tuttavia anch’esso un significato, che
è quello di consacrare la tradizione esoterica egizia
riallacciandola agli altri Insegnamenti: da un lato, all’indietro,
al zoroatrismo (Ermete Tri-smegisto sarebbe stato un allievo di
Zoroastro ed avrebbe conosciuto i principi del mazdeismo);
dall’altro, in avanti, ai libri ermetici – e, primo tra essi, il
Pimandro – allo gnosticismo e altre analoghe dottrine. Il tutto nel
più ampio alveo del cammino dell’uomo alla ricerca della verità
segreta. |
|
La cerimonia del Djedu e la “morte del
Dio” La rinascita dell’uomo nella vita ultraterrena è causa
di gioia per le divinità (egizie), che vedono nell’uomo santificato
(Iakhu, in termini egizi) il novello virgulto, la giovane nuova
invincibile forza (Horus, il figlio vendicatore) che ridarà possanza
a loro stessi (e in primo luogo a Osiride, dio il ucciso da suo
fratello, Seth, il Male) e ne risolleverà le sorti. La cerimonia del
Djedu, che si celebrava annualmente nella città sacra di Abido e
consistente nel risollevamento in verticale di una colonna spezzata
e caduta, vuole esprimere proprio questo concetto. La colonna
spezzata e caduta a terra rappresentava Osiride ucciso sulla terra.
E il suo risollevamento avveniva ritualmente ad opera dell’uomo.
Nella concezione egizia vi è dunque anche quest’altro apparente
paradosso: non è la divinità che salva l’uomo ma è l’uomo che salva
la divinità. Gli dei sono vecchi, non ce la fanno più a portare il
peso dell’ordine cosmico da essi stessi determinato. Gli dei
sembrano avviarsi al crepuscolo e solo l’avvento dell’uomo (nella
sua figura di Iakhu, l’uomo santificato) può fermare questa loro
caduta. |
La colonna (Djedu) rialzata |
|
Naturalmente quello che decade e muore (beninteso,
non per il pensiero egizio ma per una nostra più approfondita e
avanzata riflessione teologica) non si può riferire a Dio in sé ma
al dio che è nel cuore dell’uomo. Al riguardo va richiamata la
concezione e il dibattito, insorti nel nostro tempo, sulla morte di
Dio - “Dio è morto” ha affermato Nietzsche e altri dopo di lui che
lo hanno seguito. In proposito, rinviamo anche la rilettura che ne
viene data nell’articolo "Dio è morto?" pubblicato sulla nostra
rivista e in questo sito. Infatti, come altrimenti potrebbe essere
da noi accettata questa per noi assurda idea della morte di Dio? Dio
per sua natura è eterno, non può morire. L’affermazione può essere
accettata, quindi, solo sulla base di una concezione che faccia leva
sui concetti di manifestazione e sostanziazione della divinità nel
cuore dell’uomo; ed è questa, solo questa che si può
appannare. La divinità, nel suo protendersi in basso, verso la
materia - nel suo manifestarsi nella creazione o nelle sue
emanazioni – l’essenza spirituale da essa trasmessa, gli dei, dunque
(che sono questa ma-nifestazione, queste emanazioni, queste essenze
spirituali successive) subiscono con ciò stesso una “deminutio”. Gli
dei, dicono gli egiziani per esprimere questo concetto, invecchiano,
hanno bisogno loro di aiuto. L’uomo, con la sua nostalgia della
natura perduta (Osiride ucciso) e con il suo protendersi verso
l’alto, con il suo rivendicare la propria origine e la sua volontà
di risalire (Horus trionfante), con l’illuminazione insomma, ma pur
sempre con la morte terrena e alla materia, viene ad essere la nuova
forza giovane che puntella e riporta l’ordine cosmico nell’universo.
Ecco dunque il mito di Osiride e di
Horus. |
Le molteplici sostanze dell'uomo: l'Ombra passa la soglia
della morte. il Ba sta in basso, il Ka vola in alto verso il
giudizio di Osiride e il suo destino finale |
|
La molteplicità delle sostanze
dell’uomo Come si presenta l’uomo nell’aldilà, davanti
al “tribunale di Osiride”? È noto che tutti gli insegnamenti fanno
dell’uomo un essere tripartito: corpo, anima e spirito. Lo vedremo
mano a mano che parleremo delle varie dottrine esoteriche. Gli
egiziani, in pratica, non fanno eccezione a ciò, anche se parlano di
svariate “sostanze” o compo-nenti integrate nell’uomo e che
affiorano ad esistenza autonoma dopo la morte. A parte il corpo
materiale che muore – ma che viene preservato anch’esso dalla
corruzione e distru-zione definitiva con l‘imbalsamazione – vi è il
Ka, che è un vero e proprio doppio eterico del corpo ed è
esso che viene accompagnato da Anubi (o dall’ibis Toth) a comparire,
per il giudizio, davanti ad Osiride. Vi è poi il Khaibit,
l’Ombra, un substrato delle passioni e dei desideri umani, soggetto
a corrompersi e perire. Il Ba è l’anima ed è raffigurato
nelle sembianze di un uccello sospeso sopra il corpo del defunto. Il
Khu o Iakhu, infine, è lo spirito santificato, cioè
quella componente che, superato positivamente il verdetto del
tribunale di Osiride, dimorerà nel campo dei Beati. Il Sahu è
lo spirito illuminato, un gradino ancora più su dunque, gradino
nella consapevolezza e coscienza
co-smica. |
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Ren è il Nome, dimenticare il quale vuol
dire perire (perdere l’individualità) mentre conoscere il Nome di un
altro spirito vuol dire averlo in proprio possesso (concezione,
questa, ancora oggi comune a molti popoli primitivo-arcaici e
propria anche di molti rituali magici. Una concezione che è alla
base e spiega, per quei popoli, il divieto di farsi fotografare,
prendere la fotografia di una perso-na, infatti, e così conoscerne
il nome e poterlo pronunciare, corrisponde a “rubargli
l’anima”). Sekhem, infine, è la volontà magica che tutto
può operare. Molteplicità di sostanze, dunque; eppure
riconducibili sempre a quelle tre di cui parlano tute le dot-trine
esoteriche. Ed infatti: il corpo materiale mortale è quello che è e
su di esso non c’è nulla da dire. Ka, Khu, Sahu
e Ren – ciascuno dei quali provvisto di Sakhem sempre
più purificato – corri-spondono all’unica sostanza Spirito nei suoi
diversi stati di perfezionamento e più precisamente: Ka
corrisponde allo spirito incarnato nel corpo, che sopravvive alla
morte e che viene presentata al giudizio del tribunale di Osiride
(all’autogiudizio, nella nostra o in altre concezioni). Khu è
lo spirito buono che supera quel giudizio e che viene ammesso
all’esistenza beata nell’Amenti, il paradiso egizio che si
trova ad occidente. Sakhu è lo spirito non solo beato ma
anche illuminato avendo conseguito la conoscenza; è il Buddha del
mondo orientale. Ren, infine, è l’essenza dello spirito, la
sua individualità unica ed irripetibile. |
|
Il viaggio del defunto (la figura bianca)sulla barca verso
l'aldilà. Si riconoscono la dea Maat (con la piuma sulla testa),
Thot (dalla testa di ibis), Khnum (dalla testa di ariete), dio
dell'acqua fredda e delle
inondazioni |
|
Resta il Ba, che corrisponde all’anima;
“anima” non nel senso della nostra religione cristiana (dove l’anima
corrisponde allo spirito ed è quella che si salva o si danna), ma
nel senso di forza vitale che vivifica il corpo durante la vita. Il
Ba, questa forza vivificante, non più aderente a un corpo (da
vivificare), privata del corpo finisce con l’annullarsi o con il
disperdersi e rientrare nell’anima generale di tutte le cose.
L’anima però è mossa dalle passioni e attitudini terrene – il
Khaibit di cui parlano gli egizi, che, dunque, fa parte
dell’anima, ne è una componente o un attributo ad essa attaccato. Il
Khaibit, pur così facendo parte dell’anima, può però ancora
inquinare il Ka, il suo doppio non ancora purificato – il
cosiddetto corpo eterico – che allora, conscio di essere morto e non
ancora illuminato né purificato, continua a vagare su questa terra
(e a “infestarla”, dando luogo a fenomeni residuali di infestazione)
alla ricerca di quei beni e soddisfazioni sensibili che non può più
avere. |
|
Il defunto, accompagnato dal dio Thot dalla testa di ibis,
davanti a Osiride per il suo
giudizio |
|
Se non passava favorevolmente il giudizio di
Osiride, il defunto, cioè il suo Ka non entrava nell’Amenti, il
paradiso di occidente - dove va e sta il sole Râ quando il giorno
finisce - ma si ritrovava in uno dei mondi infernali, il Duat o il
Re- Stau, l’isola di fuoco. Mondi oggettivi, in sé esistenti, dicono
e ritengono gi antichi egizi, sulla base della loro conoscenza,
credenza e attaccamento alle cose concrete, di cui si è detto; ma
forse era così solo per il popolo e le sue pratiche ecsoteriche,
mentre, per chi era più approfondito nei Misteri, forse anche per
loro erano dei mondi solo mentali). Ma, in ogni caso. era così anche
per il defunto non purificato, quello che non aveva passato
favorevolmente il giudizio di Osiride e nel quale avevano il
sopravvento la caligine e l’ottundimento dati dalle passioni del
Khaibit rimasto attaccato al Ka, che lo portavano all’ignoranza
della vera Realtà e della Luce. Questa ignoranza – non sapere
significa non vedere - la consapevolezza di non avere più un corpo e
l’aver conservato e il sentire ancora, ciononostante, tutte le
passioni e i desideri terreni e corporali, che però non poteva più
soddisfare, il rimorso e il terrore suscitatigli da tutto questo e
dal ricordo del male che fece in vita, il sentimento dal giudizio
negativo datogli Osiride creavano senz’altro per lui una
oggettivazione delle pene sofferte. |
|
L'azione magica dall’aldiquà per
operare sull’aldilà. Abbiamo visto come un altro
aspetto per il quale gli antichi egizi presero in considerazione
l’aldilà è dato dal desiderio e dalla loro convinzione di poter
operare in esso già ora, da questo mondo. Operazioni “magiche” – che
superano cioè la capacità normali naturali e attengono al
preternaturale o addirittura al soprannaturale; questa è la “magia”
- alle quali provvedono attraverso i versetti e i ca-pitoli del
Libro dei morti e la loro recitazione. Grandi pericoli, grandi
ostacoli – spesso antropomorfizzati o zoomorfizzati, perché così
sono meglio compresi e accettati dal popolo e per conservare il
segreto del vero significato, nascondendolo ai non iniziati – si
presentano al defunto nell’aldilà dopo la morte: deità che non lo
vogliono far passare; demoni che cercano di ghermirlo; cammini
stretti e ripidi per i quali non si può transitare o lo si può solo
con estrema difficoltà e con aiuti. Nel Re-Stau la barca di Ra non
può passare e il defunto deve scendere e trascinarla con grande
fatica e pena. Deve attraversare o evitare l’isola di fuoco, della
quale può rimanere prigioniero. Deve convincere i 42 giudici della
propria probità (con la confessione negativa); e così via. Nel
contempo, però, l’uomo è pur sempre l’erede degli dei, colui che è
in grado di vivificare e ridare vigore alle divinità invecchiate e
ripristinare l’ordine cosmico
decaduto. |
|
Di tutto questo l’uomo iniziato deve essere
consapevole in vita; e tutto questo deve essere continuamente
ricordato al defunto, gli deve essere detto e ripetuto passo passo
che egli compie nel cammino per lui ignoto e pericoloso nell’aldilà;
affinché conosca e superi gli ostacoli mano a mano che li incontra;
affinché sappia rispondere agli dei e alle altre creature
dell’aldilà che lo interrogano e che gli si frappongono davanti; per
superare le paure che lo assalgono; affinché insomma, di fronte a
ogni eventualità che si presenta, egli sappia cosa fare, la risposta
comportamentale adatta da avere, si faccia avanti e proceda con
sicurezza, con fierezza, con consapevolezza, senza esserne
intimorito e travolto. A tal fine, come vedremo quando ne leggeremo
e commenteremo i capitoli, il Libro dei morti recita le risposte da
dare, le cose da dire e da fare in ogni occasione che si presenta
davanti al defunto. Il defunto deve essere fortificato durante il
suo viaggio con cibi, bevande, oggetti che gli sono abituali e
familiari. Gli deve essere ricreato tutt’intorno un mondo simile a
quello che ha appena lasciato, così da non trovarsi sperduto e
angosciato nel nuovo ignoto in cui ora si trova. |
|
Il defunto doveva presentarsi ed avere nella vita
dell'aldilà con tutto quanto era necessario e utile, per sé e
per doni agli dei, come
nell'aldiquà. |
|
Tutto ciò l’antico egizio operava dal di qua; egli
aveva la pretesa e la convinzione di poterlo fare da qui, con la
lettura, da parte dei sacerdoti, delle formule, delle invocazioni,
degli inni contenuti nei papiri del Libro dei morti e nei Testi dei
sarcofagi e delle piramidi. Operazioni magiche per forgiare l’aldilà
al defunto che vi arrivava, per incidere sul mondo ultraterreno a
favore del defunto. Questa è la magia sacerdotale dell’antico
Egitto, ed è da ritenere che nelle epoche di decadenza (decadenza
iniziatica) questo aspetto e pretesa “magici” (ma probabilmente
vani, visto che mancava la potenza operativa non più sorretta dalla
fede) fossero quelli che divenivano preponderante. |
|
Preghiere e
invocazioni da parte dei sacerdoti
|
|
Da parte nostra, posiamo dire – da un lato - che
tutto questo, questa pretesa non sono a priori impossibili,
incredibili e risibili; sappiamo che il pensiero, la parola sono
creativi ed esiste la comunicazione telepatica, anche con l’aldilà,
come mostrano le nostre comunicazioni medianiche. Dobbiamo
raccordare tutto quello che abbiamo detto con quello che sappiamo
dalla nostra parapsicolo-gia e dalle esperienze collaterali dello
spiritismo. E dobbiamo anche ricordarci che esistono concezioni e
credenze analoghe anche presso altri popoli (a sua tempo parleremo
del Bardo Todol, il Libro dei morti tibetano; anche qui il lama
legge tale libro davanti al morto o, comunque, presso il suo letto,
per guidarlo nell’aldilà a riconoscere e a saper trattare con le
diverse deità benevole o terrifiche che incontra). Se pensiamo a
tutto ciò, la conclusione su una possibile di una valenza oggettiva
di tali credenze egiziane (e di quelle simili di altri popoli) non
ci si può pronunciare negativamente in modo aprioristico e
assoluto. Tuttavia – da un altro lato - restano chiare e
altrettanto valide le obiezioni che si possono fare e vanno fatte
riguardo a tale modo di pensare e pretesa di poter veramente operare
dall’aldiquà sull’aldilà. Diciamo dunque, conclusivamente, che, pur
con le inoppugnabili considerazioni sopra fatte, non si può certo
affermare con certezza, né tanto meno noi vogliamo sostenere, che le
cose andassero veramente così come là si credeva e si pretendeva; e
che veramente in quei modi si poteva (e si possa) operare da qua
sull’aldilà; anzi ci pare un po’ difficile. Lasciamo la conclusione
e il giudizio impregiudicati e al lettore. Noi qui stiamo solo
facendo una descrizione del pensiero, del modo di essere culturale e
del modo di operare che vi erano nell’antico
Egitto. |
Il giudizio della "pesatura del cuore" (sul piatto
sinistro della bilancia; su quello di sinistra c'è la Verità)
davanti ad Osiride. Il defunto è la figura bianca, il colore dei
morti. Sono presenti Anubi (dalla testa di cane) e Thot (dalla testa
di ibis)
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Il giudizio di Osiride Ma, tornando
all’antico Egitto e al suo pensiero, il defunto, sopravvissuto alla
morte grazie alla im-balsamazione del corpo e alle azioni magiche
dei sacerdoti e giunto nell’aldilà sulla barca di Anubi –
accompagnato da questo o da Toth, il dio dalla testa di ibis –
veniva portato davanti al tribunale di Osiride per essere sottoposto
al suo giudizio. Questo giudizio veniva chiamato “la Pesatura delle
Parole” ovvero “la Pesatura del Cuore” e anche “la confessione
negativa”. Osiride, sulla destra della scena, è assiso
impassibile e sereno sul suo trono - riprendiamo questa
rappresentazione dalle raffigurazioni che ne sono fatte nei testi
geroglifici e sui papiri. Davanti a lui c’è una bilancia a due
piatti, al suo fianco o dietro di lui c’è Iside la sua sorella e
sposa.. Il defunto - la veste e il corpo sono di colore bianco,
segno che si tratta dell’anima di una persona morta e non del suo
corpo - viene condotto davanti al dio e alla bilancia da Anubi o da
Toth, sempre presenti, ovvero da un’altra anima dell’aldilà
(riconoscibile anch’essa come tale dal suo corpo bianco) e qui
pronuncia, in propria difesa, le parole della cosiddetta
“confessione negativa”, con le quali si rap-presenta e rappresenta
la propria vita terrena passata; “non sono stato cattivo, non ho
fatto del male, non ho rubato, non ho ucciso; sono stato dalla tua
parte e non di quella di tuo malvagio fratello Seth”. Queste sue
parole, o meglio, il suo cuore da cui esse escono vengono messi su
uno dei due piatti della bilancia – perciò le due anzidette
denominazioni “pesatura delle parole.”- mentre sull’altro piat-to
viene messa la verità. Se la bilancia pendeva dalla parte del cuore,
la Pesatura, cioè il giudizio, è superata favorevolmente e il
defunto può andare nell’Amenti. |
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Se invece il giudizio non veniva superato - se il
piatto della verità era più pesante e la bilancia pendeva da quella
parte - il destino era diverso, il defunto veniva rinchiuso nel Duat
ovvero vagava errabondo nel Re Stau ovvero tra i pericoli e le
sofferenze dell’Isola di Fuoco La magia delle formule recitate e
degli incantesimi fatti dai sacerdoti (sulla terra) erano intesi,
appunto, a ricordare tutto questo al defunto, ad ammaestrarlo
opportunamente, a fargli pronunciare le parole giuste. In questo
modo, con questi aiuti “magici”, grazie all’azione della magia
svolta dai sacerdoti con la recitazione dei capitoli del Libro dei
morti, il defunto, ripetendo le parole suggeritegli e così
pronunciando le “parole giuste”, sopravviveva e poteva anche
“forzare le porte”, superava il giudizio di Osiride e poteva
accedere ovunque nell’aldilà nel regno di questo dio. Dopo di che,
egli si aggirava libero per tutto l’universo, e anche su questa
terra, che, sempre nel pensiero egizio, fa piena parte dei mondi
aperti al defunto stesso. Così come egli poteva penetrare in tutti i
corpi, viventi e non, organici, inorganici, di animali, di piante,
di cose – anche questa magia indotta con la recitazione delle
formule. |
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L'Amenti, il
paradiso occidentale, dove veniva ammesso il defunto che aveva
superato favorevolmente il giudizio di
Osiride |
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Si susseguono quindi, nel Libro dei morti egizio,
una serie di visioni, di fantasmagorie strane, allucinanti, talune
bellissime, altre angoscianti, che sembrerebbero uscire da un
cervello in preda della droga e che invece rappresentano molto bene
il carattere e la natura di visioni paraoniriche e di cre-azioni di
pensiero e, sogni insomma, di quelle vicende e di quei vissuti
postmortale di un essere che oramai è solo psichico o spirituale,
avulso da un corpo sensibile e dalla realtà materiale, dalla logica
razionale di questa, alla quale siamo abituati. Scene di trionfo
e di terrore, di esaltazione e di disperazione sono quelle che –
nelle descrizioni del Libro dei morti egizio – si succedono davanti
al defunto e di cui il sacerdote lo avverte, per metterlo
sull’avviso,. anche senza ordine e facendo passare il defunto stesso
da uno stato di ebbrezza a uno di angoscia. Il defunto sente di
essere, ovvero gli si dice che egli è, l’erede delle deità eppure
vede i demoni che lo inseguono e ai quali egli cerca di sfuggire. Si
vede (o gli si dice che sta) sulla barca di Ra, ma sotto di sé c’è
minaccioso il Duat; ha superato il tribunale osiridiano eppure deve
trainare ancora la barca per le strettoie dei Re-Stau; e deve girare
al largo dell’isola di fuoco, che sembra vo-lerlo attirare a
sé. |
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Il defunto che non superava il giudizio di Osiride
incontrava nel Duat e nel Re-Stau avventure, divinità e pene
terribili |
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Scene fascinose e terribili; anche se sono, se
dovessero essere solo sogni mentali. Perché i sogni, in quello stato
di coscienza, sono la Realtà per chi li sperimenta e li vive. Il
sacerdote dalla terra è lì a sostenerlo, lo fortifica, gli mette
coraggio, lo rianima e lo guida con quelle sue formule e recitazioni
e invocazioni. Questo è dunque il mondo delle divinità e delle
credenze antiche egizie, descritto nel Libro dei morti. Ma la verità
del libro, il suo Insegnamento è anche altro, è ben altro. È la
conoscenza delle verità sottese, che si nascondono sotto le
immagini, i racconti e i simbolismi. |
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Il defunto nel Re-Stau cerca di placare e propiziarsi
alcune divinità infernali |
Uno scriba, in mano ha un foglio di papiro, alle orecchie
due cannucce per scriverci sopra

Un papiro
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La scrittura sacra La scrittura antica
egizia è il geroglifico e tale termine, dalle sue radici greche,
significa “scrittura scolpita sacra”. Già l’antico mondo
ellenistico, che le dette tale nome, le riconobbe, dunque, il
carattere sacro. Il geroglifico è una scrittura fonetica,
consonantica e ideografica. È fonetica perché il simbolo di ogni
carattere usato esprime un suono, al pari delle nostre lettere (“a”,
“b”, “c”, ecc.). E’ consonantica perché vi sono rappresentate solo
le consonanti e non anche le vocali – e questo avviene, in genere,
per le lingue orientali - e perché i segni sono mono o bi o
triconsonatici (possono cioè esprimere non solo una sola consonante
ma anche due o tre consonanti con un solo segno). È ideografica
perché un solo segno pittografico (i segni geroglifici sono
“pittogrammi” perché consistono in un disegno e non in un segno
astratto, “una lettera” come è per il nostro alfabeto) serve ad
esprimere un intero concetto, quello del disegno in cui consiste.
Anzi, in epoca tarda il valore ed il significato fonetico viene
dimenticato e se ne conserva ed usa la sola valenza ideografica.
La
scrittura sacre ("geroglifici")
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Tutto questo viene qui detto – in aggiunta e a
conclusione del precedente discorso condotto sulle divinità - per
evidenziare che anche la scrittura fa parte integrante della
sacralità che investe mondo egizio e ne riveste tutti gli elementi.
La scrittura, cioè, non è solo una scrittura e basta come lo è per
noi ma è parte integrante di quel mondo. Perciò qui ne
parliamo. Gli antichi egizi prendono dall’universo creato, dal
mondo attorno a loro, dalla sostanziazione delle divinità, i simboli
e i segni occorrenti per fissare il proprio linguaggio.
L’universo, con tutte le “cose” che lo popolano e lo compongono
è il grande libro che l’iniziato egiziano impara a leggere e sa
leggere. Con il disegno - con il “segno” – di quelle stesse cose
egli tra-scrive quello che legge, quello che vuole dire, le verità
che sente sull’universo stesso, sulla Realtà e sul proprio essere -
su sé stesso. Perciò l’egiziano - l’iniziato egiziano, in quanto la
scrittura venne insegnata agli egizi dal mitico Ermete Trismegisto,
il quale, a sua volta, l’apprese dal dio Toth dalla testa di ibis,
il dio della conoscenza – quelle stesse “cose” adopera come segni e
simboli per parlare dell’universo, di sé e di tutto; cioè, per
fissare, cioè, tutto questo in modo indelebile. In verità, se si
pensa bene, di nessuna scrittura si può dire altrettanto; nessuna
scrittura ha un tale carattere sacrale, nessuna riveste, porta in
sé, intrinsecamente in sé, un tale
valore.. |
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