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Felice Masi |
La
Ricerca psichica, anno III, 1996, n. 3 |
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Opera d'arte o qualcosa di
più? "Icona", dal greco eikon, significa semplicemente
"immagine"; ma con questa denominazione usualmente noi ci riferiamo
ad alcuni dipinti religiosi, caratteristici della devozionalità
cristiana orientale; una devozione inizialmente soprattutto popolare
e che si è poi diffusa anche in ambienti più elevati, ai dipinti
sacri di chiese importanti, di dimore patrizie, nobili e imperiali e
oggi presso i musei; in questi ambiti ve ne sono di quelle
dovute a mano di maestri e che sono vere opere d'arte. Dunque
dipinti e anche opere d'arte: eppure il sentimento che esse
suscitano in colui che si pone davanti ad esse e le guarda è
tutt'altro che quello che si prova comunemente davanti ad un nostro
quadro anche se a soggetto religioso. Per questo interessano - oltre
che il devoto e lo studioso d'arte - lo psicologo; ed anche il
parapsicologo, come vedremo; ne richiamano
l'attenzione. |
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Proviamo ad analizzare questi sentimenti: davanti
alle nostre pitture religiose, fossero anche quelle di Raffaello,
come ne vediamo al Vaticano, o di Giotto, di Mantegna, di
Botticelli, del Beato Angelico e tanti altri quello che proviamo è
un senso di bellezza estetica, di ammirazione per le forme, per i
colori, per l'equilibrio e l'armonia tra le parti e nella
composizione, per il modo mirabile di rappresentazione della scena.
Il sentimento appartiene dunque all'ordine della bellezza e
dell'estetica. |
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Raffaello Sanzio "Madonna del prato, con Santo Bambino e
san Giovannino (Vienna kunsthistorisches museum)
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Madonna Hodighitria ("che mostra la via") |
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Una icona, quando la
guardiamo, anzi quando la contempliamo perché il guardare qui
diviene contemplazione, ci riempie immediatamente di commozione,
suscita una partecipazione al divino che rappresenta, al
trascendente che vi è raffigurato. Non si tratta più di un
apprezzamento estetico ma di una comunione interiore con il Sacro
che trabocca dal quadro e riempie il nostro animo.
Il nostro quadro religioso
rappresenta il ricordo di un evento storico sacro, avvenuto nel
passato e nella storia dell’uomo. L'icona invece è una epifania, è
la manifestazione attuale del simbolo e dell'evento rappresentati;
un personaggio-simbolo che è eterno, un evento-simbolo che avviene
sempre, che appartengono non alla storia dell’uomo ma alla
metastoria –anzi sono la metastoria - dello
spirito. |
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Per tutto questo, i moti che si generano nell'animo
sono del tutto diversi da quelli dell’ammirazione estetica, sono la
partecipazione e la commozione e il trasporto verso il divino;
perché l'icona non è tanto un'opera di valore estetico quanto
piuttosto una preghiera vivente; guardarla significa immergersi in
essa e pregare, congiungendosi così a un mondo superiore.
Attenzione, dicendo questo il nostro discorso è psicologico.
L’interesse e la visuale devozionali sono importanti e, dal
loro lato, validissimi ma in questo sito e in questo articolo
l'angolatura dello studio e dell’interesse sono sempre psicologici e
parapsicologici. Non si fa dell'apologetica ma si scruta l'animo e
si analizza quello che esso sente, differenziandone i sentimenti e
gli stati d’animo che si vivono, per arrivare a una comprensione
dell’emozione e del mondo che nei due diversi casi – ammirazione
estetica dell’opera d’arte e commozione davanti al divino – si
contattano. La visuale è dunque psicologica; ma solo come studio
del moto d'animo; e con la piena consapevolezza che l’emozione
provata e la dimensione in cui con questo moto d'animo si è entrati
appartengono, nei due casi, a livelli diversi di spiritualità. Ecco
perciò che la partenza è psicologica ma poi si arriva,
inevitabilmente, a concetti e a una meta
spirituali. |
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La preghiera Dicevamo
che l'icona è una preghiera. Ma cosa è una preghiera? Quando non è
una monotona ripetizione di parole mentre la mente è altrove, quando
non è un formulario incompreso e, soprattutto, non vissuto, la
preghiera è unione con una sfera superiore, con una dimensione che
trascende questa nostra mondana. Dimenticando in quel momento il
presente, assentandosi dal mondo, l'uomo, la sua anima entrano in
una diversa sfera. Il rumore tutt'intorno tace mentre si forma un
colloquio nuovo, silenzioso, uno scambio di messaggi con un'altra
Presenza che in quel momento sentiamo davanti a noi e dentro di noi;
un’altissima Presenza che avvertiamo esserci; e la viviamo, ci
abbandoniamo, ci lasciamo cullare in essa. E' uno scambio di
sentimenti, di vibrazioni che alimenta 1'anima: questa è la
preghiera. E' unione al divino: religione viene da re-ligare, legare
di nuovo, come era al tempo delle favolose origini. E anche la
parola yoga, nel mondo induista così aperto al divino (Atman
=Brahman), vuol dire unione: unione con l'Assoluto, che trascende la
maya della molteplicità fattaci apparire dal corpo e dalla
percezione dei suoi sensi. Sotto l'aspetto psicologico, cioè dei
sentimenti e delle emozioni che si provano - l'aspetto che, come
detto, ci spetta di esplorare - è questo ciò che avviene in chi
contempla una icona: vi è un contatto con quello strato di "sacro"
che è nel profondo di noi e che è l’interfaccia del mondo divino. Il
contemplante, con la sua contemplazione-preghiera, si ritrova così
ad essere immerso in un Mondo superiore, con uno scambio e una
osmosi di vibrazioni tra il sacro e Santo. Distingueremo da adesso
in poi il sacro, che è nel cuore dell’uomo, e il Santo che è
nell’Alto. |
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Figura in preghiera
(Tibet) |
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Chi contempla un’icona sente vivere dentro di sé le
figure, le scene rappresentate ed entra in risonanza con il simbolo
che esse esprimono, con quello che vogliono dire e che l'autore
dell'icona per primo ha sentito ed ha voluto dire. Vi è quindi una
partecipazione mistica al divino, una partecipazione che, se
esaltata ancor di più, può portare fuori di sé e all'estasi: questo
vuol dire pregare e questo è quello che avviene quando si è davanti
a una icona. Niente a che vedere, ripeto, con l’apprezzamento e il
godimento puramente estetici e della bellezza delle forme di un
quadro, anche se, a prima vista o in un secondo tempo, usciti dalla
contemplazione-preghiera-estasi, si possano apprezzare anche questi
sentimenti. S. Giovanni Damasceno, grande assertore della
rappresentazione iconica per la potenza che vi trovava, diceva che
"l'icona è per la vista ciò che la Parola è per l'udito",
equiparando così nella divinizzazione questi due modi di conoscenza
unitiva. Ma perché e come avviene tutto questo? Perché questi
"dipinti" suscitano queste emozioni, questo trascinamento che non
avviene con un altro ordinario quadro a soggetto religioso? E' qui
che il discorso da psicologico diviene assolutamente
parapsicologico; o, se vogliamo, paramistico.
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La costruzione delle
icone La fabbricazione delle icone è un rito che
avviene secondo i moduli di una tradizione rigorosa e già questo
procedimento rituale risveglia dal suo profondo il sacro, che in
questo modo emerge, investe e si incorpora nell'icona, attraverso il
pensiero e l'animo religioso e pregante dell'autore. Qui, parlando
della fabbricazione delle icone, ci riferiamo soprattutto a quelle
su tavola di legno, che sono le più diffuse. Si iniziava con la
scelta del legno e dell'albero; non era mai il legno di un albero
qualunque, doveva essere un legno resistente e già annoso, per
assicurarne la robustezza e la durata nel tempo. L'essenza vegetale
scelta, diversa nelle varie regioni, comportava già una conoscenza
esperta e una ripetizione di gesti dai quali non ci si poteva
allontanare: non si stava preparando una cosa qualsiasi ma un
oggetto consacrato. I legni adoperati erano il nocciolo nell'Asia
minore, il cipresso in Grecia, in Russia il tiglio e, nelle zone
ancora più a nord, il pino. La tavola veniva tagliata direttamente
sulla parte esterna del tronco, nel senso della fibra, e veniva
scortecciata, senza però spianarla e questo spiega la curvatura
dell'icona. Soprattutto in Russia, la parte centrale della tavola
veniva tagliata più incavata, lasciando tutt'intorno un bordo come
cornice, così da ospitare la scena del dipinto in questa parte
incavata; mentre la "cornice" sarebbe stata poi solo colorata
(grigio-verde o giallo ocra) o anche vi sarebbero state riportate,
soprattutto ai quattro angoli, figure simboliche come gli
evangelisti o angeli. |
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Sant'Erasmo eremita ammansisce un
leone |
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Il legno veniva fatto stagionare per molti anni e
poi, a maggior tutela che non si deformasse col tempo, venivano
incassate dietro delle tavolette a striscia nel senso contrario al
verso delle fibre della tavola. Quando il legno era ben stagionato,
si dava inizio al dipinto. Le varie operazioni venivano fatte in
periodi di tempo stabiliti e in determinate ricorrenze liturgiche,
assunte a simbolo, e in questo modo sempre più ogni atto, ogni gesto
si rivestiva di sacralità e tradizione. Il monaco costruttore o
l'artigiano compivano tutto ritualmente e avevano un profondo senso
di quanto facevano, tutto era da loro "vissuto" (diremmo noi
psicologi) in modo sacro e non come una operazione del dipingere
profana. Come prima cosa, prima di fare il disegno e della
pittura, venivano stesi sulla tavola più strati di gesso e colla;
infatti il dipinto non veniva mai fatto direttamente sul legno ma su
questi strati di gesso (o talvolta, soprattutto in Russia, su un
panno di lino incollato sul legno), che ne rendevano la superficie
ben levigata. Questa gessatura aveva anche lo scopo di impedire le
rovine prodotte dai tarli. Ora l'icona era pronta per essere
dipinta. Il contorno delle figure veniva sottilissimamente inciso
negli strati di gesso con un coltello o altra lama, prima i paesaggi
e le scene, solo dopo i personaggi, i volti, le mani. Il disegno e
la rappresentazione iconografica seguivano rigorose regole
canoniche, ogni figura doveva essere rappresentata secondo la sua
tradizionale immagine; ma questo avviene anche nella nostra pittura
religiosa perché ogni figura santa è un
simbolo. |
Madre di
Dio "in te si rallegra ogni creatura") |
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Dopo l'incisione si provvedeva, come prima cosa,
alla doratura dei fondali e delle altre parti di questo colore,
applicando sottilissime foglie d'oro sopra la gessatura. Seguiva la
pittura degli altri colori, usando sempre colori minerali o terre;
solo quando ciò non era possibile si ricorreva a colori vegetali. I
minerali e le terre dei colori venivano polverizzati e sciolti in un
composto liquido fatto di acqua, tuorlo d'uovo e qualche goccia di
un distillato. Anche questi colori venivano applicati alle varie
parti, scene e figure del disegno intagliato, sempre secondo precise
regole di successione. Alla pittura dei personaggi sacri l'artista
provvedeva dopo rituali di preghiera, di digiuno e di meditazione
per dare forza e sacralità al suo lavoro. Da ultimo venivano fatte
le iscrizioni. Qualche mese dopo la pittura, quando i colori si
erano ben asciugati, si passavano sul tutto più mani di olio di lino
per dare lucentezza al dipinto. Seguivano di nuovo ripetute
preghiere e benedizioni rituali. Quando le icone erano così pronte,
esse uscivano dai conventi, dai laboratori, dalle umili case dei
costruttori per essere vendute alle fiere e ai mercati, che si
tenevano nei paesi di campagna nelle ricorrenze liturgiche o in
altri giorni di festa. |
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Come si è visto, la fabbricazione delle icone non
era mai una operazione fatta in modo occasionale e profano. Tutto
avveniva secondo canoni precisi, con intenzione, stati d'animo e
sentimenti carichi del senso del sacro e della tradizione. Si
generava così intorno all'icona - con queste preghiere, benedizioni,
gesti rituali ripetuti sempre uguali nel tempo - tutta una potenza
psichica e spirituale archetipica, che si trasferiva sull'oggetto e
lo impregnava di sé, caricandolo di vibrazioni e di forza. L’icona
ne era ripiena, animata ed ecco perché abbiamo detto che si tratta
di una preghiera vivente e, aggiungiamo adesso, di un oggetto di
potenza. |
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Vedremo meglio questo aspetto quando ne tratteremo
le implicanze parapsicologiche. Così l'icona è innanzitutto un
oggetto spirituale popolare, viene dall'anima (dal sacro) del
popolo, si riveste del modo di pensare e di sentire del popolo,
parla all'anima e al cuore del popolo. Naturalmente vi sono anche
icone di grande valore artistico e ricordiamo, a questo proposito,
quelle stupende opera di Teofane il Greco, di Andrej Rublev, maestro
della scuola di Mosca, del maestro Dionisij. Ma questi nomi
conosciuti sono pochissimi, la quasi totalità delle icone, spesso
anche molto belle, che commuovono e parlano, sono opera di artisti
anonimi, umili e sconosciuti, sono frutto della coralità di un
popolo, autori ne sono l'Archetipo e la Tradizione da cui
nascono.
Cristo Pantocrator (che regge tutto l'Universo) argento
dorato e smaltato. Argentiere Alexieiev Ivan
Alexievic |
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Andrej
Rubijev, fornitore della famiglia imperiale. Icona bipartita
(Annunciazione e Natività)
![]()
Icona della
12 feste. Argentiere Morosov, fornitore della famiglia
imperiale
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Le icone
preziose L'anima popolare, nella sua espressione più
genuina e immediata, si rivela anche nel voler rivestire e
arricchire con monili e con preziosi le raffigurazioni delle proprie
divinità, in segno non solo della loro potenza e di grandezza, come
è per i re, le regine, i personaggi importanti e lontani, ma
soprattutto in segno di amore, di omaggio, di riverenza, di culto.
Questo avviene in tutti i tempi e presso tutti i popoli, basta
guardare i donativi, gli addobbi e i preziosi che piano piano
vengono a ricoprire i santuari, i luoghi di culto tradizionali, le
Figure Sante lì venerate; basta pensare alla ricchezza degli ex voto
che tappezzano i luoghi e le reliquie dei personaggi sacri e
taumaturgici amati, pregati o anche temuti dall'anima popolare; e
questo ancora ai giorni nostri. Anche per le icone viene il tempo
dell'impreziosimento: si vuole dare alle Figure Sante e alle
immagini una espressione di regalità e una rappresentazione visibile
di quella carica di potenza che il popolo vi
sente. L'impreziosimento avviene innanzitutto con le cornici e le
altre coperture di metallo prezioso apposte sull'icona. Il metallo
usato è principalmente l'argento ma non mancano elementi d'oro in
foglie sottilissime applicate nelle parti più significative
dell’opera, ad esempio l'aureola; più spesso, è l'argento che viene
dorato. |
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Bazma (a sbalzo) di una icona di S. Nicola, con scene
della sua vita |
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La cornice può essere di quattro strisce metalliche
lavorate a sbalzo lungo i quattro lati dell'icona: è la bazma.
L'okhlad è una incorniciatura molto più ampia, tutta d'un pezzo, che
occupa una parte più ampia della tavola, sempre lungo i lati, e ne
lascia scoperta la parte centrale. La copertura più nota è la riza,
che ricopre l'intera icona, seguendone e riproducendone a sbalzo o a
cesello le figure e le scene, e lascia scoperti solo il viso, le
mani, i piedi; sotto la riza, togliendola, si trova e si ammira il
dipinto. |
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Bazma
(finta, solo dipinta) di una icona quadripartita

Madonna del Segno, impreziosita con perle e riza in
filigrana |
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Oklad in argento dorato e sbalzato e agli angoli smalto
cloisonné in una icona del Cristo Pantocrator |
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Altri impreziosimenti sono l'aureola raggiata in
argento dorato intorno alla testa delle figure sante, e soprattutto
nel Pantocrator; gli smalti, applicati in varie parti e spesso con
la tecnica cloisonné: nelle parti da smaltare vengono creati degli
alveoli sottilissimi in metallo e in essi viene colata la pasta
vitrea o di pietre dure macinate; altri arricchimenti sono apportati
con perline, coralli, stoffe preziose. |
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Splendita oklad raggiante in una 'icona della Madonna della
tenerezza |
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icona la cui riza è riprodotta qui a fianco |
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la sola riza dell'icona precedente |
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Madonna del Don con riza in argento dorato con smalti e
pietre dure |
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Impreziosimento con riza in argento, smalti e cloisonné
("Madonna di Kazan") |
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una ricchissima riza ricopre questa icona della
Crocifissone |
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Le icone, prodotte in varie grandezze, erano
collocate nei monasteri, nelle chiese, nell'angolo di preghiera
delle case, siano esse i palazzi delle famiglie nobili e patrizie
che le umili izbe dei contadini. Nelle chiese le troviamo
innanzitutto dipinte nella iconostasi, che è la parete
divisoria a tre porte (una centrale, la porta regale e due ai suoi
lati) che separa il presbiterio, dove celebra il clero, dall'aula
dove sono i fedeli, i quali avevano così davanti a se la suggestiva
rappresentazione del mondo celeste. Nell'iconostasi le
raffigurazioni non erano a caso ma canonicamente fissate: sui due
battenti della porta regale vi è l Annunciazione; nella porte
laterali vi è Cristo alla destra e la Madre di Dio alla sinistra; in
seconda fila in alto, lungo la parete, vi è la Deesis, cioè
l'immagine dell'intercessione di cui parleremo appresso; quindi
sopra ancora la raffigurazione delle Festività (gli eventi
liturgici), Santi vari ecc.
Le "porte regali" di una iconostasi con la raffigurazione
dell'Annunciazione |
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Iconostasi nella chiesa di S. Caterina la Grande martire,
presso il Cremlino (Mosca)

Iconostasi (chiesa
moderna) |
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Il "luogo bello" in un palazzo, ora museo, dell'antica
famiglia imperiale |
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Nelle case private vi è sempre un ambiente,
chiamato “il luogo o l'angolo bello”, dove sono raccolte le
icone della famiglia e avviene il culto domestico. Gli ospiti in
visita si recano qui innanzitutto per rendere omaggio alle icone
(protettrici della casa e della famiglia, come nei tempi pagani lo
erano i Lari; un bell'esempio di sincretismo religioso) prima ancora
di salutare il padrone di casa. Le icone accompagnano la famiglia in
tutti i suoi momenti più significativi: alla nascita di un bambino
viene ordinata per lui una icona, che sarà il suo simbolo e la sua
protezione. Al matrimonio, la nuova famiglia che si formava veniva
benedetta dai genitori degli sposi con il dono di una icona che
diveniva quella principale e protettrice della nuova famiglia.
Altrettanto si usava benedire con la sua icona protettiva il morente
per aiutarlo nel suo prossimo viaggio; oppure il figlio soldato che
partiva per la guerra; e così via. |
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Le icone accompagnano
le persone nei loro lunghi viaggi in quegli immensi territori,
spesso non troppo sicuri. Queste "icone da viaggio", tipiche,
sono di piccole proporzioni, fatte in metallo, spesso impreziosite
con smalti e chiudibili a teca; oppure erano di porcellana. E poi vi
erano medaglioni, medaglie per catenine e scapolari. Dipinte su
grandi tavole in legno le icone vengono portate in guerra come
stendardi in battaglia, accanto alle bandiere, e in questo caso
avevano il dipinto su tutte e due le facce, davanti e dietro. Erano
auspicio di protezione dall'alto e di vittoria.
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tipica icona d viaggio in
ottone e smalti
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Il monastero S. Caterina nel deserto roccioso del
Sinai |
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Luoghi di produzione delle
icone Luoghi importanti di produzione delle icone sono
inizialmente Bisanzio e il Monte Athos. Quando l'imperatore
bizantino Leone III° l'Isaurico nel 726, visto il fanatismo e
l'idolatria che circondava le immagini iconiche e anche per non
irritare il circostante mondo islamico - che proibiva la
raffigurazione di Dio in immagini e che ormai incombeva su quello
che restava dell'impero bizantino - ne vietò la produzione e ordinò
la distruzione di quelle esistenti promovendo la lotta iconoclasta,
le icone salvate furono portate in luoghi lontani - ancora oggi se
ne trova una ricchissima raccolta, proveniente da tutti i luoghi,
nel monastero di S. Caterina nel Sinai - e la produzione si spostò
altrove: in Ucraina, poi in Russia, dove abbiamo le migliori, nei
Balcani, a Venezia (il Palazzo ducale ne è ricco). In questi diversi
luoghi gli stili furono inevitabilmente diversi rispetto a quelle
tipiche russe; e così pure abbiamo, nel loro particolare stile, le
icone greche, quelle georgiane, quelle armene ecc. Inoltre ci sono
le icone di stile copto in Egitto e in Etiopia - ma di queste
parleremo in un articolo a parte, essendo del tutto particolari.
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In Russia luoghi di produzione famosi furono città
come Vladimir, Novgorod, Yaroslav ecc., ognuna con proprie
caratteristiche particolari, che ne mostravano il luogo di origine.
In seguito l'origine venne indicata dal bollo, obbligatorio, posto
nella parte metallica insieme al nome dell'autore e del saggiatore
dell’eventuale metallo prezioso. Lo stile - parliamo delle icone
russe, le più famose e note - si è tramandato intatto nei secoli ed
è tipico per gli atteggiamenti e le espressioni delle figure e delle
scene. Presenta tuttavia quelle diversità da città a città di cui si
è detto, tanto che è proprio dalla città che prendono nome molti
temi iconografici: Madonna di Vladimir, di Kazan, di Tikhvin, di
Korsun. Stile e tradizione, espressione e simbolo di un popolo,
sono importantissime nelle icone e ne costituiscono un patrimonio,
anzi un "segno" inalienabile e archetipico. |
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Le località più famose per la
produzione delle icone in Russia |
Una icona "Madonna hodighitria" di stile occidentalizzante,
contro il quale si opposero i raskolniki |
Quando Pietro il
Grande, alla fine del XVII secolo, tornato dai suoi viaggi
nell'Europa occidentale, volle introdurre anche nell'arte pittorica
iconica nuovi canoni artistici più occidentalizzanti, la reazione
del mondo religioso locale non tardò a farsi sentire e presto si
riappropriò della "propria" arte, facendola tornare come era prima;
vi fu, tra l'altro, un vero e proprio movimento, quello dei
raskolniki o vecchi credenti, che riportarono ben
presto lo stile a quello tipico di sempre, opponendosi anche ai
nuovi modi liturgici che la gerarchia ecclesiastica parimenti aveva
voluto introdurre nei riti. Era inevitabile stante l’attaccamento
archetipico del popolo alla sua tradizione.
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I temi
iconografici Anche l'iconografia, le figure e i
personaggi rappresentati, il loro atteggiamento, la posizione, i
gesti, la scena che fa da sfondo sono sempre secondo canoni precisi
e tradizionali, obbligatori per liturgia. Questo avviene anche da
noi, nei nostri dipinti religiosi ma da noi è lasciata una maggior
libertà alla creatività dell'artista, soprattutto nelle espressioni
dei personaggi rappresentati. Anzi da noi è proprio per questa
personalità delle espressioni che si distinguono i vari artisti e si
può riconoscere l'autore del quadro; da noi, nei dipinti religiosi,
la ripetitività fissa liturgica riguarda soprattutto gli strumenti e
l’ambiente che accompagnano e caratterizzano la storia del
personaggio raffigurato. Nell'iconografia cristiana orientale tutto
è invece rigidamente fisso e canonico, ispirato a un modello
originario ieratico, di derivazione bizantina. I canoni della
ritrattistica iconografica sono così rigidamente prestabiliti
affinché vi fosse una stretta corrispondenza con i principi
teologici e con la tradizione dei racconti degli eventi. I
Podliniki ("testi autentici") russi stabiliscono sia lo
schema compositivo che il materiale informativo (vita e leggende dei
Santi, tradizioni religiose, leggende e racconti, prodigi e visioni
canonizzati) ai quali l'artista si deve
ispirare. |
I vari colori colori, ciascuno con il suo significato
tradizionale e simbolico in una icona della "discesa agli inferi" di
Gesù dopo la sua resurrezione |
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Anche la tecnica pittorica obbedisce a regole fisse
e tradizionali; ogni colore è un simbolo ed ha un suo significato:
l'oro è il segno della Luce divina di Dio; anche il rosso e il
porpora simboleggiano il Mondo superiore; il verde e il blu sono
invece colori terrestri, del mondo degli uomini (anche delle persone
sante, ma per le storie e scene di quando erano ancora in vita). Ma
è lo sguardo dei personaggi quello che più colpisce; esso è sempre
il momento essenziale e focale così del suo volto come di tutta
l'icona; la potenza dell'immagine e del personaggio rappresentato è
tutta nell'intensità dei suoi occhi, profondi, scuri, che sembra
fissino e si rivolgano direttamente a chi l'osserva; la frontalità
delle figure e la loro immobilità aumenta enormemente tutta questa
forza espressiva. E questo è particolarmente vero nelle
raffigurazioni, negli occhi e nello sguardo del Cristo
Pantocrator. Abbiamo dunque soggetti e temi iconografici fissi e
che si ripetono sempre. Fonti inesauribili di queste tematiche sono
tutte le Scritture Sacre, sia quelle autentiche sia quelle solo
ammesse alla pietà popolare sia anche quelle non riconosciute:
Antico e Nuovo Testamento, Vangeli apocrifi, tradizioni sulla vita
di Santi ecc.; tutti questi racconti convivono tra loro e danno alle
icone materiale, scene e simboli da
rappresentare. |
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Nell’iconografia sono risolti anche i problemi
teologici e innanzitutto quello della raffigurabilità di Dio,
proibita dalle altre religioni monoteistiche, sorelle di quella
cristiana: l'islamismo e l'ebraismo; ciò avviene con il conforto e
sul fondamento di argomentazioni teologiche. Proprio la Bibbia,
nella Genesi, dice che l'uomo fu creato a immagine e somiglianza di
Dio; e poi con l’incarnazione Dio s'è fatto uomo, è venuto al mondo
ed è morto – salvo poi risorgere - vero Dio e vero uomo: questo ci
dice che anche Dio può essere raffigurato e in forma umana. Se la
figura privilegiata dall'iconografia è quella del Cristo, il Padre e
lo Spirito Santo sono anch’essi rappresentati, da soli o nella
Trinità (del Nuovo Testamento). Il Padre è raffigurato spesso in
alto, come piccola figura che presiede dal cielo all’evento
rappresentato. Nella rappresentazione di Gesù, vi è dunque
innanzitutto la figura solenne e piena di regalità del Cristo
Pantocrator ("che tutto regge"), dal volto di una grandissima
spiritualità, incorniciato da una barba e che ispira dolcezza e
soggezione; occhi neri profondissimi che penetrano l'anima, mano
destra con le tre dita benedicenti, l'altra mano regge il Vangelo,
la Parola; l'aureola che gli circonda il capo è sempre un pezzo
bellissimo di oreficeria. Le icone del Cristo Pantocrator sono tra
le più ricche e sfarzose - senza che l'immagine perda nulla in
spiritualità, anzi quella regalità l'aumenta - con preziose cornici,
riza o okhlad, di argento, oro avorio e smalti. |
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Tutta
l'espressività e la potenza, dunque l'efficacia, del Cristo
Pantocrator è nei suoi occhi |
Il vero volto di
Cristo nella icona achiropita (non dipinto da mano umana) del
Mandilion |
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Il Mandilion è, nella leggenda e nel
racconto, la prima icona con la vera raffigurazione del volto
di Gesù che vi sia stata. Abgar re di Edessa, malato di
lebbra, disse con fede che solo la presenza di Cristo vicino al suo
letto avrebbe potuto guarirlo. Ma Gesù non poteva venire e lasciare
le terre della sua predicazione. Mandò pertanto un artista perché
gli facesse il ritratto di Lui e glielo portasse, affinché il Cristo
fosse presente presso il suo letto almeno così, nel simbolo
del suo ritratto,. Ma la bellezza e la divinità di Cristo era tale
che il pittore, per quanto ci provasse, non riuscì a dipingere il
Santo Volto. Allora Gesù prese un telo di lino, si asciugò il viso e
sul telo rimase impressa la figura del suo volto. Per questo il
dipinto su quel lino fu chiamato anche Achiropita – non
dipinto da mano umana - e così pure vennero chiamate le altre icone
successivamente fatte su quel modello. La leggenda vuole ancora che
il telo con l'immagine di Gesù, portata da re Abgar e posta su di
lui, lo guarì dalla lebbra, segno della sua presenza in spirito in
quel momento vicino al malato. Da noi il corrispondente racconto
narra di una pia donna, di nome Veronica, che asciugò col suo velo
il volto di Cristo sulla via del Calvario, il cui viso rimase così
impresso su quel telo; perciò noi chiamiamo “la Veronica”
(cioè la “Vera Icona”) quel modello e gli analoghi quadri, in
riferimento sia alla pia donna che al dipinto rimasto sul suo
velo.
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La Mater Matuta (o Magna Mater)- divinità italica preromana,
passata poi anche nel culto di Roma - è la forma più espressiva
rappresentante la Madre Terra, generatrice e nutrice di ogni cosa,
che fonda la natura matriarcale di tutte le religiosità arcaiche
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La Madonna, la Madre di Dio, è uno dei temi
maggiori, uno degli argomenti preferiti, un soggetto infinito
dell'arte iconografica. Siamo, come regione geografica e etnica, in
quelle terre del Mediterraneo dove ha sempre dominato un concetto
matriarcale e dove da sempre vive l'archetipo della Grande Madre, la
Terra che tutti nutre, dove quindi la prima divinità è
essenzialmente femminile. Sono queste le terre degli antichi culti
di Demetra, di Iside, di Cibele, di Astarte mentre le divinità
maschili appaiono (nei diversi Misteri di quei luoghi) come figli,
non sono figure minori ma vengono dopo. Prima vi è una capacità
generatrice, una Grande Madre Terra, appunto. Questo
archetipo in oriente rimane, ma viene rielaborato nel senso
cristiano di Maria, la Madonna madre di Gesù, che però è anch’egli
Dio; e dunque, come si vede, resta, permangono nella sua figura
della Madonna Maria il simbolo e, attenzione!, il nome preciso di
Madre di Dio, theotokos. Tantissime sono le sue
raffigurazione iconiche e hanno tutte (o quasi) il Figlio bambino
accanto. Ma suo figlio, Cristo, l’Unto del Signore, è figlio di Dio
e, ancor prima, è Dio lui stesso, è la seconda Persona. Dunque la
nostra Madonna è la Madre di Dio, come appunto viene chiamata, di
diritto e e per sua funzione primaria, ma istintivamente dal popolo
immerso nell’archetipo - è l’archetipo della prima Forza
generatrice, il grembo misterioso da cui scaturisce (e che nutre) il
mondo di tutte le Forme e tutta la manifestazione, che sono i suoi
figli – rappresentati, nella rielaborazione cristiana, dal Figlio
Gesù. Naturalmente il Padre è ancora prima, è l’Ignoto e
l’Ineffabile, al di là e prima della Forza Generatrice.
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Ben si comprende da questa icona - che ci ricorda in pieno
l'immagine precedente della Mater Matuta - il titolo di Madre di
Dio, Theotokos, con il quale la Madonna è chiamata dai popoli
orientali |
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Tantissime sono le sue raffigurazione iconiche e
hanno tutte (o quasi) il Figlio bambino accanto. Ma suo figlio,
Cristo, l’Unto del Signore, è figlio di Dio e, ancor prima, è Dio
lui stesso, è la seconda Persona. Dunque la Madonna - la Madre di
Dio, come viene chiamata, di diritto e e per sua funzione primaria,
ma istintivamente dal popolo immerso nell’archetipo - è l’archetipo
della prima Forza generatrice, il grembo misterioso da cui
scaturisce (e che nutre) il mondo di tutte le Forme e tutta la
manifestazione, che sono i suoi figli – rappresentati, nella
rielaborazione cristiana, dal Figlio Gesù. Naturalmente il Padre è
ancora prima, è l’Ignoto e l’Ineffabile, al di là e prima della
Forza Generatrice. Diciamo tutto questo non per fare della
teologia – non è nostro mestiere e non ne siamo capaci – ma per
mostrare, sotto l’aspetto della psicologia, che l’archetipo della
Grande Madre e la concezione matriarcale dominano e sono tuttora
viventi e pulsanti nel mondo cristiano d’oriente. L'ortodossia
dell'insegnamento cristiano è salva, non vi è suscettibilità di
accusa di eresia ma è salvo e vive anche quell'archetipo
matriarcale, che l'anima locale sente da sempre. Ed è questo ancora
un altro esempio di rielaborazione, sincretismo e perennità del
mondo religioso. Come abbiamo detto, tantissime sono le
raffigurazioni della Madre di Dio e sono tutte canoniche, ognuna con
un suo modello consacrato, con un suo significato e una sua
valenza. |
La Madonna di Kazan ha al lato il figlioletto
in piedi, con la toga e il volto adulto: è il simbolo della Sapienza
(sapienza del Figlio, a livello cosciente e di manifestazione;
sapienza della Madre, a livello inconscio: "la sapienza del Figlio è
nel grembo della Madre", dice la scritta di una stupenda Madonna
nera che si trova nella chiesa di S. Maria Aufchirchen, nell’omonima
frazione di Dobbiaco, Alto Adige). La Madonna Odighitria,
(“che indica la via”) è raffigurata con con la mano che indica al
Figlio, che le è seduto in grembo; cioè indica a lui come la Via.
La Madonna di Korsun, stringe con tenerezza a sé il
Bimbo, del quale si vede quasi solo la testa, e sono guancia contro
guancia; il volto di Gesù infante è inconsapevole ma quello di sua
madre è triste e afflitto e l'occhio perso in lontananza, perché sa
del destino di passione che attende il figlio. La Madonna
Eleusa o della tenerezza ha anch'essa il volto triste, il
Bimbo qui però è a corpo intero e tenuto in braccio. Una variante ne
è la Madonna di Vladimir, dal nome della città ove questa leggera
variante ebbe origine. |
Madonna di Kazan |
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Madonna di Kazan impreziosita con riza d'argento e
smalti |
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Madonna di Korsun |
La dormizione della Madonna |
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Madonna Paleckaja, o della Passione |
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Madonna del Segno |
La Madonna Paleckaja o della Passione
ha anch'essa il Bimbo in braccio ma a sinistra; il suo viso è
dolente e il bambino ha il volto trasalito e spaventato volto
all’indietro a guardare, due angeli che scendono dall’alto, uno
all'angolo a destra l'altro a sinistra, con i simboli della sua
futura passione, la croce e il flagello (o, in altri casi, altri
strumenti della passione). E ancora: la Madonna del Segno,
ha il Figlio iscritto in un cerchio luminoso al centro del suo busto
(1' "Emmanuele", Dio con noi) ed ha le mani alzate, oranti;
la sua figura è a mezzo busto ma nelle rafgfigurazioni più antiche,
bizantineggianti, era a corpo intero. La Madonna del Roveto
ardente: è posta al centro di una cornice stellare, col Figlio
in braccio, e tutt'intorno figure di Angeli effigiati tra le punte
della stella; la stella, a sua volta, è racchiusa in una rosa (Rosa
Mistica) simbolo della purezza di Maria. E ancora, la Madonna
allevia le mie pene, la Madonna gioia di tutti gli
afflitti, con una corona regale sulla testa (come il Figlio che
tiene in braccio, che in altri casi non c'è), racchiusa in una oliva
di luce, simbolo della spiritualità. Nell'icona de la
Pentecoste è la Madonna che domina al centro la scena e il fuoco
dello Spirito Santo, cioè la sapienza, scende con pienezza sulla sua
testa; gli Apostoli sono ai suoi due lati e su di loro ne scende una
fiammella. Nell'icona della Deesis o
dell'Intercessione al centro c’è il Cristo crocefisso,
simbolo della redenzione; al lato destro sta la Madonna, col volto
alzato verso di lui per intercedere a favore dell'umanità, al lato
sinistro c'è Giovanni Battista, simbolo del battesimo che
purifica. |
Madonna del roveto ardente |
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Madonna di Vladimir |
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Madonna
"gioia di tutti gli afflitti" |
La Pentecoste |
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Madonna di Tikhvin (variante di
Hodighitria) |
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Sedes sapientiae, nel grembo della madre è la sapienza
divina |
La Trinità del Vecchio Testamento

La Trinità del Nuovo Testamento
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Altri soggetti iconografici, sempre
ricorrenti, sono: il profeta Elia è rappresentato in due
figure: in basso, come eremita tra le asprezze di un terreno
roccioso e in alto, salito al cielo sul carro di fuoco. La
Trinità del Vecchio Testamento,è la raffigurazione del
racconto biblico dei tre Angeli che annunziarono ad Abramo e a Sara
la nascita del figlio Isacco, prefigurazione della nascita del
Salvatore; alle spalle dei presenti c'è l'albero di Nembrod. La
Trinità del Nuovo Testamento, con il Padre, alla destra, che
ha la figura di un anziano solenne con la barba e il triangolo sulla
testa per aureola, il Figlio, uomo giovane, è alla sinistra, al
centro c’è lo Spirito Santo in forma di colomba. La
Crocifissione, la croce col Cristo appeso è al centro, sua
Madre con le altre pie donne e l'apostolo Giovanni sono in piedi ai
suoi lati. La Resurrezione lo mostra in piedi ancora nella
tomba, che sorge trionfante con lo stendardo della vittoria in mano.
La Discesa agli Inferi ha due scene sovrapposte: in alto c'è
Cristo che risorge dalla tomba, racchiuso in una oliva di luce, che
è il simbolo del corpo spirituale (più tardi, nella nostra
tradizione occidentale, divenuta un’aureola sopra la testa); in
basso Cristo, sempre nell'oliva di luce, sta nel Limbo tra i
patriarchi dell’antico Testamento per liberare e portare in cielo le
anime dei giusti. Poi ci sono ancora, come temi iconici
ricorrenti e tradizionali, la Trasfigurazione di Gesù sul
Monte Tabor, con a fianco Elia e Mosè e a terra addormentati gli
apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni. La Fuga in Egitto.
Elia profeta in terra e poi salito in cielo sul carro di
fuoco |
La Natività di Gesù |
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La presentazione al tempio di Gesù |
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La fuga in
Egitto |
Il
battesimo di Gesù
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La Trasfigurazione |
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La Crocifissione, impreziosita da
smalti |
La Deposizione |
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La Resurrezione |
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L'Ascensione |
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Le figure dei Santi più amati e narrati dalle leggende popolari,
innanzitutto S.Nicola Taumaturgo, rappresentato in due modi, da
giovane e da anziano. S. Giorgio che uccide il drago(questo però è
un tema ricorrente sempre nelle icone copte, come vedremo. I
Principi Santi, i Santi eremiti come S. Simeone Stilita e S. Stefano
di Perm, Vescovi e Dottori della chiesa come S. Basilio Magno, S.
Gregorio di Nazanzio; e altri. Ancora: l'icona delle Dodici
Feste, quella delle Sedici Feste, in cui sono raffigurate in
riquadri concentrici le più importanti festività liturgiche della
Chiesa e l’Icona del calendario, con tutti i Santi dei giorni
dell’anno. |
S. Nicola giovane |
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S. Nicola da vecchio |
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S. Giorgio |
I Principi Santi Boris e Gled |
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Il teologo S. Gregorio di Nazanzio |
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S. Simeone Stilobita |
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Le icone raccontano,
dunque, di figure sante molto amate, venerate e invocate per
protezione dalla religiosità popolare; ricordano eventi, fatti,
scene della storia o leggendari, molto sentite, molto vicine e
fortemente emozionali per l'anima popolare. Ben si comprende dunque
come il porsi innanzi ad esse, con animo già commosso e predisposto
alla venerazione, alla preghiera, al sentirne la potenza, al
chiederne l'aiuto e la contemplazione insomma di queste immagini
parli immediatamente all'inconscio e richiami sentimenti antichi,
risvegli tutto un mondo profondamente impresso nell'anima, facendolo
risalire al livello cosciente fino a invaderlo. Si comprende la
commozione d'animo, il tumulto di sentimenti e di emozioni che
suscita quella contemplazione. Arriviamo così, con queste
considerazioni, alla parte psicologica e parapsicologica di questo
nostro discorso sulle icone.
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Significato e aspetti
psicologici, spirituali e parapsicologici (paramistici) delle
icone Dopo aver fatta la storia delle icone nella
religiosità orientale e esserci immessi nel fascino di queste
creazioni artistiche e oggetti devozionali, dopo aver rivissuto
l'emozione profonda dell'anima da cui sono esse derivate e che
riemerge potente ogni volta che si entra in rapporto con esse,
uscendo da questo pur valido apprezzamento artistico, religioso e
devozionale, ci si può chiedere perché noi, studiosi di psicologia e
parapsicologia, in questo sito dove si parla di tali temi, ci
interessiamo di questo argomento; per quale motivo parliamo di icone
e un parapsicologo si può occupare di icone. E' presto detto:
perché, come abbiamo detto all’inizio, le icone non sono soltanto
opere d'arte ma hanno anche una valenza e una significatività per
“essere impregnate” di una straordinaria forza emotiva e per
l'impatto emozionale che così producono sul piano psichico e
spirituale (oltre che su quello devozionale di cui si è detto); e
per di più con effetti, talvolta, anche sul piano fisico
(psicosomatico). Per tutto questo le icone non possono non
richiamare l'attenzione dello studioso parapsicologo. L'icona
scatena immediatamente una emozione in chi la contempla, che avverte
subito il valore del Sacro che essa riveste e, ancor più, che
incorpora. Egli ne è scosso, il suo “senso del sacro si risveglia,
lo sente vivo dentro di sé. Dunque: il contemplante (a) entra in
risonanza con l'immagine, (b) prova un sentimento specifico, il
senso del sacro, per il fatto stesso della contemplazione. Questo è
l'aspetto psicologico, o meglio PSI. Ma non è tutto qui. I
sentimenti, le emozioni suscitati da un qualunque fatto determinano
e si concludono, normalmente, con un nostro comportamento reattivo
verso l'esterno, che noi teniamo dopo quel fatto e il sentimento che
ne è derivato. Nel caso delle icone il sentimento destato
("senso del sacro") non suscita una azione reattiva rivolta
all'esterno; bensì ne scaturisce un legame, un collegamento
emozionale, una nostra unione con l'Altra Realtà che sentiamo
presente nell'icona. Questo è l’aspetto religioso e spirituale della
contemplazione dell’icona. Ma non basta, c’è ancora di più.
L'emozione, la commozione e la conseguente unione dell’anima con il
trascendente nascono non da un normale “guardare” umano l’immagine
ma direttamente dalla potenza numinosa, dal “divino” che è
incorporato nell'icona, presente in essa, e la impregna e si
riverbera sul contemplante. Si supera così il semplice aspetto
religioso-spirituale e si entra in quello del paranormale religioso,
il paramistico. È questa la magia delle
icone. |
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Dunque siamo trasportati, entriamo, come stato
d'animo e come "pensiero”, in un altro tempo e in un altro mondo, in
un altro stato di coscienza; ed abbiamo consapevolezza di un "mondo
altro", il mondo divino. Siamo nel campo neanche più del paranormale
ma in quello, ben più profondo della psicologia transpersonale.
Abbiamo toccato il livello del Sacro. Riassumendo, eccone il
processo: contemplazione dell’icona - emozionalità – risonanza
profonda -superamento dell’emozione e del livello dell’ammirazione
artistica - vibrazione del “sacro” dell'anima umana percossa dalla
forza di cui l'icona è portatrice – collegamento col Sacro superiore
– intuizione della Realtà trascendente e immersione in essa – estasi
in tale Realtà - eventuali effetti secondari di trascinamento
fisici, ad esempio taumaturgici. Questa è la catena di eventi
psichici e la successione degli stati che si provano dinanzi a
un'icona, quando ci si pone in atteggiamento devozionale e di
preghiera, collegandosi a un archetipo e a una tradizione, a delle
ritualità da sempre seguite, a dei vissuti e sentimenti da sempre
esperiti.
L'ultima Cena, il momento mistico
dell'Eucarestia |
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Il Redentore del "beato silenzio". Il silenzio è una
esperienza mistica

Icona della Madre di Dio "il tuo grembo è divenuto una
sacra mensa". La teofagia, il pasto sacro, è anch'essa una
esperienza mistica |
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Ulteriori notazioni
derivabili dalla parapsicologia Abbiamo detto, tra le
altre cose, che l’icona porta in sé incorporata la presenza del
divino. Non è un “legno dipinto”, in essa c’è proprio la Presenza,
la sua forza. Potrà sembrare eccessivo dire così e allora voglio
richiamare una esperienza occorsa durante la mia attività di
ricerca. Avevo in analisi, per scopo di studio, una sensitiva, che
però soffriva anche di crisi di panico e quindi cercavo anche di
comprendere e se possibile di risolvere quel suo stato. Poiché gli
incontri potevano essere solo settimanali, le chiesi di scrivere (di
“parlarmi per scritto”) i suoi stati d’animo, i suoi sogni, le sue
associazioni di idee, i suoi pensieri, i suoi ricordi infantili,
parentali ecc. così come se mi parlasse di persona negli incontri e
di portarmeli leggere. Ricordo che la persona analizzata in questo
modo mi riempì interi quadernoni. Ebbene, con stupore, mi accorsi
che leggendoli entravo in sintonia con lei, capivo immediatamente
quello che voleva dire, mi immedesimavo in lei e nei suoi stati
d’animo, c’era insomma un rapporto telepatico come quando stava di
persona davanti a me … nonostante che invece, quando io leggevo quei
suoi scritti, essa fosse ben lontana, a casa sua e tutt’altre sue
faccende quotidiane affaccendata (e occupata come suoi pensieri). Ne
dedussi, sempre con stupore - non si finisce mai di imparare - che
dunque quegli scritti portavano, come incorporata in sé, la sua
presenza psichica, con i suoi stati d’animo e le emozioni che
provava quando scriveva, ricordava e raccontava. Era un “fenomeno”
analogo a quello, ben conosciuto in parapsicologia, che va sotto il
nome di “psicometria”, per il quale un sensitivo, tenendo in mano un
oggetto, viene a conoscenza di tutta la sua storia e di quella della
persona a cui apparteneva o che l’aveva posseduto. Così quegli
scritti si portavano dentro gli stati d’animo e i pensieri delle
persona che li aveva scritti. Le emozioni destate e riprovate per i
ricordi si erano fissati nello scritto. Questa mia esperienza si
è ripetuta, anche se non in maniera così vivida, più volte anche in
altri casi di analisi. Tutto questo e i fenomeni di psicometria
mostrano che una “presenza” può fissarsi e incorporarsi in un
oggetto ed entrare poi in risonanza con chi “tocca”, con chi
contatta in un rapporto di significatività quell’oggetto (cioè,
quando l’oggetto ha una significatività per la persona che vi entra
in contatto). L’oggetto cessa di essere tale ed è, e diviene un
Testimone vivido e vivente. Fatti questi esempi, altrettanto
possiamo dire per le icone, per la Presenza e l’Archetipo che vi si
incorpora (a seguito dell’archetipicità delle ritualità di
costruzione e della valenza delle icone) quando entrano in contatto
con esse i devoti, nel cui animo parimenti risuona ed ha una
significatività quell’archetipo. L’icona attesta una Presenza; ne è
il testimone. |
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Virtù taumaturgiche Per tutto quanto
sopra, possiamo dunque dire che l’icona ha una sua anima, è una
“preghiera vivente”. Abbiamo già parlato della leggenda di Abgar,
re di Edessa, malato di lebbra e convinto che solo la presenza al
suo letto di Gesù Cristo poteva guarirlo; e che, non potendo avere
tale presenza concreta presso di sé, si vide portato un telo col
quale Gesù si era asciugato il volto e sul quale così era rimasto
impresso quel volto divino. In presenza di tale rappresentanza e per
la sua fede re Abagar guarì. Potere taumaturgico del dipinto, il
mandilion, dunque. |
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Icona del Mandilion, il vero volto di
Cristo |
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In verità, non solo il Mandilion ma tutte le icone
in genere sono sempre state ritenute, nel sentire popolare e comune,
come dotate di virtù taumaturgiche, di capacità di guarigione non
solo spirituale ma anche corporale. Per questo, esse vengono
portate al letto del malato, poggiate sulla parte malata, vengono
pregate con l’intenzione e, quel che più conta, con la convinzione
di poter ottenere la guarigione. E così altrettanto le icone vengono
portate in battaglia, accanto alle bandiere e alle insegne militari,
per essere di aiuto nella vittoria. Abbiamo tanti racconti e
attestati nelle narrazioni popolari - non staremo qui a riportarle -
di guarigioni così operate, di vittorie così conseguite. Ivi
comprese, si dice, quelle di Kutuzov sulle armate di Napoleone.
Leggende? Certo prove dimostrate, come ne pretendono i nostri
scienziati, non ce ne sono; ma i racconti sono troppi per essere
tutti frutto di fantasia e inventati. Qualcosa ci deve essere,
qualche volta deve essere avvenuto. La persistenza della credenza in
queste capacità non si spiegherebbe se sotto non ci fosse niente,
col tempo sarebbe caduta; non possiamo dunque respingere a priori la
possibilità, entro certi limiti, di un tale potere di guarigione e
di aiuto alla vittoria. Del resto si dice “aiutati che Dio ti aiuta”
e la potenza della fede e del pensiero sono ben noti, possono molto.
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Il generale Kutuzov alla battaglia di Borodino, che aprì al
vincente Napoleone le porte di Mosca. La truppa era sempre
accompagnata da vessilli (come si vede nell'immagine) e
stendardi-icone per proteggere e animare i
combattenti |
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Ma, a nostro vedere, vi è molto di più che non una
tale semplice e lontana “possibilità” e sono proprio i nostri studi
di parapsicologia a dircelo. Nella misura in cui le malattie sono
psicosomatiche (rappresentano cioè una reazione del corpo a una
turbative della mente), altrettanto psicosomaticamente può aversi
una guarigione. Se il corpo fisico può ammalarsi (e, di fatto, si
ammala) quando la mente è preda di una tale sua turbativa (preso da
una nevrosi, come diciamo noi; da uno "Spirito cattivo", come dice
la mentalità magica e arcaica dei popoli primitivi) altrettanto può
guarire quando la mente ha risolto la causa turbativa, o perché l'ha
elaborata e riassorbita o perché ritiene che ci sono stati un
intervento e un aiuto superiori, risolutori e guaritori. O perché
un tale intervento e un tale aiuto ci sono stati veramente.
Quando l'individuo, la sua mente sono profondamente convinti
(l’importante è che ne sia coinvolto il profondo inconscio) che, con
l’invocazione e la preghiera, la potenza di un Mondo Superiore sia
venuta in aiuto, ecco che il corpo, adeguandosi psicosomaticamente a
questo convincimento, psicosomaticamente guarisce. |
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passeggiata sul fuoco |
"Sharmon", rito di guarigione con la meditazione e il
contatto con la natura (Messico) |
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Rito "Sharmon", imposizione delle mani |
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Rito "Sharmon", purificazione finale nelle
acque |
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Superando poi una tale fredda e certamente
insufficiente visuale psicologista, possiamo anche piuttosto dire
che quando la fede della nostra mente, del nostro spirito viene in
contatto ed entra in sintonia con la Potenza superiore invocata e la
sua forza, queste ne sono come assorbite e vengono in aiuto. Il
sacro dell'uomo (che è nel fondo della sua anima) si mette in
sintonia e risonanza con tale Potenza e con tale forza (con il
“volto di Cristo” del Mandilion; con l’icona dotata di potenza
archetipica), allora questo aiuto arriva e guarisce. Ecco dunque
che il miracolo avviene e il corpo si risana. Lourdes, Fatima e
tanti altri luoghi della nostra religiosità e tante figure
carismatiche di persone "sante", ai quali sono state riconosciute
capacità di guarigione spirituale e corporale, sono lì a
testimoniare la realtà di questa nostra affermazione. E altrettanto
si può dire per i luoghi sacri e le persone sante considerati
taumaturgici da altre religiosità (pensiamo, ad esempio, alle acque
del sacro Gange e a Benares); il meccanismo è unico perché anche Dio
è Uno. |
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La Madonna di Guadalupe.Il mantello dell'indio Juan Diego,
icona della Madonna, è un oggetto taumaturgico |
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L'apparizione e la grotta di Lourdes sono una fonte
teumaturgica e un luogo di guarigioni
miracolose |
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Potenza taumaturgica dll’icona, dunque. L'icona è
un oggetto di potenza nel campo spirituale (come in campo psichico
lo sono i "talismani"), porta in sé impressa la forza del Mondo
Superiore, che può operare anche nel nostro mondo. Opera sull’anima
e attraverso l'anima dell'uomo, che contemplandola ne sente e ne
recepisce la spiritualità e la forza. E se può operare nel mondo,
ancor più lo può sul nostro corpo, (col)legato psicosomaticamente
all’anima e messo in sintonia dalla fede. Come ha detto Gesù, "Va',
la tua fede ti ha guarito" e ancora "Chi crede in me, vivrà".
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Bibliografia M. Alpatov “Tesori dell'arte
russa” Garzanti, Milano, 1966 M. Alpatov “Le icone
russe” Einaudi, Milano, 1966 E. Bucceri, C. De Lotto, A.
Pirlik “Leggere l'icona” La Press, Venezia, 1984 M.
Donadeo “Le icone”, Brescia, 1980 M. Donadeo “Le icone
della Madre di Dio”, Brescia 1982 P.N. Evdokimov
“Teologia della bellezza”, Roma, 1981 p. V. Ivanov “Il
grande libro delle icone russe” Ediz.Paoline, Cinisello Balsamo
1987 e Patriarcato di Mosca, Mosca, 1987 A. Massone, P. Manasse
“L'icona, Arte e Fede" Fratelli Palombi, Roma 1983 E.
Papaioannou “Le Monastère de Sainte Caterine du Sinai”
Monastero di S.Caterina e Isis Press, Cairo, 1980 E. Sendler
“L'icona, immagine dell'invisibile”, Roma, 1984 W. Weidle
“Les icones byzantines et russes” Electa, Milano, 1962
Kyrt Weitzmann “Le icone” Mondadori, Milano,
1981 |
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