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 L’ETIOPIA, LE CHIESE RUPESTRI E LE ICONE COPTE :
 UN MONDO SACRO ANTICO E AUTENTICO
 

     Felice  Masi

   Nuovo articolo 2009
 

La leggenda della regina di Saba
La leggenda della regina di Saba che noi conosciamo è contenuta nella Bibbia (1 Re 10, 1-13; 2 Cronache 9, 1-12) e narra della regina di un misterioso e favoloso paese, conosciuto col nome di Saba, dal nome della popolazione i Sabei, situato in un lontano sud rispetto al regno d’Israele dove allora regnava il re Salomone – siamo dunque tra il 961 e il 922 a.C.). Questa regina, colpita dalla grande fama che circondava quel re, volle andare a fargli visita anche per mettere a prova la sua tanto decantata sapienza. Si mosse dunque dal suo regno con un gran-de carovana e un corteo di ministri, cortigiani e servi e con molti donativi, oro, gemme, pietre preziose, spezie, incenso, di cui il suo paese era ricco. Incontrò re Salomone, gli pose le sue domande e rimase convinta della verità della sua fama per le risposte che ne ebbe. Convisse anche con lui, benché la Bibbia di questo non parli, ne parla invece l’analogo racconto etiope,  e ne ebbe un figlio, che chiamò Menelik; infine tornò al suo paese dopo essersi anche convertita alla religione del Dio di Israele.

Questo racconto è comune a tutte le tradizioni semitiche, infatti è riportato sia nel Talmud ebraico che nel Corano (in questo il nome della regina è Bilquis ed è re Salomone che la manda a chiamare) ma è soprattutto importante nella tradizione dei popoli dell’Etiopia, la cui cultura all’origine fu tanto legata agli influssi di quella dei dirimpettai popoli semitici e soprattutto di quelli dell'attuale Yemen. Il racconto poi in tutte queste tradizioni è sostanzialmente uguale, talché più che di leggenda dobbiamo parlate di storia, sia pure abbondantemente rielaborata e mitizzata dalla fantasia popolare.
Noi seguiremo la vicenda quale è stata tramandata nel mondo etiope, il quale si rifà ad essa per legittimare le proprie dinastie reali, che, appunto, si fanno chiamare “salomonidi” per il fatto di discendere, tramite Menelik, dal re Salomone.
 

 

La regina di Saba

 

Probabile raffigurazione della regina di Saba con il suo corteo che pone domande a re Salomone (dipinto parietale in un monastero del lago di Tana)  (1 fine)

Anche se gli studiosi storici pongono più propriamente il regno di Saba nelle terre dell’attuale Yemen e la sua capitale nella città di Marib (vicina all’attuale San’a), il racconto che se ne narra in Etiopia, riportato nel “Kebra Nagast” (“La Gloria dei Re”), ci dice invece che il regno di Saba si trovava in questo paese e che, all’epoca in cui su Israele regnava il re Salomone, vi era una regina di nome Makeda, la quale appunto volle andare a trovarlo per conoscere di persona questo grande re di cui in tutto l’oriente si era sparsa la nomea di uomo di grandissima saggezza, giustizia e capacità di governo. La regina Makeda si partì, dunque, con quel ricco corteo e quei donativi di cui si è detto e fu accolta con grandi onori da re Salomone, il quale, preso dalla sua grande ed esotica bellezza, convisse con lei dandole anche un figlio che fu chiamato Menelik.
All’epoca, la religione nel regno di Makeda era quella pagana del culto della Luna e del Sole. In effetti questo era a quel tempo il culto nel paese dei sabei (Yemen e Arabia meridionale attuale) e oggi ne rimane il tempio di Mahran dedicato al dio della Luna. Ma lo era anche in Etiopia, paese culturalmente dipendente da quelle vicine regioni, ed ancora oggi, viaggiando da Adigrat verso Axum, si possono vedere nel villaggio di Yeha le rovine di un tempio della Luna. Dopo quel viaggio e l’incontro e la relazione con re Salomone, la regina Makeda, sempre secondo la leggenda, riconobbe la superiorità del Dio d’Israele e si convertì ad essa; poi se ne tornò poi nel suo paese, portando con sé sia la nuova religione, che fece adottare ai suoi sudditi, sia il figlio Menelik (avuto da re Salomone), che regnò in Etiopia dopo di lei e ne fu il primo imperatore, con il nome di Menelik I, il primo della dinastia salomonide.

 

 

Resti dell'antico tempio della Luna a Yeha

 

Secondo la leggenda, la nuova religione ebraica avrebbe così soppiantato quella precedente paga-na ma storicamente è da ritenere piuttosto che l’antico culto della Luna (e del Sole) - a sua volta di probabile derivazione caldea – restò ancora per molto tempo il culto di quel paese, e infatti il tempio di Yeha risale al V secolo a.C., ben più tardi della presunta vicenda di Makeda e Salomone. La religione ebraica probabilmente fu piuttosto il frutto di una qualche lontana emigrazione semitica da Israele, che rimase a convivere - come isola religioso-culturale circoscritta a tale migrazione iniziale e al meticciato semitico-africano derivatone, i falasha: e questo in piena conformità al carattere chiuso della cultura e della religione d’Israele - accanto all’originaria religione pagana predominante fino all’avvento del cristianesimo dall’Egitto e dell’islamismo dall’Arabia.

 

In realtà, il racconto dell’incontro di Makeda con Salomone e la nascita del loro figlio Menelik, primo imperatore di un nuovo regno, non fa altro che rappresentare, in forma drammatica e simbolica, la nascita di un popolo e di una cultura del tutto nuovi, l’Etiopia, frutto dell’incontro e dell’incrocio fra due popolazioni, quella semitica arabo-yemenita, con venature ebraiche, e quella africana. È da questo crogiuolo che sorge l’Etiopia, venendosi a costituire come una “unità politica e culturale” originale e con caratteristiche tutte sue, ben distinta dalla restante Africa multirazziale. L’Etiopia è conosciuta anche con il nome di “Abissinia”; e questo termine deriva dalle parole arabe “habasciat”, meticciato, ovvero “habesc”, misti, con riferimento, appunto, a quell’incrocio dei due popoli e delle due culture di cui si è detto. Una mescolanza che non resta tale ma sostanzia la nascita di un qualcosa di tutto nuovo, originale e autentico. Tutto questo però sposta in avanti la vicenda (simboleggiata nella nascita di Menelik I, primo imperatore d’Etiopia, la nuova unità politico-culturale) di quasi mille anni rispetto alla leggenda simbolo; lo vedremo nella successiva storia a proposito della nascita del regno di Axum.

In seguito, prosegue il racconto etiopico, Menelik tornò a far vista a suo padre, Salomone, il quale, quando dopo un anno Menelik ripartì, gli affidò l’Arca Santa dell’Alleanza, fino allora conservata nel tempio di Gerusalemme, con dentro le Tavole della Legge (quelle che erano state date da Dio a Mosè sul monte Sinai). E così l’Arca, portata in Etiopia,  vi si troverebbe tuttora, secondo la tradizione e la comune credenza locale, conservata ad Axum, nella chiesa di Maryam Sion, racchiusa in una cappella, interdetta a tutti salvo che all’abba Mekonen, il monaco suo custode.

 

La storia. Il Regno di Axum
Fin qui il mito. La storia ci dice che l’Etiopia assurge a entità statuale unitaria originale – unità geografica, etnica e politica – con il regno di Axum, il cui splendore ha il suo apice tra il 100 e l’800 d.C. Nell’antichità, le terre d’Etiopia, al pari delle altre africane, non avevano una sua struttura unitaria ma erano genericamente conosciute nel mondo civilizzato – egizio, mediorientale, greco, romano – solo per i commerci intrattenuti con esse e le merci, avorio, legno, pelli, incenso, spezie, aromi, che ne provenivano.

Le cose cambiano all’inizio della nostra era, o poco prima, quando avviene una migrazione di stirpe semita proveniente dall’Arabia e dallo Yemen, forse anche con qualche venatura ebrea al suo interno, di civiltà maggiore. I nuovi arrivati si insediano sull’altopiano abissino – corrispondente all’attuale Etiopia centrale e settentrionale, regioni del Tigrè, dell’Amhara, dello Scioa, del Goggiam, di Gondar – e vi fondano quel regno, la cui unitarietà era favorita geograficamente dall’isolamento dato dal fatto di essere appunto un altopiano – tra i 1800 i 2300 metri di altezza, con punte di oltre i 3000 mt. – isolato a nord e a nordovest dai deserti del Sudan, della Nubia e dell’Egitto, ad est dal Mar Rosso, a sud dalle terre ancora tribali multietniche africane; ed era favorita etnicamente da quell’incrocio semitico-africano così unificato e a sé stante; e politicamente dalle strutture che su queste basi e sulla base della civiltà yemenita di provenienza si dà.

Questa nuova e forte entità politica, il regno di Axum così sorto, prospera e si estende fino a inglobare le regioni vicine e, dal Nilo Bianco, raggiunge a nord est anche le terre fertili del Nilo Azzurro del regno di Meroe, situato nell’attuale Sudan.
 

La religione, forte fattore unificante, all’inizio era ancora quella pagana del culto della Luna e del Sole di derivazione yemenita, di cui si è sopra detto, venuta al seguito della migrazione yemenita. Era la stessa religione pagana dell’Arabia prima di Maometto e contro cui combatté il Profeta; ne restano e lo attestano, sia al di là che al di qua del Mar Rosso, nella terra di origine e in quella proselita acquisita, le rovine di templi che ancora oggi si trovano sia nello Yemen che in Etiopia.
Di questo culto quello più potente, contrariamente a quello che si potrebbe credere, non era quello del Sole ma quello della Luna. I templi di cui si è detto sono dedicati alla Luna. È questo il segno di una religiosità di fondo matriarcale e questa radice la troviamo viva, fossile vivente, ancora oggi nell’inconscio della religione attuale cristiana copta. Ne parleremo più avanti.
Ma le nuove religioni monoteistiche - più evolute e quindi destinate a prevalere nel pensiero dell’uomo sul culto della Luna e sull’animismo – il cristianesimo e l’Islam incombono. L’ebraismo – che è un caso parte a sé, autoreferente, non cerca proselitismo né diffusione esterna – vi era invece già presente; era venuto al seguito di migrazioni semitiche avvenute in secoli precedenti, dando origine a una fascia di popolazione mista africana, i falasha, ancor oggi presente (e in parte trasferita in questi anni in Israele).
 

Il cristianesimo raggiunge l’Etiopia nel IV secolo d.C., quando vi furono condotti prigionieri due giovani siriani di fede cristiana, Edesio e Frumenzio. Presi in servizio presso il re axumita Ezana, assunsero presto funzioni importanti, certamente per le loro capacità intellettuali, maggiori di quelle locali, vista la cultura ellenistico-romana di provenienza. Il caso che ci ricorda quello, narrato nella Bibbia,di Giuseppe Ebreo alla corte del Faraone in Egitto, che, venduto dai fratelli al Faraone stesso, ne divenne poi, per le sue riconosciute capacità,  il principale ministro. Frumenzio divenne anche segretario e tesoriere del re e i due monaci cristiani poterono così diffondere la loro religione, facendo anche venire dal vicino Egitto altri predicatori cristiani. Ricordiamo che a quell’epoca l’islamismo non esi-steva ancora e così la religione cristiana poté ampiamente diffondersi, sia pure nella variante della dottrina monofisita, che riconosce a Cristo la sola natura divina e non quella umana (dottrina condannata come eretica dal concilio di Calcedonia del 451). Questa dottrina è ancora oggi quella della chiesa etiopica, che si considera e si fa chiamare “ortodossa” (la retta dottrina); mentre il termine “copto” (cristiani copti e religione copta, come noi li chiamiamo), è una storpiatura della parola “egipticus”, egiziano. Infatti, Edesio e Frumenzio, benché di nazione siriana, e gli altri predicatori e preti da loro chiamati, facevano parte della principale chiesa (ortodossa) di Alessandria d’Egitto e a questa fece, dunque, pure capo la chiesa d’Etiopia. Frumenzio fu anche nominato vescovo d’Etiopia ma sempre dall’abuna (patriarca) di Alessandria. E sempre e solo da questo sono stati nominati e avevano le-gittimazione i vescovi etiopi, fino ai giorni nostri; solo con l’ultimo imperatore Hailé Selassiè nel 1959 è stato stabilito che l’abuna d’Etiopia doveva essere di nazionalità etiopica.

 

Eremita cavalca un leone ammansito

Pittura parietale raffigurante eremiti e Santi del primo periodo del cristianesimo

 

 

 

 

 

 

ETIOPIA.   Le regioni cristiane corrispondono alla parte centrale  e settentrionale della nazione, da Addis Ababa al nord (acrocoro abissino; Amara, Goggiam, Tigré). Sono mussulmane le regioni orientale e meridionale (Dancalia e Afar,Ogaden, Haud, zone di Dessié e Harar). Le regioni occidentali-meridionali (Galla, Sidamo,Caffa, Borana, valle dell'Omo) sono a credenze animiste

 

Maometto riceve dall'arcangelo Gabriele la rivelazione che poi sarà trasfusa nel Corano

Maometto viene fatto ascendere al cielo e lì, tra gli angeli, incontra i grandi Profeti

 

L’islamismo nasce ancora più tardi, con l’Egira, partenza di Maometto dalla Mecca per Medina (622 d.C, 1 dell’egira). Si estende in tutta l’Arabia e di qui si espande (oltre che a occidente, nell’Africa settentrionale, nel Maghreb e nella Spagna e a nord nell’Asia Minore e nella regione balcanica) per quanto ci riguarda e cioè al di là del Mar Rosso, nelle regioni orientali e meridionali dell’attuale Etiopia – Harar, Dessiè, Dire Daua – e in Somalia; ma non intacca il nucleo centrale di questo paese, l'altipiano,corrispondente all’antico regno di Axum, che rimane saldamente ed è ancor oggi di profonda fede cristiana.
Per completare il quadro religioso dell’Etiopia, diremo che nel sud, regione dell’Omo, Galla e Sidamo, Gimma, le popolazioni sono tuttora animiste, come è per la restante prevalenza dei popoli dell’Africa occidentale, centrale e meridionale

 

Il regno axumita, divenuto cristiano, aumenta sempre più di importanza, potenza e supremazia locale e, nel VI secolo d.C. conquista anche – boomerang di ritorno – le terre dello Yemen e dell’Arabia meridionale; per poco, però, perché la nuova fede (nel senso di comunità organizzata e strutturata di fedeli) musulmana sopravvenuta in quella regione ricaccia indietro la conquista etiope. Dall’Arabia originaria, l’islamismo religione organizzata sbarca di nuovo sull’altra sponda del Mar Rosso, si impianta nella terra degli Afar (Dancalia) e in quelle dell’attuale Etiopia orientale e meridionale; ma non penetra nel nucleo centrale costituito dall’altopiano abissino, che resta assolutamente impermeabile nella sua religione cristiana copta, divenuta simbolo di nazionalità e indipendenza.
Concludendo, oggi in Etiopia abbiamo tre tipi di religiosità, tre realtà antropo-culturali saldamente impiantate, ciascuna nella sua zona: quella cristiana al centro e a nord, quella musulmana a oriente e nel sudest, quella animista a sud e nel a sudovest. Per quanto riguarda la “nazione cristiana”, di cui ci stiamo specificamente occupando, proprio questa sua stretta clausura e impermeabilità racchiusa e conchiusa nell’altopiano etiopico e la specificità delle condizioni morfologiche del suo terreno e antropiche della popolazione, sono quelle che hanno, sì, isolato il paese dai movimenti culturali del resto del mondo ma sono anche quelle che ne hanno favorito e sviluppato al massimo le sue caratteristiche di entità politica e statuale autoctona, dotata di una autenticità e o-riginalità culturale sia pure rimasta arretrata come in un medioevo.
 

 

 

Ancora la storia

Riprendendo la storia, nei secoli X e XI iniziò la decadenza del regno axumita. Nel 980 una regina ebrea, Gudit (Giuditta), peraltro di origine camitica, cercò di portare il popolo della sua etnia – i falasha - e la religione giudaica alla guida del paese, causando di guerre e devastazioni. Crebbero le lotte tra cristiani ed ebrei e le persecuzioni contro questi ultimi. Vennero meno la potenza e la forza unificatrice della dinastia salomonide e seguì un periodo di regime feudale, con predominio di famiglie di grandi signorotti locali.
Il potere imperiale e centrale venne restaurato alla metà del XII secolo con una nuova famiglia, quella dei Zagwe, che per darsi una legittimazione, si rifaceva anch’essa alla dinastia salomonide. La capitale fu trasferita da Axum alla città di Roha, che più tardi prese anche il nome di Lalibela, dal nome che portava questo suo re. Fu un periodo di grande importanza culturale e vennero costruite le splendide dodici chiese nella roccia delle quali parleremo e che ancora oggi si possono ammirare.
 

 

Le tombe ipogee di Axum, sopra di esse si ergono le steli

Resti del palazzo reale a Axum

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Adua, il monumento ai caduti italiani nella battaglia del 1895

Cimitero di guerra italiano ad Adigrat

 

C

Il regno degli Zagwe durò poco più di un secolo, seguirono altre vicende, l’arrivo dei portoghesi con i loro commerci, l’arrivo dei gesuiti e la loro influenza, altri grandi imperatori, un Settecento di grande ripresa culturale e imperiale; e così, pian piano, arriviamo ai giorni nostri, quando anche l'Etiopia rimase invischiata nella politica coloniale europea di fine Ottocento  anche dell’Etiopia. Fino allora ne era rimasta fuori proprio per il suo status di nazione avente una organizzazione statuale e non tribale, come era per il resto dell’Africa. Sorge così il suo incontro-scontro proprio con l’Italia, l’unico Stato europeo che, nell’ambito di un pensiero politico di potenza coloniale allora predominante in Europa (chi è senza peccato, amici inglesi e francesi, scagli la prima pietra!), era rimasto senza colonie. Vi furono due tristi periodi di guerra, il primo a fine Ottocento, con la fallimentare politica espansionista d Francesco Crispi e il secondo, nel 1936, con il sogno imperiale e di "un posto al sole"quella di Mussolini. Ma tutto questo lo tralasciamo perché quello di cui qui vogliamo parlare è il “Sacro” dell’Etiopia e l’autenticità e originalità delle sue chiese nella roccia e delle sue icone. Al qual riguardo, sotto l’aspetto della storia, tutto quello che c’era da dire l’abbiamo detto

Amba Alagi, luogo di ricordi

 

Le steli di Axum
Axum fu la capitale dell’antico regno di Etiopia e la culla di una civiltà che durò per diversi secoli, raggiungendo il suo massimo splendore nel III e IV secolo d.C. e con il re Ezana.
Come è per tutti i popoli e le dinastie reali dell’antichità, massima importanza e massima cura vennero dedicate alla costruzione oltre che dei palazzi reali, ove dimoravano i re e i potenti durante la loro vita, anche e soprattutto alle tombe, ove dovevano andare ed essere sepolti dopo la morte, conservando tutta la loro potenza, come simboleggiato in questi monumenti funebri. Le tombe di Axum sono ipogee, con corridoi, camere tombali e loculi; ma sopra di essi svettano mirabili le steli, segnale appunto del luogo funerario e dell’importanza delle persone sepolte.
Le steli sono obelischi, fatti di una roccia di colore scuro simile al granito. Alcune, destinate a ricordo dei re e della famiglia reale e poste (all’aperto) sopra le loro tombe sono molto alte, fino a 23 mt. quella di Ezana, e scolpite con incisioni che le vogliono far assomigliare a un palazzo, con finestre porte e marcapiani incise sopra. Altre steli, invece, sono più basse e senza incisioni destinate a personaggi importanti ma minori.
A terra ce n’è una a pezzi, grandissima, la leggenda vuole che sia stata distrutta dalla regina Gudit ma, in verità, cadde a terra e andò in pezzi appena messa in piedi, perché era troppo pesante e alta rispetto alla base predisposta.
Noi conosciamo bene tali steli perché una di esse, la più bella, fu portata in Italia dopo la guerra italo-etiopica e innalzata a Roma al Circo Massimo (di fronte a quello che era il Ministero per l’Africa italiana e che ora è la sede della F.A.O.). Era nota col nome di “obelisco di Axum” e vi è restata fino al 2005, quando è stata restituita all’Etiopia e riportata e rimessa in piedi nel luogo dove era e dove ora si trova di nuovo.
 

 

Axum il parco con le steli; queste sorgono sopra le tombe ipogee e come loro monumento


La stele "obelisco di Axum", che fu già portata a Roma ricollocata al suo posto ad Axum 

Ad Axum, oltre al parco delle steli e alle sottostanti tombe ipogee, sono notevoli anche le rovine del palazzo reale di Dongour, edificato nel VII sec. d.C., con le possenti mura, che racchiudono un complesso abitativo con oltre una cinquantina di stanze, tra cui la sala reale. La dimora dei vivi non poteva essere di minor importanza di quella dei morti.

Ma l’altro monumento più bello di Axum, dopo le steli, è l’antica chiesa di Maryam Sion; si trova proprio di fronte al parco delle steli ed è a pianta rettangolare con disegni bellissimi, sono delle vere e proprie “icone murali”, come è in tutte le chiese e i monasteri copti dell’Etiopia. Fu costruita nel XVII secolo d.C. dal re Fasilidas, sulle rovine di un precedente tempio eretto da re Ezana e, secondo la leggenda, è conservata qui, in una cappella, sia l’Arca dell’Alleanza sia, dentro di essa, la Dodici Tavole della legge, date da Dio a Mosé sul monte Sinai, l’una e le altre donate, sempre secondo la leggenda, da re Salomone a suo figlio Menelik venuto a fargli visita e da lui portate in nella sua patria.
La leggenda dice anche che l’Arca e le Tavole della legge sarebbero state portate e conservate inizialmente in un monastero, quello di Kirkos, sul lago di Tana – parleremo appresso di questi monasteri – e solo successivamente sarebbero state trasferite ad Axum dal re Ezana.
 

 

 

Axum interno dell'antica chiesa di Maryam Sion

 

 

Axum la chiesa nuova

DIPINTI NELL'ANTICA CHIESA DI MARIAM SION AD AXUM

   
Lalibela e le chiese nella roccia
La città di Roha, capitale della dinastia Zagwe e che poi prese anche la denominazione di Lalibela, dal nome del re che fece costruire le 12 chiese, sorge a 2600 metri di altezza sul fianco dell’Abuna Josef, un’amba – montagne caratteristiche dell’Etiopia aventi la cima piatta - che raggiunge i 4000 metri.
Lalibela era non il primogenito ma l’ultimogenito della dinastia; non era quindi destinato al trono. Ma alla sua nascita la culla fu ricoperta da uno sciame d’api, che non fecero alcun male al neonato. La regina allora ne trasse l’auspicio che lui doveva essere l’erede al trono e gridò “Lalibela”, che significa “le api riconoscono la sovranità”. In seguito il fratello, geloso di quella preferenza che riteneva ingiusta, cerco di avvelenarlo ma il bambino non morì , dormì invece per tre giorni. In quel periodo gli angeli lo portarono in paradiso, dove gli mostrarono un bellissima città con meravigliose chiese scavate nella roccia. Il re se ne ricordò e quando salì al trono fece costruire, sul loro ricordo - in un solo giorno e con l’aiuto degli angeli, dice la leggenda - le magnifiche dodici chiese.

Le chiese nella roccia di Lalibela sono divise in due gruppi di sei chiese ciascuno dal fiume Giordano che scorre nella città. Non ci stupisca questo nome del fiume. In tante denominazioni di luoghi o cose o eventi, la religiosità etiope ripete e dà ad essi i nomi biblici, quale pretesa di riconoscimento di una fedeltà e, ancor più, di una autenticità della loro fede.
Queste chiese, in effetti, non furono costruite nel senso di “erette” ma furono scolpite nella tenera massa del tufo, di color rosso scuro.
I modelli architettonici sono due: la chiesa ipogea e quella monolitica. Le chiese del primo tipo hanno la facciata scolpita sul fianco di una parete di roccia verticale e poi lo scavo prosegue all’interno in colonne, navate, cappelle. Le chiese monolitiche sono ricavate da un unico grandissimo blocco di pietra, isolato dal restante terreno roccioso, che è stato scavato nel suo interno come chiesa e con i suoi vari elementi architettonici, colonne, navate, ambienti successivi fino alla stanza finale che è il Sancta Sanctorum.
 

 

 

Le chiese (“Bet”) ipogee
Bet Mediane Alem, la chiesa del Salvatore del mondo, è la più imponente. Ha la facciata di tufo rosso con 34 pilastri quadrangolari, nell’interno 28 colonne la dividono in cinque navate; si entra in un ambiente in penombra, altamente suggestivo, perché appena un po’ illuminato da piccole finestrelle, alcune a forma di svastica (però sinistroflessa, al contrario di quella nazista che era destroflessa), simbolo del sole altre a forma di croce greca. All’interno la chiesa, al pari di tutte le altre, è piena di bellissimi vi sono dipinti e decorazioni sulle pareti.

Attraverso un tunnel si raggiunge la Bet Maryam, la Chiesa della Vergine Maria, la più ricca di dipinti, anche i soffitti in gran parte ne sono ricoperti. È abbastanza piccola, soprattutto in confronto a quella precedente, ed è la prima che sarebbe stata costruita. In questa chiesa vi è una cisterna con l’acqua misteriosamente sempre allo stesso livello, nella quale durante il “Genna”, la festa di Natale, vengono immerse le donne sterili per guarirle da questa loro incapacità.
La Bet Meskal, chiesa della Croce, ha decorazioni e incisioni a forma di croce sui pilastri e sul pavimento. La Bet Dangal, chiesa dei Martiri, è dedicata alle cinquanta suore fatte uccidere nel IV secolo dall’imperatore romano Giuliano l’apostata, che voleva riportare nell’impero romano la vecchia religione pagana degli dei. Dal tetto di questa chiesa si può vedere una panoramica dell’intero complesso.
Da Bet Dankal, parte un intricato, suggestivo un labirinto di cunicoli, corridoi e ripide e sconnesse scalinate, sempre ripieno di pellegrini, attraverso il quale si arriva alle due ultime chiese di questo primo gruppo, che sono affiancate tra di loro: Bet Mikael, chiesa dell’arcangelo Michele, e Bet Golgota, chiesa del Monte della Crocifissione. Bet Mikael è divisa da due fila di colonne in tre navate, quella centrale e le due laterali; la illuminano delle finetrelle a forma ogivale con mensole e una porta sulla sua parete di sinistra permette l’accesso alla Bet Golgota, vietata alle donne e dove si trovano una tomba simbolica di Cristo e la tomba di re Lalibela. È divisa in due navate da pilastri cruciformi e vi sono altorilievi e bassorilievi con figure di angeli e di santi.
Uscendo dalla Bet Mikael si giunge alla Tomba di Adamo – un blocco quadrato di pietra a due piani, il primo, quello inferiore, serve da ingresso al complesso, il secondo, quello superiore, serve da cella per gli eremiti.
 

 

La chiesa  del Salvatore a Lalibela

Il soffitto dipinto della Chiesa della Vergine Maria

Dipinti all'interno della chiesa della Vergine Maria (l'incoronazione di Maria e la SS. Trinità)

Preti musicanti nei cortili tra le chiese di Lalibela

La chiesa di S. Giorgio a Lalibela

Ancora la Chiesa di S. Giorgio

Passaggio tra cunicoli impervi per scendere nella chiesa di S.Giorgio

Chiesa di S. Raffaele e S. Gabriele

L'interno di una chiesa nella roccia a Lalibela

 

 

 

 

 

 

Le chiese monolitiche
Bet Georgis, chiesa di San Giorgio, è la più stupenda, è dedicata al patrono dell’Etiopia. È unica e straordinaria per la sua caratteristica di essere ricavata da un enorme monolito rettangolare, che scende per 13 metri di altezza al centro di una stretta conca verticale, i cui lati, che circondano la chiesa, sono di poco più alti della chiesa stessa; la quale perciò ne è circondata con uno stretto e profondo cunicolo a trincea, dove si accede attraverso una ripidissima e lunga scalinata, per arrivare così, in basso, alla porta di accesso alla chiesa. Lo spettacolo bellissimo è che la chiesa si vede così, dall’alto, tutta insieme, con l’altorilievo di una croce greca che ne ricopre tutta la sommità. Ricchi fregi sempre a altorilievo ne abbelliscono sia le facciate che l’interno.
Bet Gabriel e Raphael, chiamata anche “la casa degli arcangeli”, sono due chiese appaiate. Attra-versato un ponte sul fiume Giordano, si arriva a una grotta con due porte di uscita; la prima conduce alla chiesa, anche questa con grandi e bellissimi dipinti coperti dai soliti tendaggi, che i diaconi sollevano per farli ammirare ai visitatori. Due file di pilastri quadrati la dividono la chiesa in tre navate.
La seconda porta della grotta conduce a un camminamento col quale si arriva alle altre chiese. Sono Bet Lehem, la casa di Betlemme e poi Bet Emanuel – continuano i nomi che si rifanno al sacro ebraico – quest’ultima una delle più belle tra tutte le chiese di Lalibela, con la decorazione a fasce alternate, una rientrante e l’altre sporgente.
Uscendo, si arriva, attraverso un altro cunicolo, alla Bet Abba Libanos, dedicata a questo monaco (abba) di nome Libanos, che è uno dei santi più venerati d’Etiopia. La facciata della chiesa è intagliata sul fianco della montagna rocciosa mentre il suo interno è scavato dentro la roccia della montagna.
 

I monasteri
Abbiamo detto della grande religiosità degli etiopi. Oltre alle chiese nel paese, e soprattutto le sue zone più impervie, sono disseminati tanti monasteri. Debre è il termine che indica questi edifici e ricoveri di monaci ed essi sono sorti sopra o accanto a quelli che erano le grotte, i romitaggi e i luoghi impervi, isolati e selvaggi dove andavano a vivere i santi eremiti e che ancora oggi sono meta di devoti pellegrinaggi. Un bellissimo e tipico esempio di questi monasteri e del loro isolamento nella natura aspra è rappresentato da quelli che sorgono nelle coste impervie del lago di Tana, alcuni visitabili, altri inaccessibili al turista o perché è troppo difficile arrivarvi o perché vietati, altri ancora sono chiusi alle donne.
Il nucleo centrale del territorio etiope cristiano sotto l’impero della dinastia salomonide degli Zagwe era costituito proprio da queste regioni attorno al lago di Tana e qui, nelle zone più inaccessibili e per difendersi dall’invadente cultura e religione islamica, organizzata in sultanati e che prorompeva dal nord e da est (Eritrea e regione dancala degli Afar) e anche dal sud (Harar), vennero edificati questi monasteri per preservare la fede originaria e l’identità del popolo etiope e per conservarne la tradizione e i tesori dell’arte e delle reliquie.
 

Il tipico monastero, e anche le chiese che oggi hanno preso il posto di taluni di essi, è a pianta ottagonale o circolare, con il tetto di paglia ed è diviso in tre zone concentriche, ciascuna con la sua funzione. La prima, è un porticato, Qene Mahlet, le cui mura esterne sono in genere in legno; in questo spazio sono tra l’altro conservati deposti a terra gli strumenti musicali, il sistro e i tamburi, usati durante la celebrazione della messa e delle altre funzioni sacre. Qui accede il popolo dei fedeli, ma solo i “puri”, cioè le persone ammesse alla comunione (perché in quel giorno non hanno mangiato carne, non hanno bevuto alcolici e non hanno avuto rapporti sessuali), i bambini e gli anziani. Gli “impuri” partecipano alle funzioni ma stando fuori, nello spazio immediatamente sterno alla chiesa.

La seconda zona è l'aula vera e propria per le celebrazioni liturgiche (il Qeddest); vi accedono gli uomini che hanno studiato le Sacre Scritture. Partecipano ai canti e distribuiscono la comunione. La parte più interna è il Maqdas, il Sancta Sanctorum, dove sono conservate le Tabot, le Tavole della legge, e ad essa sono ammessi solo i preti officianti o addirittura solo l’abba, il capo di essi, titolare della chiesa. Le pareti esterne e interne del Qeddest e del Maqdas sono decorate con bellissimi disegni, divisi in riquadri, che formano la stupenda arte iconica parietale (delle chiese) copta, con scene della vita di Maria, di Gesù e storie della vita dei Santi, primo tra tutti fra essi S. Giorgio, a cavallo che uccide il drago, che è il protettore e santo patrono dell’Etiopia. Accanto alle porte  di ingresso sono raffigurati gli arcangeli, custodi delle porte; sui soffitti, simbolo della volta celeste, sono dipinti volti di angeli.

 

Chiesa rurale

 

Antico cimitero

 

 

 

 

 

Chiesa rurale

Chiesa rurale e cimitero (piccole steli, più arcaicamente erano pietre o cumuli di sassi)

Il monastero di Debra Libanos

Chiesa di campagna ad Adigrat

Chiesa di Kuskuam, sorta sul luogo ove era il tempio della Luna

Parlavamo del lego di Tana. Sulle sue coste e nell’interno di queste si possono visitare, facendo dei cammini brevi ma impervi, alcune bellissime chiese, come Una Kidana Merhat, piena di splendide tele dipinte che coprono completamente le pareti esterne della Maqdas. Vi è poi la Bet Maryam, anch’essa decorata da bellissime pitture. Ancora, nell’isola di Kebran Gabriel, vi è l’omonima chiesa, interdetta alle donne, molto grande e coperta come sempre di pitture.
Ma molti altri Debre si incontrano in Etiopia, il paese ne è disseminato, e molte volte essi danno il nome alla cittadina o al paese che è sorto attorno a loro. Debre Libanos, poco a nord di Addis Ababa, sorto dove inizialmente erano una fonte e una grotta sacra, luogo di pellegrinaggi di cura al tempo della religiosità animista precristiana. È questo il segno della stratificazione del sacro – anche da noi le chiese sono costruite sulle rovine del tempio pagano; e questo era sorto dove prima era un grotta o un luogo sacro a qualche ninfa – come pure l’acqua è un segno della forza vitale e curativa, della potenza magica di questo elemento.
Debre Sion sorge su un’isola del lago di Ziway e conserva una pregevole raccolta di antichi manoscritti (su pelle conciata di capra), qui salvati da alcuni monaci sfuggiti alla persecuzione della regina Gudit.
 

 

Il lago di Tana, a nord di Addis Ababa

La via impervia per arrivare ai monasteri del lago di Tana

 

I  MONASTERI  DEL  LAGO  DI  TANA

Il monastero Una Kidana Merhat lago Tana (sulla soglia c'è un prete con la tunica gialla)

 

Il monastero di Maria (Bet Maryam) lago Tana

 

L'interno e i dipinti murali in un monastero del lago Tana

S.Pietro riceve l chiavi, dipinto murale nel monastero Una K idana Merhat

 

Pitture murali nel monastero di Bet Maryam sul lago Tana

 

 

L'Annunciazione, dipinto murale nel monastero Bet Maryam sul lago Tana

 

DIPINTI MURALI NEI MONASTERI ETIOPICI

 

Dipinti e vetrate dipinte nel monastero di Debra Libanos

   

Arazzo parietale raffigurante S. Giorgio

 

Soffitto del monastero di Debre Birhan Selassié (zona di Gondar) tutto dipinto con teste di angeli, ognuno con una espressione diversa

PRETI E RITI ORTODOSSI (COPTI) IN ETIOPIA

Preti in preghiera nel porticato antistante  (Kene Mahlet) durante la Messa

 

Percussione di tamburi da parte di diaconi di  accompagnamento durante la messa

 

Un prete in preghiera all'interno dElla chiesa

 

Madre di Dio tra gli angeli (dipinto murale in un monastero del lago di Tana)

La dormizione della Madonna

La Madre di Dio, S.Giovanni Battista e un eremita

   

 

La figura di Maria e il “Libro dei Miracoli”
La figura di Maria, la madre di Gesù alla quale l’Angelo di Dio diede l’annuncio di questa sua chiamata, e il suo culto sono molto importanti, anzi fondamentali nella religione ortodossa in genere e così anche in quella copta etiope ed egiziana. In questa concezione Maria è considerata Theotòkos, la Madre di Dio e così viene chiamata; in tale suo destino e funzione, ella è la prediletta – nel senso etimologico della parola: “la prescelta” – di Dio ed è al di sopra di tutti i santi. Questa sua valenza sacra trova dunque tradizionalmente motivo, nel mondo religioso etiope (ma anche in quello dell’Europa orientale), in questa sua posizione di Theotòkos ; ma, a nostro avviso, ve ne sono anche altre più lontane radici e spiegazioni.
Nel nome di Maria in Etiopia cristiana vengono celebrate molte festività; il loro numero è alquanto elastico, si dice fino a trentadue e tra di esse la sua Concezione, la sua Nascita, la sua Presentazione al tempio, l’Annunciazione, il Natale, la Presentazione di Gesù al tempio, la Fuga in Egitto, la sua Dormizione (morte) e l’Assunzione. Moltissime sono le preghiere, le omelie e gli inni (theotokie) rivolti a lei, i libri liturgici e gli apocrifi che parlano della sua vita e dei suoi miracoli, le chiese e i monasteri intitolati al suo nome. Discende da questa particolarissima posizione e importanza di Maria Madre di Dio nella religiosità etiope il fatto liturgico che la celebrazione della messa si inizia con la lettura di uno dei libri su Maria, molto spesso è il libro dei miracoli di Maria; questa lettura liturgica ufficiale precede nella messa ogni altro rito e ogni altra lettura, anche quella del Vangelo.

Madonna col S.Bambino

dipinto egiziano cristiano-copto

su papiro
 

L'Annunciazione, dipinto murale in un monastero del lago di Tana

 

La fuga in Egitto dipinto murale

Miracoli di Maria durante la sua permanenza in Egitto

 

La tradizione fa risalire questa devozione e l’importanza fondamentale che la figura di Maria assume nel mondo religioso egiziano e, di riflesso, in quello etiope all’episodio della fuga in Egitto, dove la Sacra Famiglia si rifugiò per sfuggire alle persecuzioni di Erode re di Israele. Anche in questo evento quella che risalta è che la figura intesa a proteggere il figlio Gesù, che Erode voleva uccidere, ancora una volta è quella di Maria Theotokos piuttosto che quella maschile e del capofamiglia (di regola così importante nel mondo semitico), cioè di Giuseppe. Dopo questa fuga, dicono i racconti apocrifi mariani, Maria e il figlio rimasero per molti anni in Egitto dove, durante questo lungo soggiorno e i viaggi e gli spostamenti che vi avrebbero fatto, furono posti in questo modo i primi semi del nuovo insegnamento cristiano. Già sappiamo dalla storia riportata all’inizio che l’Egitto è considerato in Etiopia la patria originaria del loro cristianesimo e che ve ne è stata la dipendenza gerarchica ecclesiale fino alla metà del secolo scorso.

La Madre di Dio con gli angeli

L'Annunciazione

Cibele in trono, statua romana

Ishtar, la massima divinità del patheon  della Mesopotamia (Assiri, Babilinesi), con il suo simbolo, la leonessa

   

 

Noi peraltro riteniamo che questo carattere fondante della figura femminile della Madre abbia radici ben più profonde e che la tradizione cristiana e il racconto evangelico della fuga in Egitto e così pure la personificazione in Maria della figura oggetto del culto siano una reinterpretazione sincretistica fatta dalla nuova religione cristiana di un modo di sentire sacro e religioso di provenienza molto più lontana.
La figura femminile e matriarcale e il culto della Madre Terra, nelle varie denominazioni delle sue divinità Ishtar,  Demetra, Cibele, Iside,la Mater Matuta e così via, sono pregnanti nell’antichità in tutto il mondo medio-orientale e, ancor prima, nelle comunità arcaiche e agrarie di tutto il mondo mediterraneo occidentale e orientale. Sappiamo anche che nei paesi di cui qui ci occupiamo – l’Arabia, lo Yemen e l’Etiopia che è di loro dipendenza culturale – c’era, nei tempi arcaici, il culto pagano della Luna (e del Sole), di cui ancor oggi restano le rovine di alcuni templi. Nell’immaginario e nel pensiero di queste culture le dee della fertilità – simbolismo del grembo della Madre Terra, così ricco e prodigo, ovvero avaro, di frutti vegetali e animali fonti di vita e di sussistenza – vengono prima di tutto e sono sentiti in modo più immediato di tutto; anche prima di un Dio, la cui presenza ed esistenza sono lontane e molto nebulose nel raziocinare prefilosofico. Ne sono testimonianza anche le raffigurazioni femminili, fatte con statuine col ventre gonfio e la testa piccola priva di lineamenti, significative della preponderanza che la fertilità e la donna, fonte e datrice di vita, avevano nel pensiero primitivo.
 

Quindi – argomentiamo – all’origine e nella radice di quella nuova e più consapevole forma religiosa intervenuta nella storia che è il monoteismo cristiano e al di là della figura cultuale storica di Maria, madre di Gesù, figlio di Dio e Dio lui stesso e, così pure, al di là del racconto storico della fuga in Egitto, vi è un modo di sentire e di pensare ben più profondo, oscuro e primordiale in cui la divinità prima è al femminile, la Grande Madre.

 

Le icone copte
E veniamo a quello che è stato il motivo il motivo di partenza per questo articolo e che ne vuole essere il momento clou: le molto meno conosciute ma non per questo meno stupende icone dell’Etiopia (e anche dell’Egitto).
Usualmente, parlando di “icone”, sono così chiamate e sono comunemente conosciute come tali quelle russe e greche. In realtà ce ne sono di diversi altri paesi dell’Europa orientale – Armenia, Macedonia, Romania, Ucraina; e anche l’antica repubblica di Venezia, per i rapporti e i traffici che aveva con il vicino oriente - e, in ognuno di tali paesi, con un suo stile e caratteristiche che le rende riconoscibili. Senonché, pur in tale diversità di stile, tutte quante queste icone appaiono simili e assimilabili perché corrispondono ai canoni estetici e raffigurativi della nostra pittura, sia pure improntata da residui bizantineggianti.
 

Le icone copte, al pari di quelle dei suddetti Paesi dell'Europa orientale, sono piccoli quadri della devozione popolare privat, tenuti nelle case o portate in viaggio. Come le pitture murali che si trovano all'interno delle chiese e dei monasteri, la loro arte e il loro modo di raffigurazione, sono completamente diverse da quelle di quegli altri Paesi. Sono di una bellezza naif, di una autenticità immediata, che colpisce e fa innamorare chi le guarda; è un mondo antico, che viene da un lontanissimo passato che ancora conserva in sé e che esprime in forme attuali; nasce da un sincretismo spontaneo e lo rappresenta senza nulla di forzato o artificioso; ne promanano bellezza e potenza luminose; e un senso del sacro subito ti prende, ti lega, ti lascia affascinato. I volti tondi delle figure, gli occhi grandi, nerissimi che ti guardano, le figure immobili, ieratiche che impongono la loro forza, i vestiti colorati e ricchissimi: tutto in queste immagini e nei loro colori, nella potenza del loro aspetto e come ti fissano con quei loro occhi, tutto, ripeto, avvince chi guarda questi dipinti, che parlano di un mondo antichissimo ma vivo e di una dimensione e di esseri diversi, che ci sono accanto e dietro di noi, anche se non li vediamo. Una dimensione di potenza e di personaggi regali che, normalmente invisibili al mondo, adesso, in questo modo si mostrano, si fanno vedere. Un mondo misterioso, soprannaturale, divino che appare e si rende visibile nella sua gloria: questo sono le icone copte. Sono arte pura nella loro primigenia ingenuità naif.

 

Icona bipartita in legno e pietra

Icona bipartita

Pittura murale La Trinità

 

Pittura parietale Cristo Pantocrator nel giudizio universale

 

Pittura parietale L'arcangelo Michele

Icona a tre ante chiudibile a teca 

 

Icona a quattro ante

 

Tre icone, due grandi quella al centro più piccola

Le icone copte come sono diverse nelle forme raffigurative dalle altre più note dell’Europa orientale, così altrettanto sono originali nei personaggi raffigurati. Certo Maria è sempre la madre di Gesù e la Madre di Dio, ma qui è anche la Grande Madre di noi tutti, è la Madre Terra. Gesù Redentore e Pantocrator è sempre il nostro padre, un padre vicino e d’amore come è per la nostra religione; ma ne traspare subito che è un Padre diverso, più misterioso, spiritualizzato, come di un’altra natura, di un mondo diverso; appare da queste rappresentazioni il monofisismo di quella religione.
E poi ci sono gli arcangeli Michele e Raffaele, ma essi sono gli sciamanici Guardiani delle porte, posti all’entrata del regno (Gabriele è il messaggero di Dio, il portatore dei suoi grandi messaggi, primo fra tutti quello dell’Annunciazione a Maria e al mondo del Tempo Nuovo che giunge, della discesa di Dio, di suo figlio, sulla terra. Michele è il difensore del Regno).
Gli Angeli sono gli altri grandi protagonisti di questi dipinti: innumerevoli, ovunque, sulle pareti delle chiese di contorno agli altri personaggi; in alto sulle volte delle chiese, rappresentative del cielo. Sono raffigurati in grandissimo numero, spesso solo coi loro visi, senza ali, altre volte con due piccole ali, appena accennate, accanto al viso.
S. Giorgio è il patrono dell’Etiopia ed è perciò raffigurato in tantissimi dipinti. Sta a cavallo e conficca la sua lancia nel corpo del drago; alcune volte vi è raffigurata, rifugiatasi su un albero, anche la fanciulla salvata, che stava per essere divorata. La tradizione vuole che la leggenda così raffigurata voglia raccontare la storia della liberazione del popolo etiope da un tributo in merci preziose e fanciulle vergini (destinate a essere sacrificate) che esso doveva pagare a un re dell’Africa nera. Ma potrebbe piuttosto voler significare la vittoria della nuovo religione cristiana sul vecchio paganesimo (il drago) con le sue pratiche cruente (i veri o presunti i sacrifici umani).
Queste le raffigurazioni più ricorrenti e, come si vede e come si è detto, sono personaggi in fondo comuni con gli altri soggetti iconografici, ma espressi con canoni e motivi artistici originali.
Poi vi sono, naturalmente, anche le raffigurazioni dei santi e degli eremiti più famosi, in genere quelli del mondo locale, ogni regione ha preferenzialmente i suoi. Anche gli eventi famosi, leggendari o veri, e i miti che vengono rappresentati sono quelli propri dell’Etiopia e della sua storia.

Ultima cena,dipinto egiziano su papiro stile cristiano copto
 

 

 

Ultima cena,dipinto egiziano su papiro stile cristiano copto
 

 

La Madre di Dio in una pittura parietale del monastero Debre Melhat Alem

Pitture murali nel monastero Amde Sion, nelle isole Mandaba

Gli arcangeli Raffaele e Gabriele pittura murale

La crocifissione, icona a tre ante chiudibile

Icona a teca, legno dipinto e pietra scolpita

Le grandi raffigurazioni iconiche sono quelle parietali, dipinte nelle chiese e nei monasteri. Le icone vere e proprie sono invece quelle piccole, trasportabili, icone di casa, personali, da viaggio; sono fatte su legno, su metallo, su pietra, quasi sempre sono a più ante chiudibili in teca; sono an-che dipinte su libri e su rotoli di cartapecora o su un’intera pelle conciata a cartapecora, bellissime quest’ultime. L’Etiopia ne è piena, peccato che esse vadano scomparendo da quel paese, vendute a poco prezzo ai tanti turisti stranieri, come un tempo veniva fatto, ancora nell’Ottocento, con le “inutili vecchie pietre” in Egitto per i suoi tesori archeologici e anche negli altri paesi dell’impero ottomano (il mondo locale apprezzava solo l’oro). Il paese si va così sempre più impoverendo di questi capolavori dell’arte popolare.

Croce da processione

Croce manuale, a benedizione

Croce da benedizone, con teca e dipinto

Prete titolare della chiesa mostra le croci sacre qui conservate

Teca dipinta, chiudibile in legno e pietra

Icona a tecae

 

 

Le croci, le teche, gli oggetti liturgici
Non si può terminare senza parlare, brevemente, anche di questi altri oggetti della tradizione e dell’arte rituale e religiosa.
Le croci
Il simbolo della croce è entrato in Etiopia con l’avvento della nuova religione cristiana, portatovi nel IV secolo d.C. dai diaconi Edesio e Frumenzio, e si è poi diffuso rapidamente, insieme a questa, soprattutto dopo la venuta, nel VI secolo, dei cosiddetti 9 Santi, che erano monaci monofisiti che fuggivano dalle persecuzioni a cui dopo il concilio di Calcedonia erano sottoposti i seguaci di questa dottrina cristiana dichiarata eretica. Venne così a sostituire il precedente simbolo della Luna, appartenente all’omonimo culto e fino allora venerato. In seguito, dopo l’avvento dell’Islam con la sua forza di espansione coatta nei paesi vicini, il cristianesimo fu per l’impero etiope axumita anche un motivo di identità e di difesa nazionale e divenne la religione nazionale; con un editto imperiale venne quindi imposto l’obbligo di portare una croce appesa al collo, chi non lo portava era considerato un nemico dello stato e del popolo e veniva perseguitato ed espulso.
Il disegno di questo simbolo, che all’inizio, conformemente alla sua provenienza dal mondo elle-nistico alessandrino, era una croce greca racchiusa in un cerchio, presto si arricchì di molti altri fregi e decori di contorno, disegni e intrecci vari tutt’intorno, espressione della fervida fantasia artistica africana. Oggi si possono trovare tantissimi tipi di croce, ogni regione e ogni città importante ne ha uno suo, e anzi, portata addosso anche a scopo ornamentale soprattutto dalle donne, la croce consente di capire la provenienza della persona.
A parte queste piccole croci pendentif ornamentali, la croce è soprattutto un oggetto rituale portato dai preti e mostrato ai fedeli nelle cerimonie religiose, durante la messa, nelle processioni, in altri momenti liturgici. Baciare la croce durante una di queste cerimonie è il riconoscimento e la sottomissione alla potenza e alla misericordia divina ed equivale alla nostra confessione.
Il materiale di queste croci è vario, all’inizio era legno, poi venne usato il metallo, ferro, ottone, quindi a partire dal XVII secolo anche l’argento. Si fa un modello di cera, poi lo si ricopre e si racchiude in un bozzolo di creta infine si versa il metallo fuso in questo bozzolo. La cera si scio-glie e il suo posto dentro il bozzolo è preso dal metallo, che quando si raffredda conserva la forma che aveva la cera.
Le teche sono in legno o in metallo (in genere, rame), a forma come di scatola a tre o quattro parti (tavolette che si chiudono sovrapponendosi l’una all’altra); le tavolette laterali sono unite alla tavola principale con stringhe di pelle di capra; la teca o “scatola” ha una base inferiore e una superiore pure di legno oppure di pietra, scolpite, la base superiore culmina con una croce. I dipinti iconici sono sulle facce interne delle tavolette, le facce esterne, invece, sono scolpite con decori geometrici e fregi vari.

Altri oggetti liturgici sono i turiboli per bruciare l’incenso e diffonderne il fumo odoroso nella chiesa, i paramenti sacri per le cerimonie dai ricchi di colori, il turbante o altro copricapo, che distingue e fa riconoscere subito l’appartenenza alla classe sacerdotale, gli ombrelli, anch’essi coloratissimi, usati per proteggere il prete dal sole quando nella sua veste e funzione ufficiali celebra fuori della chiesa, con dietro tutta la comunità in processione liturgica; e anche quando per un altro importante motivo deve rappresentare la stessa comunità che lo segue (ad esempio, durante la guerra italo-etiopica, la truppa italiana, quando arrivava e occupava un villaggio, veniva accolta così, come atto di sottomissione e pacificazione, con questa processione che usciva dal paese, avanti il prete, con i suoi coloratissimi paramenti e protetto dall’ombrellino colorato, e dietro tutta la popolazione).
 

Addis Ababa  La chiesa ottogonale. E' questa la forma tipica

delle chiese ortodosse copte etiopi

 

Libro di preghiere in cartapecora scrittura in ga'ez

   

Copertina in legno e legaggi in cuoio di un libro di preghiere pagine di cartapecora

 

Teca in rame dipinta

         Teca in legno dipinta

Pelle di capra conciata e dipinta

 

Rotoli di cartapecora con  dipinti sacri e scritti didascalici

 

Sigillo in pietra (la figura è l'impugnatura, il sigillo è sotto ed è riportato qui di fianco)

 

Il sigillo vero e proprio della figura qui accanto

Prete copto titolare della chiesa  con i paramenti ufficiali e la croce da benedizione

  O Prete titolare della chiesa con paramenti ufficiali e croce

Prete titolare della chiesa con paramenti ufficiali, croce da benedizione e ombrello liturgico

CC UNO Prete titolare della chiesa ( S. Giorgio a Lalibela) accanto al dipinto su panno del Santo

Lo Spirito del sacro
A Lalibela o in altre chiese visitate per motivi turistici il godimento è estetico, si ammirano quelle costruzioni nella roccia, i dipinti e le decorazioni murali, i motivi tradizionali sacri, i preti con i loro ricchi paramenti, i canti e le nenie primitive, la folla devota in preghiera. È tutto straordinariamente molto bello ma è un godimento visto dall’esterno, con l’occhio di un osservatore profano che coglie solo fino a un certo punto l’animo interno della “ecclesia”, la comunità raccolta nella chiesa, e il suo sacro – non saprei come diversamente qualificare questi due diversi modi di apprezzamento.
Diversi sono lo stato d’animo, la partecipazione, quel che si sente e si coglie assistendo in una chiesa alla celebrazione della messa o a un altro evento liturgico, con la comunità raccolta che vi prende parte. È accaduto una domenica.
 

La chiesa da visitare era molto antica, in un piccolo villaggio senza pretese; anch’essa era scavata nella roccia o meglio la sua facciata con le colonne e la porta di ingresso e la sua prima parte erano costruite sul davanti con la pietra locale, poi la chiesa proseguiva in un’ampia grotta naturale lavorata e intagliata. Un tempo in quella grotta, mi è stato detto, scorreva dell’acqua e anche questo è significativo dell’arcaicità e della stratificazione del sacro, forse ben prima del cristianesimo e della dedicazione della chiesa a S. Giorgio e al culto cristiano.
I fedeli stavano in parte davanti (quelli che non potevano entrare perché “impuri”), fuori qua e là su uno spiazzo esterno, attenti e raccolti, appoggiati al loro bastone; tanti altri erano dentro in preghiera, salmodiando i canti con voce sommessa – assolutamente non a voce spiegata e corale, come è da noi per i nostri canti religiosi durante la messa.
Gli elementi, dunque, c’erano tutti: la grotta, un tempo con la sorgente d’acqua, elemento vitale, luogo probabilmente di un culto della natura pagano già prima del cristianesimo; una popolazione che da sempre veniva lì a esprimere il culto e la venerazione del sacro. Un luogo di forza, una linea di forza sotterranea doveva passare di lì, parallelamente al corso d’acqua scomparso, divenuto invisibile me sempre rimasto, sotterraneo, carsico, nell’inconscio profondo.

Siamo entrati, dopo esserci tolti le scarpe – bisogno entrare sempre a piedi nudi nelle chiese di rito copto. La nenia dei fedeli, sottovoce, riempiva la chiesa, come una voce sola, collettiva. I partecipanti erano tutti assorti nella loro preghiera, solo la nostra entrata di turisti occidentali con le macchine fotografiche li hanno distolti in po’, parecchie teste si sono alzate, si sono voltate a guardarci, distratte dal loro assorbimento, come risvegliate per un attimo dal nostro ingresso. Poi sono tornate a pregare e ci hanno dimenticato, anche perché noi facevamo pianissimo, andavamo avanti verso la stanza più interna rendendoci il più possibile invisibili per non distrarli. Nell’aria c’era il fumo e l’odore pieno dell’incenso. Nella stanza interna c’era il prete, titolare della chiesa, con i diaconi che celebrava la messa; e forse era lui l’unico fra tutti, attento e consapevole del presente, cosciente di quel che faceva. Ci ha mostrato le croci, gli antichissimi libri di cartapecora manoscritti e ricchi di miniature, ravvolti più volte in un velo che ha scartato, le loro immagini iconiche dipinte su molte pagine,  ci ha dato tutte le spiegazioni, che la guida ci traduceva.
Tutti gli altri presenti, sia in questa sala che in quella precedente, erano assorti nella preghiera e nelle loro nenie, come un po’ addormentati, appena appena una leggerissima trance, ma no, non era una trance, questa parola è inadatta, erano tutti assorbiti in un’atmosfera collettiva di disattenzione dal presente concreto e attenzione, immersione in qualcos’altro di non palpabile e non visibile. La preghiera sommessa, le nenie, il fumo e il profumo d’incenso facevano parte di questo assorbimento, era un modo di essere collettivo davanti al sacro e al divino, era come trovarsi in un campo di fiori e di erbe che si piegano tutte insieme al soffio del vento. Era lo Spirito che soffiava, lo Spirito soffia dove vuole.

  Abate titolare del monastero do Debra Libanos

                   

Dipinto di Abuna in veste di arcangelo                  L'altare del monastero di Debra Libanos   
 

 

Chiesa rurale addossata alla roccia, savrapposizione sincretistica a una  antica grotta sacra

I fedeli "impuri" ascoltano la Liturgia fuori della chiesa

Interno della vecchia chiesa con dipinti non restaurati

I fedeli "puri" ammessi alla liturgia all'interno della chiesa"

I preti in preghiera durante la Messa all'interno della chiesa

L'antica grotta sacra, a ridosso dela quale è stato costruito il nuovo sacro della chiesa cristiana

 

Il prete nella liturgia ortodossa della Messa copta legge innanzitutto il "Libro di Maria"

 

I "tesori" della chiesa, libri liturgici antichi, croci, copricapo dorati, immagini sacre e altro

E allora ho capito. Ho capito con la ragione, intellettualmente – cioè sempre dall’esterno, ma anche con partecipazione interna – quello stato. Ma ho capito.
Ho capito che lì c’era un’anima collettiva e c’era uno stato di coscienza e colloquiale unico, che riempiva tutto quel luogo; non più tanti individui separati ma un essere unico, una mente e uno spirito unico, con tanti corpi e tante bocche preganti. Un’anima collettiva che però non era solo in orizzontale, formata dai presenti di quel momento alla messa, ma era anche in verticale, formata e comprensiva anche di tutti quelli che in passato, ora anche morti, da sempre avevano così lì pregato. Vi partecipavano, presenti in spirito, dalla loro dimensione attuale, celeste, di esistenza.

L’anima e la radice e tutto il passato di quella comunità, di quel villaggio erano anch’essi lì; gli antenati e le generazioni scomparsi da anni e da secoli che avevano a loro tempo partecipato a quella cerimonia, alla messa in quel luogo erano ancora tutti lì, erano presenti anch’essi e facevano parte in quel momento di quell’anima collettiva.
E allora, in questo modo, il tempo scompare; con la preghiera, con quello stato di coscienza che supera il tempo, si forma e c’è quest’anima collettiva, formata in orizzontale dai presenti lì riuniti e in verticale dalla radice profonda, il tronco dell'albero di coloro che furono lì e che lì così pregarono, una radice che sprofonda in un passato senza tempo e che in quei momenti e in quella cerimonia torna ad essere presente, torna a vivere.
Una radice viva, un’anima che prega in uno stato e in una dimensione senza tempo. Questo ho sentito in quella chiesa. Un’anima e un essere nuovo e antico, una collettività fuori del tempo, distinta dai presenti e da quelli del passato, viva e ogni volta rivivificata, immersa nel sacro, in preghiera e in adorazione e in contemplazione davanti al suo Dio che la anima e la vivifica. Pensiamo a un albero, con tutti i cerchi delle sue annate passate presenti nel tronco, le cui foglie, che rappresentano l’oggi, stormiscono al vento e cantano al sole. Pensiamo a un ramo di corallo, con tutti gli accrescimenti delle cellule degli anni passati, scheletri calcarei dei precedenti celenterati morti, dice la scienza, e che invece sono tutti li, presenti, rossi brillanti, vividi nel ramo che abbellisce il fondale azzurro del mare
 

 

 

Naturalmente, non tutta la popolazione del villaggio era in chiesa e alla messa. Quando siamo usciti per ripartire, tante altre persone, uomini e donne, erano intente al loro lavoro nei campi, ad accudire il bestiame, a camminare a gruppi lungo le strade – gli etiopi camminano sempre, i bordi delle strade sono sempre piene di questi gruppi che vanno al mercato a comprare, a vendere, che vanno al paese vicino per faccende da sbrigare, chilometri e chilometri fatti sempre a piedi. Ma, ho altresì capito, anche questo lavoro era qualcosa di sacro, qualcosa di santo. Il sacro e il profano, ma sempre sacro a Dio, un camminare nel modo da lui voluto.
Era una cosa diversa, non so spiegare come, dal lavoro che facciamo noi in città, negli uffici, nelle fabbriche, alienante, stressante, estraneo. Ho visto, ho sentito che lì anche il lavoro dell’uomo è un modo, un altro modo di vivere il sacro, di porsi davanti a Dio, di onorarlo, di esserne figli, di vivere la vita che ci ha dato. Il modo sacro e il modo profano. Ma tutti e due sacri
 

 

Il lavoro dell'uomo è anch'esso sacro

 

 

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