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L’ETIOPIA, LE
CHIESE RUPESTRI E LE ICONE COPTE : UN MONDO SACRO ANTICO E
AUTENTICO |
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Felice Masi |
Nuovo articolo
2009 |
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La leggenda della regina di
Saba La leggenda della regina di Saba che noi
conosciamo è contenuta nella Bibbia (1 Re 10, 1-13; 2 Cronache 9,
1-12) e narra della regina di un misterioso e favoloso paese,
conosciuto col nome di Saba, dal nome della popolazione i Sabei,
situato in un lontano sud rispetto al regno d’Israele dove allora
regnava il re Salomone – siamo dunque tra il 961 e il 922 a.C.).
Questa regina, colpita dalla grande fama che circondava quel re,
volle andare a fargli visita anche per mettere a prova la sua tanto
decantata sapienza. Si mosse dunque dal suo regno con un gran-de
carovana e un corteo di ministri, cortigiani e servi e con molti
donativi, oro, gemme, pietre preziose, spezie, incenso, di cui il
suo paese era ricco. Incontrò re Salomone, gli pose le sue domande e
rimase convinta della verità della sua fama per le risposte che ne
ebbe. Convisse anche con lui, benché la Bibbia di questo non parli,
ne parla invece l’analogo racconto etiope, e ne ebbe un
figlio, che chiamò Menelik; infine tornò al suo paese dopo essersi
anche convertita alla religione del Dio di Israele.
Questo
racconto è comune a tutte le tradizioni semitiche, infatti è
riportato sia nel Talmud ebraico che nel Corano (in questo il nome
della regina è Bilquis ed è re Salomone che la manda a chiamare) ma
è soprattutto importante nella tradizione dei popoli dell’Etiopia,
la cui cultura all’origine fu tanto legata agli influssi di quella
dei dirimpettai popoli semitici e soprattutto di quelli dell'attuale
Yemen. Il racconto poi in tutte queste tradizioni è sostanzialmente
uguale, talché più che di leggenda dobbiamo parlate di storia, sia
pure abbondantemente rielaborata e mitizzata dalla fantasia
popolare. Noi seguiremo la vicenda quale è stata tramandata nel
mondo etiope, il quale si rifà ad essa per legittimare le proprie
dinastie reali, che, appunto, si fanno chiamare “salomonidi” per il
fatto di discendere, tramite Menelik, dal re
Salomone. |
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La regina di Saba
Probabile raffigurazione della regina di Saba con il suo
corteo che pone domande a re Salomone (dipinto parietale in un
monastero del lago di Tana) (1
fine) |
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Anche se gli studiosi storici pongono più
propriamente il regno di Saba nelle terre dell’attuale Yemen e la
sua capitale nella città di Marib (vicina all’attuale San’a), il
racconto che se ne narra in Etiopia, riportato nel “Kebra Nagast”
(“La Gloria dei Re”), ci dice invece che il regno di Saba si trovava
in questo paese e che, all’epoca in cui su Israele regnava il re
Salomone, vi era una regina di nome Makeda, la quale appunto volle
andare a trovarlo per conoscere di persona questo grande re di cui
in tutto l’oriente si era sparsa la nomea di uomo di grandissima
saggezza, giustizia e capacità di governo. La regina Makeda si
partì, dunque, con quel ricco corteo e quei donativi di cui si è
detto e fu accolta con grandi onori da re Salomone, il quale, preso
dalla sua grande ed esotica bellezza, convisse con lei dandole anche
un figlio che fu chiamato Menelik. All’epoca, la religione nel
regno di Makeda era quella pagana del culto della Luna e del Sole.
In effetti questo era a quel tempo il culto nel paese dei sabei
(Yemen e Arabia meridionale attuale) e oggi ne rimane il tempio di
Mahran dedicato al dio della Luna. Ma lo era anche in Etiopia, paese
culturalmente dipendente da quelle vicine regioni, ed ancora oggi,
viaggiando da Adigrat verso Axum, si possono vedere nel villaggio di
Yeha le rovine di un tempio della Luna. Dopo quel viaggio e
l’incontro e la relazione con re Salomone, la regina Makeda, sempre
secondo la leggenda, riconobbe la superiorità del Dio d’Israele e si
convertì ad essa; poi se ne tornò poi nel suo paese, portando con sé
sia la nuova religione, che fece adottare ai suoi sudditi, sia il
figlio Menelik (avuto da re Salomone), che regnò in Etiopia dopo di
lei e ne fu il primo imperatore, con il nome di Menelik I, il primo
della dinastia salomonide.
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Resti dell'antico tempio della Luna a Yeha
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Secondo la leggenda, la nuova religione ebraica
avrebbe così soppiantato quella precedente paga-na ma storicamente è
da ritenere piuttosto che l’antico culto della Luna (e del Sole) - a
sua volta di probabile derivazione caldea – restò ancora per molto
tempo il culto di quel paese, e infatti il tempio di Yeha risale al
V secolo a.C., ben più tardi della presunta vicenda di Makeda e
Salomone. La religione ebraica probabilmente fu piuttosto il frutto
di una qualche lontana emigrazione semitica da Israele, che rimase a
convivere - come isola religioso-culturale circoscritta a tale
migrazione iniziale e al meticciato semitico-africano derivatone, i
falasha: e questo in piena conformità al carattere chiuso della
cultura e della religione d’Israele - accanto all’originaria
religione pagana predominante fino all’avvento del cristianesimo
dall’Egitto e dell’islamismo dall’Arabia. |
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In realtà, il racconto
dell’incontro di Makeda con Salomone e la nascita del loro figlio
Menelik, primo imperatore di un nuovo regno, non fa altro che
rappresentare, in forma drammatica e simbolica, la nascita di un
popolo e di una cultura del tutto nuovi, l’Etiopia, frutto
dell’incontro e dell’incrocio fra due popolazioni, quella semitica
arabo-yemenita, con venature ebraiche, e quella africana. È da
questo crogiuolo che sorge l’Etiopia, venendosi a costituire come
una “unità politica e culturale” originale e con caratteristiche
tutte sue, ben distinta dalla restante Africa multirazziale.
L’Etiopia è conosciuta anche con il nome di “Abissinia”; e questo
termine deriva dalle parole arabe “habasciat”, meticciato, ovvero
“habesc”, misti, con riferimento, appunto, a quell’incrocio dei due
popoli e delle due culture di cui si è detto. Una mescolanza che non
resta tale ma sostanzia la nascita di un qualcosa di tutto nuovo,
originale e autentico. Tutto questo però sposta in avanti la vicenda
(simboleggiata nella nascita di Menelik I, primo imperatore
d’Etiopia, la nuova unità politico-culturale) di quasi mille anni
rispetto alla leggenda simbolo; lo vedremo nella successiva storia a
proposito della nascita del regno di Axum.
In seguito, prosegue il racconto etiopico, Menelik
tornò a far vista a suo padre, Salomone, il quale, quando dopo un
anno Menelik ripartì, gli affidò l’Arca Santa dell’Alleanza, fino
allora conservata nel tempio di Gerusalemme, con dentro le Tavole
della Legge (quelle che erano state date da Dio a Mosè sul monte
Sinai). E così l’Arca, portata in Etiopia, vi si troverebbe
tuttora, secondo la tradizione e la comune credenza locale,
conservata ad Axum, nella chiesa di Maryam Sion, racchiusa in una
cappella, interdetta a tutti salvo che all’abba Mekonen, il monaco
suo custode. |
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La
storia. Il Regno di Axum Fin qui il mito. La storia
ci dice che l’Etiopia assurge a entità statuale unitaria originale –
unità geografica, etnica e politica – con il regno di Axum, il cui
splendore ha il suo apice tra il 100 e l’800 d.C. Nell’antichità, le
terre d’Etiopia, al pari delle altre africane, non avevano una sua
struttura unitaria ma erano genericamente conosciute nel mondo
civilizzato – egizio, mediorientale, greco, romano – solo per i
commerci intrattenuti con esse e le merci, avorio, legno, pelli,
incenso, spezie, aromi, che ne provenivano.
Le cose cambiano
all’inizio della nostra era, o poco prima, quando avviene una
migrazione di stirpe semita proveniente dall’Arabia e dallo Yemen,
forse anche con qualche venatura ebrea al suo interno, di civiltà
maggiore. I nuovi arrivati si insediano sull’altopiano abissino –
corrispondente all’attuale Etiopia centrale e settentrionale,
regioni del Tigrè, dell’Amhara, dello Scioa, del Goggiam, di Gondar
– e vi fondano quel regno, la cui unitarietà era favorita
geograficamente dall’isolamento dato dal fatto di essere appunto un
altopiano – tra i 1800 i 2300 metri di altezza, con punte di oltre i
3000 mt. – isolato a nord e a nordovest dai deserti del Sudan, della
Nubia e dell’Egitto, ad est dal Mar Rosso, a sud dalle terre ancora
tribali multietniche africane; ed era favorita etnicamente da
quell’incrocio semitico-africano così unificato e a sé stante; e
politicamente dalle strutture che su queste basi e sulla base della
civiltà yemenita di provenienza si dà.
Questa nuova e forte entità
politica, il regno di Axum così sorto, prospera e si estende fino a
inglobare le regioni vicine e, dal Nilo Bianco, raggiunge a nord est
anche le terre fertili del Nilo Azzurro del regno di Meroe, situato
nell’attuale Sudan. |
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La religione, forte fattore unificante, all’inizio
era ancora quella pagana del culto della Luna e del Sole di
derivazione yemenita, di cui si è sopra detto, venuta al seguito
della migrazione yemenita. Era la stessa religione pagana
dell’Arabia prima di Maometto e contro cui combatté il Profeta; ne
restano e lo attestano, sia al di là che al di qua del Mar Rosso,
nella terra di origine e in quella proselita acquisita, le rovine di
templi che ancora oggi si trovano sia nello Yemen che in
Etiopia. Di questo culto quello più potente, contrariamente a
quello che si potrebbe credere, non era quello del Sole ma quello
della Luna. I templi di cui si è detto sono dedicati alla Luna. È
questo il segno di una religiosità di fondo matriarcale e questa
radice la troviamo viva, fossile vivente, ancora oggi nell’inconscio
della religione attuale cristiana copta. Ne parleremo più
avanti. Ma le nuove religioni monoteistiche - più evolute e
quindi destinate a prevalere nel pensiero dell’uomo sul culto della
Luna e sull’animismo – il cristianesimo e l’Islam incombono.
L’ebraismo – che è un caso parte a sé, autoreferente, non cerca
proselitismo né diffusione esterna – vi era invece già presente; era
venuto al seguito di migrazioni semitiche avvenute in secoli
precedenti, dando origine a una fascia di popolazione mista
africana, i falasha, ancor oggi presente (e in parte trasferita in
questi anni in Israele).
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Il cristianesimo raggiunge l’Etiopia nel IV secolo
d.C., quando vi furono condotti prigionieri due giovani siriani di
fede cristiana, Edesio e Frumenzio. Presi in servizio presso il re
axumita Ezana, assunsero presto funzioni importanti, certamente per
le loro capacità intellettuali, maggiori di quelle locali, vista la
cultura ellenistico-romana di provenienza. Il caso che ci ricorda
quello, narrato nella Bibbia,di Giuseppe Ebreo alla corte del
Faraone in Egitto, che, venduto dai fratelli al Faraone stesso, ne
divenne poi, per le sue riconosciute capacità, il principale
ministro. Frumenzio divenne anche segretario e tesoriere del re e i
due monaci cristiani poterono così diffondere la loro religione,
facendo anche venire dal vicino Egitto altri predicatori cristiani.
Ricordiamo che a quell’epoca l’islamismo non esi-steva ancora e così
la religione cristiana poté ampiamente diffondersi, sia pure nella
variante della dottrina monofisita, che riconosce a Cristo la sola
natura divina e non quella umana (dottrina condannata come eretica
dal concilio di Calcedonia del 451). Questa dottrina è ancora oggi
quella della chiesa etiopica, che si considera e si fa chiamare
“ortodossa” (la retta dottrina); mentre il termine “copto”
(cristiani copti e religione copta, come noi li chiamiamo), è una
storpiatura della parola “egipticus”, egiziano. Infatti, Edesio e
Frumenzio, benché di nazione siriana, e gli altri predicatori e
preti da loro chiamati, facevano parte della principale chiesa
(ortodossa) di Alessandria d’Egitto e a questa fece, dunque, pure
capo la chiesa d’Etiopia. Frumenzio fu anche nominato vescovo
d’Etiopia ma sempre dall’abuna (patriarca) di Alessandria. E sempre
e solo da questo sono stati nominati e avevano le-gittimazione i
vescovi etiopi, fino ai giorni nostri; solo con l’ultimo imperatore
Hailé Selassiè nel 1959 è stato stabilito che l’abuna d’Etiopia
doveva essere di nazionalità etiopica. |
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Eremita cavalca un leone ammansito

Pittura parietale raffigurante eremiti e Santi del primo
periodo del cristianesimo
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ETIOPIA. Le regioni cristiane corrispondono
alla parte centrale e settentrionale della nazione, da Addis
Ababa al nord (acrocoro abissino; Amara, Goggiam, Tigré). Sono
mussulmane le regioni orientale e meridionale (Dancalia e
Afar,Ogaden, Haud, zone di Dessié e Harar). Le regioni
occidentali-meridionali (Galla, Sidamo,Caffa, Borana, valle
dell'Omo) sono a credenze animiste |
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Maometto riceve dall'arcangelo Gabriele la rivelazione che
poi sarà trasfusa nel Corano
Maometto
viene fatto ascendere al cielo e lì, tra gli angeli, incontra i
grandi Profeti |
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L’islamismo nasce
ancora più tardi, con l’Egira, partenza di Maometto dalla Mecca per
Medina (622 d.C, 1 dell’egira). Si estende in tutta l’Arabia e di
qui si espande (oltre che a occidente, nell’Africa settentrionale,
nel Maghreb e nella Spagna e a nord nell’Asia Minore e nella regione
balcanica) per quanto ci riguarda e cioè al di là del Mar Rosso,
nelle regioni orientali e meridionali dell’attuale Etiopia – Harar,
Dessiè, Dire Daua – e in Somalia; ma non intacca il nucleo centrale
di questo paese, l'altipiano,corrispondente all’antico regno di
Axum, che rimane saldamente ed è ancor oggi di profonda fede
cristiana. Per completare il quadro religioso dell’Etiopia,
diremo che nel sud, regione dell’Omo, Galla e Sidamo, Gimma, le
popolazioni sono tuttora animiste, come è per la restante prevalenza
dei popoli dell’Africa occidentale, centrale e meridionale
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Il regno axumita, divenuto cristiano, aumenta
sempre più di importanza, potenza e supremazia locale e, nel VI
secolo d.C. conquista anche – boomerang di ritorno – le terre dello
Yemen e dell’Arabia meridionale; per poco, però, perché la nuova
fede (nel senso di comunità organizzata e strutturata di fedeli)
musulmana sopravvenuta in quella regione ricaccia indietro la
conquista etiope. Dall’Arabia originaria, l’islamismo religione
organizzata sbarca di nuovo sull’altra sponda del Mar Rosso, si
impianta nella terra degli Afar (Dancalia) e in quelle dell’attuale
Etiopia orientale e meridionale; ma non penetra nel nucleo centrale
costituito dall’altopiano abissino, che resta assolutamente
impermeabile nella sua religione cristiana copta, divenuta simbolo
di nazionalità e indipendenza. Concludendo, oggi in Etiopia
abbiamo tre tipi di religiosità, tre realtà antropo-culturali
saldamente impiantate, ciascuna nella sua zona: quella cristiana al
centro e a nord, quella musulmana a oriente e nel sudest, quella
animista a sud e nel a sudovest. Per quanto riguarda la “nazione
cristiana”, di cui ci stiamo specificamente occupando, proprio
questa sua stretta clausura e impermeabilità racchiusa e conchiusa
nell’altopiano etiopico e la specificità delle condizioni
morfologiche del suo terreno e antropiche della popolazione, sono
quelle che hanno, sì, isolato il paese dai movimenti culturali del
resto del mondo ma sono anche quelle che ne hanno favorito e
sviluppato al massimo le sue caratteristiche di entità politica e
statuale autoctona, dotata di una autenticità e o-riginalità
culturale sia pure rimasta arretrata come in un
medioevo. |
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Ancora
la storia
Riprendendo la storia, nei
secoli X e XI iniziò la decadenza del regno axumita. Nel 980 una
regina ebrea, Gudit (Giuditta), peraltro di origine camitica, cercò
di portare il popolo della sua etnia – i falasha - e la religione
giudaica alla guida del paese, causando di guerre e devastazioni.
Crebbero le lotte tra cristiani ed ebrei e le persecuzioni contro
questi ultimi. Vennero meno la potenza e la forza unificatrice della
dinastia salomonide e seguì un periodo di regime feudale, con
predominio di famiglie di grandi signorotti locali. Il potere
imperiale e centrale venne restaurato alla metà del XII secolo con
una nuova famiglia, quella dei Zagwe, che per darsi una
legittimazione, si rifaceva anch’essa alla dinastia salomonide. La
capitale fu trasferita da Axum alla città di Roha, che più tardi
prese anche il nome di Lalibela, dal nome che portava questo suo re.
Fu un periodo di grande importanza culturale e vennero costruite le
splendide dodici chiese nella roccia delle quali parleremo e che
ancora oggi si possono ammirare. |
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Le tombe
ipogee di Axum, sopra di esse si ergono le steli
Resti del palazzo reale a
Axum |
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Adua, il monumento ai caduti italiani nella battaglia del
1895
Cimitero di guerra italiano ad Adigrat
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C |
Il regno degli Zagwe durò poco più di un secolo,
seguirono altre vicende, l’arrivo dei portoghesi con i loro
commerci, l’arrivo dei gesuiti e la loro influenza, altri grandi
imperatori, un Settecento di grande ripresa culturale e imperiale; e
così, pian piano, arriviamo ai giorni nostri, quando anche l'Etiopia
rimase invischiata nella politica coloniale europea di fine
Ottocento anche dell’Etiopia. Fino allora ne era rimasta fuori
proprio per il suo status di nazione avente una organizzazione
statuale e non tribale, come era per il resto dell’Africa. Sorge
così il suo incontro-scontro proprio con l’Italia, l’unico Stato
europeo che, nell’ambito di un pensiero politico di potenza
coloniale allora predominante in Europa (chi è senza peccato, amici
inglesi e francesi, scagli la prima pietra!), era rimasto senza
colonie. Vi furono due tristi periodi di guerra, il primo a fine
Ottocento, con la fallimentare politica espansionista d Francesco
Crispi e il secondo, nel 1936, con il sogno imperiale e di "un posto
al sole"quella di Mussolini. Ma tutto questo lo tralasciamo perché
quello di cui qui vogliamo parlare è il “Sacro” dell’Etiopia e
l’autenticità e originalità delle sue chiese nella roccia e delle
sue icone. Al qual riguardo, sotto l’aspetto della storia, tutto
quello che c’era da dire l’abbiamo detto
Amba Alagi, luogo di
ricordi |
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Le steli di Axum Axum
fu la capitale dell’antico regno di Etiopia e la culla di una
civiltà che durò per diversi secoli, raggiungendo il suo massimo
splendore nel III e IV secolo d.C. e con il re Ezana. Come è per
tutti i popoli e le dinastie reali dell’antichità, massima
importanza e massima cura vennero dedicate alla costruzione oltre
che dei palazzi reali, ove dimoravano i re e i potenti durante la
loro vita, anche e soprattutto alle tombe, ove dovevano andare ed
essere sepolti dopo la morte, conservando tutta la loro potenza,
come simboleggiato in questi monumenti funebri. Le tombe di Axum
sono ipogee, con corridoi, camere tombali e loculi; ma sopra di essi
svettano mirabili le steli, segnale appunto del luogo funerario e
dell’importanza delle persone sepolte. Le steli sono obelischi,
fatti di una roccia di colore scuro simile al granito. Alcune,
destinate a ricordo dei re e della famiglia reale e poste
(all’aperto) sopra le loro tombe sono molto alte, fino a 23 mt.
quella di Ezana, e scolpite con incisioni che le vogliono far
assomigliare a un palazzo, con finestre porte e marcapiani incise
sopra. Altre steli, invece, sono più basse e senza incisioni
destinate a personaggi importanti ma minori. A terra ce n’è una a
pezzi, grandissima, la leggenda vuole che sia stata distrutta dalla
regina Gudit ma, in verità, cadde a terra e andò in pezzi appena
messa in piedi, perché era troppo pesante e alta rispetto alla base
predisposta. Noi conosciamo bene tali steli perché una di esse,
la più bella, fu portata in Italia dopo la guerra italo-etiopica e
innalzata a Roma al Circo Massimo (di fronte a quello che era il
Ministero per l’Africa italiana e che ora è la sede della F.A.O.).
Era nota col nome di “obelisco di Axum” e vi è restata fino al 2005,
quando è stata restituita all’Etiopia e riportata e rimessa in piedi
nel luogo dove era e dove ora si trova di nuovo. |
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Axum il parco con le steli; queste sorgono sopra le tombe
ipogee e come loro monumento
La stele "obelisco di Axum", che fu già portata a Roma
ricollocata al suo posto ad Axum |
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Ad Axum, oltre al parco delle steli e alle
sottostanti tombe ipogee, sono notevoli anche le rovine del palazzo
reale di Dongour, edificato nel VII sec. d.C., con le possenti mura,
che racchiudono un complesso abitativo con oltre una cinquantina di
stanze, tra cui la sala reale. La dimora dei vivi non poteva essere
di minor importanza di quella dei morti.
Ma l’altro monumento
più bello di Axum, dopo le steli, è l’antica chiesa di Maryam Sion;
si trova proprio di fronte al parco delle steli ed è a pianta
rettangolare con disegni bellissimi, sono delle vere e proprie
“icone murali”, come è in tutte le chiese e i monasteri copti
dell’Etiopia. Fu costruita nel XVII secolo d.C. dal re Fasilidas,
sulle rovine di un precedente tempio eretto da re Ezana e, secondo
la leggenda, è conservata qui, in una cappella, sia l’Arca
dell’Alleanza sia, dentro di essa, la Dodici Tavole della legge,
date da Dio a Mosé sul monte Sinai, l’una e le altre donate, sempre
secondo la leggenda, da re Salomone a suo figlio Menelik venuto a
fargli visita e da lui portate in nella sua patria. La leggenda
dice anche che l’Arca e le Tavole della legge sarebbero state
portate e conservate inizialmente in un monastero, quello di Kirkos,
sul lago di Tana – parleremo appresso di questi monasteri – e solo
successivamente sarebbero state trasferite ad Axum dal re
Ezana. |
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Axum interno dell'antica chiesa di Maryam Sion
Axum la chiesa nuova |
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DIPINTI NELL'ANTICA CHIESA DI
MARIAM SION AD AXUM |
Lalibela e le chiese nella
roccia La città di Roha, capitale della dinastia Zagwe
e che poi prese anche la denominazione di Lalibela, dal nome del re
che fece costruire le 12 chiese, sorge a 2600 metri di altezza sul
fianco dell’Abuna Josef, un’amba – montagne caratteristiche
dell’Etiopia aventi la cima piatta - che raggiunge i 4000 metri.
Lalibela era non il primogenito ma l’ultimogenito della
dinastia; non era quindi destinato al trono. Ma alla sua nascita la
culla fu ricoperta da uno sciame d’api, che non fecero alcun male al
neonato. La regina allora ne trasse l’auspicio che lui doveva essere
l’erede al trono e gridò “Lalibela”, che significa “le api
riconoscono la sovranità”. In seguito il fratello, geloso di quella
preferenza che riteneva ingiusta, cerco di avvelenarlo ma il bambino
non morì , dormì invece per tre giorni. In quel periodo gli angeli
lo portarono in paradiso, dove gli mostrarono un bellissima città
con meravigliose chiese scavate nella roccia. Il re se ne ricordò e
quando salì al trono fece costruire, sul loro ricordo - in un solo
giorno e con l’aiuto degli angeli, dice la leggenda - le magnifiche
dodici chiese.
Le chiese nella roccia di Lalibela sono divise
in due gruppi di sei chiese ciascuno dal fiume Giordano che scorre
nella città. Non ci stupisca questo nome del fiume. In tante
denominazioni di luoghi o cose o eventi, la religiosità etiope
ripete e dà ad essi i nomi biblici, quale pretesa di riconoscimento
di una fedeltà e, ancor più, di una autenticità della loro fede.
Queste chiese, in effetti, non furono costruite nel senso di
“erette” ma furono scolpite nella tenera massa del tufo, di color
rosso scuro. I modelli architettonici sono due: la chiesa ipogea
e quella monolitica. Le chiese del primo tipo hanno la facciata
scolpita sul fianco di una parete di roccia verticale e poi lo scavo
prosegue all’interno in colonne, navate, cappelle. Le chiese
monolitiche sono ricavate da un unico grandissimo blocco di pietra,
isolato dal restante terreno roccioso, che è stato scavato nel suo
interno come chiesa e con i suoi vari elementi architettonici,
colonne, navate, ambienti successivi fino alla stanza finale che è
il Sancta Sanctorum. |
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Le chiese (“Bet”)
ipogee Bet Mediane Alem, la chiesa del Salvatore del
mondo, è la più imponente. Ha la facciata di tufo rosso con 34
pilastri quadrangolari, nell’interno 28 colonne la dividono in
cinque navate; si entra in un ambiente in penombra, altamente
suggestivo, perché appena un po’ illuminato da piccole finestrelle,
alcune a forma di svastica (però sinistroflessa, al contrario di
quella nazista che era destroflessa), simbolo del sole altre a forma
di croce greca. All’interno la chiesa, al pari di tutte le altre, è
piena di bellissimi vi sono dipinti e decorazioni sulle
pareti.
Attraverso un tunnel si raggiunge la Bet Maryam, la
Chiesa della Vergine Maria, la più ricca di dipinti, anche i
soffitti in gran parte ne sono ricoperti. È abbastanza piccola,
soprattutto in confronto a quella precedente, ed è la prima che
sarebbe stata costruita. In questa chiesa vi è una cisterna con
l’acqua misteriosamente sempre allo stesso livello, nella quale
durante il “Genna”, la festa di Natale, vengono immerse le donne
sterili per guarirle da questa loro incapacità. La Bet Meskal,
chiesa della Croce, ha decorazioni e incisioni a forma di croce sui
pilastri e sul pavimento. La Bet Dangal, chiesa dei Martiri, è
dedicata alle cinquanta suore fatte uccidere nel IV secolo
dall’imperatore romano Giuliano l’apostata, che voleva riportare
nell’impero romano la vecchia religione pagana degli dei. Dal tetto
di questa chiesa si può vedere una panoramica dell’intero
complesso. Da Bet Dankal, parte un intricato, suggestivo un
labirinto di cunicoli, corridoi e ripide e sconnesse scalinate,
sempre ripieno di pellegrini, attraverso il quale si arriva alle due
ultime chiese di questo primo gruppo, che sono affiancate tra di
loro: Bet Mikael, chiesa dell’arcangelo Michele, e Bet Golgota,
chiesa del Monte della Crocifissione. Bet Mikael è divisa da due
fila di colonne in tre navate, quella centrale e le due laterali; la
illuminano delle finetrelle a forma ogivale con mensole e una porta
sulla sua parete di sinistra permette l’accesso alla Bet Golgota,
vietata alle donne e dove si trovano una tomba simbolica di Cristo e
la tomba di re Lalibela. È divisa in due navate da pilastri
cruciformi e vi sono altorilievi e bassorilievi con figure di angeli
e di santi. Uscendo dalla Bet Mikael si giunge alla Tomba di
Adamo – un blocco quadrato di pietra a due piani, il primo, quello
inferiore, serve da ingresso al complesso, il secondo, quello
superiore, serve da cella per gli eremiti. |
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La chiesa del Salvatore a Lalibela

Il soffitto dipinto della Chiesa della Vergine
Maria

Dipinti all'interno della chiesa della Vergine Maria
(l'incoronazione di Maria e la SS. Trinità)

Preti musicanti nei cortili tra le chiese di
Lalibela |
La chiesa di S. Giorgio a Lalibela

Ancora la Chiesa di S. Giorgio

Passaggio tra cunicoli impervi per scendere nella chiesa
di S.Giorgio

Chiesa di S. Raffaele e S. Gabriele

L'interno di una chiesa nella roccia a
Lalibela |
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Le chiese
monolitiche Bet Georgis, chiesa di San Giorgio, è la
più stupenda, è dedicata al patrono dell’Etiopia. È unica e
straordinaria per la sua caratteristica di essere ricavata da un
enorme monolito rettangolare, che scende per 13 metri di altezza al
centro di una stretta conca verticale, i cui lati, che circondano la
chiesa, sono di poco più alti della chiesa stessa; la quale perciò
ne è circondata con uno stretto e profondo cunicolo a trincea, dove
si accede attraverso una ripidissima e lunga scalinata, per arrivare
così, in basso, alla porta di accesso alla chiesa. Lo spettacolo
bellissimo è che la chiesa si vede così, dall’alto, tutta insieme,
con l’altorilievo di una croce greca che ne ricopre tutta la
sommità. Ricchi fregi sempre a altorilievo ne abbelliscono sia le
facciate che l’interno. Bet Gabriel e Raphael, chiamata anche “la
casa degli arcangeli”, sono due chiese appaiate. Attra-versato un
ponte sul fiume Giordano, si arriva a una grotta con due porte di
uscita; la prima conduce alla chiesa, anche questa con grandi e
bellissimi dipinti coperti dai soliti tendaggi, che i diaconi
sollevano per farli ammirare ai visitatori. Due file di pilastri
quadrati la dividono la chiesa in tre navate. La seconda porta
della grotta conduce a un camminamento col quale si arriva alle
altre chiese. Sono Bet Lehem, la casa di Betlemme e poi Bet Emanuel
– continuano i nomi che si rifanno al sacro ebraico – quest’ultima
una delle più belle tra tutte le chiese di Lalibela, con la
decorazione a fasce alternate, una rientrante e l’altre
sporgente. Uscendo, si arriva, attraverso un altro cunicolo, alla
Bet Abba Libanos, dedicata a questo monaco (abba) di nome Libanos,
che è uno dei santi più venerati d’Etiopia. La facciata della chiesa
è intagliata sul fianco della montagna rocciosa mentre il suo
interno è scavato dentro la roccia della
montagna. |
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I monasteri Abbiamo
detto della grande religiosità degli etiopi. Oltre alle chiese nel
paese, e soprattutto le sue zone più impervie, sono disseminati
tanti monasteri. Debre è il termine che indica questi edifici e
ricoveri di monaci ed essi sono sorti sopra o accanto a quelli che
erano le grotte, i romitaggi e i luoghi impervi, isolati e selvaggi
dove andavano a vivere i santi eremiti e che ancora oggi sono meta
di devoti pellegrinaggi. Un bellissimo e tipico esempio di questi
monasteri e del loro isolamento nella natura aspra è rappresentato
da quelli che sorgono nelle coste impervie del lago di Tana, alcuni
visitabili, altri inaccessibili al turista o perché è troppo
difficile arrivarvi o perché vietati, altri ancora sono chiusi alle
donne. Il nucleo centrale del territorio etiope cristiano sotto
l’impero della dinastia salomonide degli Zagwe era costituito
proprio da queste regioni attorno al lago di Tana e qui, nelle zone
più inaccessibili e per difendersi dall’invadente cultura e
religione islamica, organizzata in sultanati e che prorompeva dal
nord e da est (Eritrea e regione dancala degli Afar) e anche dal sud
(Harar), vennero edificati questi monasteri per preservare la fede
originaria e l’identità del popolo etiope e per conservarne la
tradizione e i tesori dell’arte e delle reliquie.
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Il tipico monastero,
e anche le chiese che oggi hanno preso il posto di taluni di essi, è
a pianta ottagonale o circolare, con il tetto di paglia ed è diviso
in tre zone concentriche, ciascuna con la sua funzione. La prima, è
un porticato, Qene Mahlet, le cui mura esterne sono in genere in
legno; in questo spazio sono tra l’altro conservati deposti a terra
gli strumenti musicali, il sistro e i tamburi, usati durante la
celebrazione della messa e delle altre funzioni sacre. Qui accede il
popolo dei fedeli, ma solo i “puri”, cioè le persone ammesse alla
comunione (perché in quel giorno non hanno mangiato carne, non hanno
bevuto alcolici e non hanno avuto rapporti sessuali), i bambini e
gli anziani. Gli “impuri” partecipano alle funzioni ma stando fuori,
nello spazio immediatamente sterno alla chiesa.
La seconda zona è
l'aula vera e propria per le celebrazioni liturgiche (il Qeddest);
vi accedono gli uomini che hanno studiato le Sacre Scritture.
Partecipano ai canti e distribuiscono la comunione. La parte più
interna è il Maqdas, il Sancta Sanctorum, dove sono conservate le
Tabot, le Tavole della legge, e ad essa sono ammessi solo i preti
officianti o addirittura solo l’abba, il capo di essi, titolare
della chiesa. Le pareti esterne e interne del Qeddest e del Maqdas
sono decorate con bellissimi disegni, divisi in riquadri, che
formano la stupenda arte iconica parietale (delle chiese) copta, con
scene della vita di Maria, di Gesù e storie della vita dei Santi,
primo tra tutti fra essi S. Giorgio, a cavallo che uccide il drago,
che è il protettore e santo patrono dell’Etiopia. Accanto alle
porte di ingresso sono raffigurati gli arcangeli, custodi
delle porte; sui soffitti, simbolo della volta celeste, sono dipinti
volti di angeli.
Chiesa rurale
Antico cimitero
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Chiesa rurale

Chiesa rurale e cimitero (piccole steli, più arcaicamente
erano pietre o cumuli di sassi)

Il monastero di Debra Libanos

Chiesa di campagna ad Adigrat

Chiesa di Kuskuam, sorta sul luogo ove era il tempio della
Luna |
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Parlavamo del lego di Tana. Sulle sue coste e
nell’interno di queste si possono visitare, facendo dei cammini
brevi ma impervi, alcune bellissime chiese, come Una Kidana Merhat,
piena di splendide tele dipinte che coprono completamente le pareti
esterne della Maqdas. Vi è poi la Bet Maryam, anch’essa decorata da
bellissime pitture. Ancora, nell’isola di Kebran Gabriel, vi è
l’omonima chiesa, interdetta alle donne, molto grande e coperta come
sempre di pitture. Ma molti altri Debre si incontrano in Etiopia,
il paese ne è disseminato, e molte volte essi danno il nome alla
cittadina o al paese che è sorto attorno a loro. Debre Libanos, poco
a nord di Addis Ababa, sorto dove inizialmente erano una fonte e una
grotta sacra, luogo di pellegrinaggi di cura al tempo della
religiosità animista precristiana. È questo il segno della
stratificazione del sacro – anche da noi le chiese sono costruite
sulle rovine del tempio pagano; e questo era sorto dove prima era un
grotta o un luogo sacro a qualche ninfa – come pure l’acqua è un
segno della forza vitale e curativa, della potenza magica di questo
elemento. Debre Sion sorge su un’isola del lago di Ziway e
conserva una pregevole raccolta di antichi manoscritti (su pelle
conciata di capra), qui salvati da alcuni monaci sfuggiti alla
persecuzione della regina Gudit. |
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Il lago di Tana, a nord di Addis Ababa

La via impervia per arrivare ai monasteri
del lago di Tana
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I MONASTERI
DEL LAGO DI
TANA |
Il monastero Una Kidana Merhat lago Tana (sulla soglia c'è
un prete con la tunica gialla) |
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Il
monastero di Maria (Bet Maryam) lago Tana |
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L'interno e i dipinti murali in un monastero del lago
Tana |
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S.Pietro riceve l chiavi, dipinto murale nel monastero Una
K idana Merhat |
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Pitture murali nel monastero di Bet Maryam sul lago
Tana
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L'Annunciazione, dipinto murale nel monastero Bet Maryam
sul lago Tana |
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DIPINTI MURALI NEI MONASTERI
ETIOPICI |
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Dipinti e
vetrate dipinte nel monastero di Debra Libanos |
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Arazzo parietale raffigurante S. Giorgio |
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Soffitto del monastero di Debre Birhan Selassié (zona di
Gondar) tutto dipinto con teste di angeli, ognuno con una
espressione diversa |
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PRETI E RITI ORTODOSSI (COPTI)
IN ETIOPIA |
Preti in preghiera nel porticato antistante (Kene
Mahlet) durante la Messa |
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Percussione
di tamburi da parte di diaconi di accompagnamento durante la
messa |
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Un prete in preghiera all'interno dElla
chiesa
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Madre di Dio tra gli angeli
(dipinto murale in un monastero del lago di Tana)

La dormizione della
Madonna

La Madre di Dio,
S.Giovanni Battista e un eremita |
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La figura di Maria e il “Libro dei
Miracoli” La figura di Maria, la madre di Gesù alla
quale l’Angelo di Dio diede l’annuncio di questa sua chiamata, e il
suo culto sono molto importanti, anzi fondamentali nella religione
ortodossa in genere e così anche in quella copta etiope ed egiziana.
In questa concezione Maria è considerata Theotòkos, la Madre di Dio
e così viene chiamata; in tale suo destino e funzione, ella è la
prediletta – nel senso etimologico della parola: “la prescelta” – di
Dio ed è al di sopra di tutti i santi. Questa sua valenza sacra
trova dunque tradizionalmente motivo, nel mondo religioso etiope (ma
anche in quello dell’Europa orientale), in questa sua posizione di
Theotòkos ; ma, a nostro avviso, ve ne sono anche altre più lontane
radici e spiegazioni. Nel nome di Maria in Etiopia cristiana
vengono celebrate molte festività; il loro numero è alquanto
elastico, si dice fino a trentadue e tra di esse la sua Concezione,
la sua Nascita, la sua Presentazione al tempio, l’Annunciazione, il
Natale, la Presentazione di Gesù al tempio, la Fuga in Egitto, la
sua Dormizione (morte) e l’Assunzione. Moltissime sono le preghiere,
le omelie e gli inni (theotokie) rivolti a lei, i libri liturgici e
gli apocrifi che parlano della sua vita e dei suoi miracoli, le
chiese e i monasteri intitolati al suo nome. Discende da questa
particolarissima posizione e importanza di Maria Madre di Dio nella
religiosità etiope il fatto liturgico che la celebrazione della
messa si inizia con la lettura di uno dei libri su Maria, molto
spesso è il libro dei miracoli di Maria; questa lettura liturgica
ufficiale precede nella messa ogni altro rito e ogni altra lettura,
anche quella del Vangelo.

Madonna col S.Bambino
dipinto egiziano
cristiano-copto
su papiro |
L'Annunciazione, dipinto murale in
un monastero del lago di Tana

La fuga in Egitto dipinto murale

Miracoli di Maria durante la sua permanenza in
Egitto |
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La tradizione fa risalire questa devozione e
l’importanza fondamentale che la figura di Maria assume nel mondo
religioso egiziano e, di riflesso, in quello etiope all’episodio
della fuga in Egitto, dove la Sacra Famiglia si rifugiò per sfuggire
alle persecuzioni di Erode re di Israele. Anche in questo evento
quella che risalta è che la figura intesa a proteggere il figlio
Gesù, che Erode voleva uccidere, ancora una volta è quella di Maria
Theotokos piuttosto che quella maschile e del capofamiglia (di
regola così importante nel mondo semitico), cioè di Giuseppe. Dopo
questa fuga, dicono i racconti apocrifi mariani, Maria e il figlio
rimasero per molti anni in Egitto dove, durante questo lungo
soggiorno e i viaggi e gli spostamenti che vi avrebbero fatto,
furono posti in questo modo i primi semi del nuovo insegnamento
cristiano. Già sappiamo dalla storia riportata all’inizio che
l’Egitto è considerato in Etiopia la patria originaria del loro
cristianesimo e che ve ne è stata la dipendenza gerarchica
ecclesiale fino alla metà del secolo scorso.

La Madre di Dio con gli angeli

L'Annunciazione |
Cibele in trono, statua romana

Ishtar, la massima divinità del patheon della
Mesopotamia (Assiri, Babilinesi), con il suo simbolo, la
leonessa |
|
Noi peraltro riteniamo che questo carattere fondante della figura
femminile della Madre abbia radici ben più profonde e che la
tradizione cristiana e il racconto evangelico della fuga in Egitto e
così pure la personificazione in Maria della figura oggetto del
culto siano una reinterpretazione sincretistica fatta dalla nuova
religione cristiana di un modo di sentire sacro e religioso di
provenienza molto più lontana. La figura femminile e matriarcale
e il culto della Madre Terra, nelle varie denominazioni delle sue
divinità Ishtar, Demetra, Cibele, Iside,la Mater Matuta e così
via, sono pregnanti nell’antichità in tutto il mondo medio-orientale
e, ancor prima, nelle comunità arcaiche e agrarie di tutto il mondo
mediterraneo occidentale e orientale. Sappiamo anche che nei paesi
di cui qui ci occupiamo – l’Arabia, lo Yemen e l’Etiopia che è di
loro dipendenza culturale – c’era, nei tempi arcaici, il culto
pagano della Luna (e del Sole), di cui ancor oggi restano le rovine
di alcuni templi. Nell’immaginario e nel pensiero di queste culture
le dee della fertilità – simbolismo del grembo della Madre Terra,
così ricco e prodigo, ovvero avaro, di frutti vegetali e animali
fonti di vita e di sussistenza – vengono prima di tutto e sono
sentiti in modo più immediato di tutto; anche prima di un Dio, la
cui presenza ed esistenza sono lontane e molto nebulose nel
raziocinare prefilosofico. Ne sono testimonianza anche le
raffigurazioni femminili, fatte con statuine col ventre gonfio e la
testa piccola priva di lineamenti, significative della preponderanza
che la fertilità e la donna, fonte e datrice di vita, avevano nel
pensiero primitivo. |
|
Quindi – argomentiamo – all’origine e nella radice
di quella nuova e più consapevole forma religiosa intervenuta nella
storia che è il monoteismo cristiano e al di là della figura
cultuale storica di Maria, madre di Gesù, figlio di Dio e Dio lui
stesso e, così pure, al di là del racconto storico della fuga in
Egitto, vi è un modo di sentire e di pensare ben più profondo,
oscuro e primordiale in cui la divinità prima è al femminile, la
Grande Madre. |
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Le icone copte E veniamo a quello
che è stato il motivo il motivo di partenza per questo articolo e
che ne vuole essere il momento clou: le molto meno conosciute ma non
per questo meno stupende icone dell’Etiopia (e anche dell’Egitto).
Usualmente, parlando di “icone”, sono così chiamate e sono
comunemente conosciute come tali quelle russe e greche. In realtà ce
ne sono di diversi altri paesi dell’Europa orientale – Armenia,
Macedonia, Romania, Ucraina; e anche l’antica repubblica di Venezia,
per i rapporti e i traffici che aveva con il vicino oriente - e, in
ognuno di tali paesi, con un suo stile e caratteristiche che le
rende riconoscibili. Senonché, pur in tale diversità di stile, tutte
quante queste icone appaiono simili e assimilabili perché
corrispondono ai canoni estetici e raffigurativi della nostra
pittura, sia pure improntata da residui
bizantineggianti. |
|
Le icone copte, al pari di quelle dei suddetti
Paesi dell'Europa orientale, sono piccoli quadri della devozione
popolare privat, tenuti nelle case o portate in viaggio. Come le
pitture murali che si trovano all'interno delle chiese e dei
monasteri, la loro arte e il loro modo di raffigurazione, sono
completamente diverse da quelle di quegli altri Paesi. Sono di una
bellezza naif, di una autenticità immediata, che colpisce e fa
innamorare chi le guarda; è un mondo antico, che viene da un
lontanissimo passato che ancora conserva in sé e che esprime in
forme attuali; nasce da un sincretismo spontaneo e lo rappresenta
senza nulla di forzato o artificioso; ne promanano bellezza e
potenza luminose; e un senso del sacro subito ti prende, ti lega, ti
lascia affascinato. I volti tondi delle figure, gli occhi grandi,
nerissimi che ti guardano, le figure immobili, ieratiche che
impongono la loro forza, i vestiti colorati e ricchissimi: tutto in
queste immagini e nei loro colori, nella potenza del loro aspetto e
come ti fissano con quei loro occhi, tutto, ripeto, avvince chi
guarda questi dipinti, che parlano di un mondo antichissimo ma vivo
e di una dimensione e di esseri diversi, che ci sono accanto e
dietro di noi, anche se non li vediamo. Una dimensione di potenza e
di personaggi regali che, normalmente invisibili al mondo, adesso,
in questo modo si mostrano, si fanno vedere. Un mondo misterioso,
soprannaturale, divino che appare e si rende visibile nella sua
gloria: questo sono le icone copte. Sono arte pura nella loro
primigenia ingenuità naif. |
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Icona bipartita in legno e pietra

Icona bipartita |
Pittura murale La Trinità |
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Pittura
parietale Cristo Pantocrator nel giudizio
universale |
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Pittura parietale L'arcangelo
Michele |
Icona a tre ante chiudibile a teca |
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Icona a quattro ante |
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Tre icone,
due grandi quella al centro più
piccola |
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Le icone copte come sono diverse nelle forme
raffigurative dalle altre più note dell’Europa orientale, così
altrettanto sono originali nei personaggi raffigurati. Certo Maria è
sempre la madre di Gesù e la Madre di Dio, ma qui è anche la Grande
Madre di noi tutti, è la Madre Terra. Gesù Redentore e Pantocrator è
sempre il nostro padre, un padre vicino e d’amore come è per la
nostra religione; ma ne traspare subito che è un Padre diverso, più
misterioso, spiritualizzato, come di un’altra natura, di un mondo
diverso; appare da queste rappresentazioni il monofisismo di quella
religione. E poi ci sono gli arcangeli Michele e Raffaele, ma
essi sono gli sciamanici Guardiani delle porte, posti all’entrata
del regno (Gabriele è il messaggero di Dio, il portatore dei suoi
grandi messaggi, primo fra tutti quello dell’Annunciazione a Maria e
al mondo del Tempo Nuovo che giunge, della discesa di Dio, di suo
figlio, sulla terra. Michele è il difensore del Regno). Gli
Angeli sono gli altri grandi protagonisti di questi dipinti:
innumerevoli, ovunque, sulle pareti delle chiese di contorno agli
altri personaggi; in alto sulle volte delle chiese, rappresentative
del cielo. Sono raffigurati in grandissimo numero, spesso solo coi
loro visi, senza ali, altre volte con due piccole ali, appena
accennate, accanto al viso. S. Giorgio è il patrono dell’Etiopia
ed è perciò raffigurato in tantissimi dipinti. Sta a cavallo e
conficca la sua lancia nel corpo del drago; alcune volte vi è
raffigurata, rifugiatasi su un albero, anche la fanciulla salvata,
che stava per essere divorata. La tradizione vuole che la leggenda
così raffigurata voglia raccontare la storia della liberazione del
popolo etiope da un tributo in merci preziose e fanciulle vergini
(destinate a essere sacrificate) che esso doveva pagare a un re
dell’Africa nera. Ma potrebbe piuttosto voler significare la
vittoria della nuovo religione cristiana sul vecchio paganesimo (il
drago) con le sue pratiche cruente (i veri o presunti i sacrifici
umani). Queste le raffigurazioni più ricorrenti e, come si vede
e come si è detto, sono personaggi in fondo comuni con gli altri
soggetti iconografici, ma espressi con canoni e motivi artistici
originali. Poi vi sono, naturalmente, anche le raffigurazioni dei
santi e degli eremiti più famosi, in genere quelli del mondo locale,
ogni regione ha preferenzialmente i suoi. Anche gli eventi famosi,
leggendari o veri, e i miti che vengono rappresentati sono quelli
propri dell’Etiopia e della sua storia.
Ultima cena,dipinto egiziano su papiro stile cristiano
copto
Ultima cena,dipinto egiziano su papiro stile cristiano
copto |
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La Madre di Dio in una pittura parietale del monastero
Debre Melhat Alem

Pitture
murali nel monastero Amde Sion, nelle isole Mandaba

Gli arcangeli Raffaele e
Gabriele pittura murale

La crocifissione, icona a tre ante
chiudibile

Icona a teca, legno dipinto e pietra
scolpita |
|
Le grandi raffigurazioni iconiche sono quelle
parietali, dipinte nelle chiese e nei monasteri. Le icone vere e
proprie sono invece quelle piccole, trasportabili, icone di casa,
personali, da viaggio; sono fatte su legno, su metallo, su pietra,
quasi sempre sono a più ante chiudibili in teca; sono an-che dipinte
su libri e su rotoli di cartapecora o su un’intera pelle conciata a
cartapecora, bellissime quest’ultime. L’Etiopia ne è piena, peccato
che esse vadano scomparendo da quel paese, vendute a poco prezzo ai
tanti turisti stranieri, come un tempo veniva fatto, ancora
nell’Ottocento, con le “inutili vecchie pietre” in Egitto per i suoi
tesori archeologici e anche negli altri paesi dell’impero ottomano
(il mondo locale apprezzava solo l’oro). Il paese si va così sempre
più impoverendo di questi capolavori dell’arte
popolare. |
|

Croce da processione

Croce manuale, a benedizione

Croce da benedizone, con teca e dipinto

Prete titolare della chiesa mostra le croci sacre qui
conservate

Teca dipinta, chiudibile in legno e pietra

Icona a tecae |
|
Le croci, le teche, gli oggetti
liturgici Non si può terminare senza parlare,
brevemente, anche di questi altri oggetti della tradizione e
dell’arte rituale e religiosa. Le
croci Il simbolo della croce è entrato in Etiopia con
l’avvento della nuova religione cristiana, portatovi nel IV secolo
d.C. dai diaconi Edesio e Frumenzio, e si è poi diffuso rapidamente,
insieme a questa, soprattutto dopo la venuta, nel VI secolo, dei
cosiddetti 9 Santi, che erano monaci monofisiti che fuggivano dalle
persecuzioni a cui dopo il concilio di Calcedonia erano sottoposti i
seguaci di questa dottrina cristiana dichiarata eretica. Venne così
a sostituire il precedente simbolo della Luna, appartenente
all’omonimo culto e fino allora venerato. In seguito, dopo l’avvento
dell’Islam con la sua forza di espansione coatta nei paesi vicini,
il cristianesimo fu per l’impero etiope axumita anche un motivo di
identità e di difesa nazionale e divenne la religione nazionale; con
un editto imperiale venne quindi imposto l’obbligo di portare una
croce appesa al collo, chi non lo portava era considerato un nemico
dello stato e del popolo e veniva perseguitato ed espulso. Il
disegno di questo simbolo, che all’inizio, conformemente alla sua
provenienza dal mondo elle-nistico alessandrino, era una croce greca
racchiusa in un cerchio, presto si arricchì di molti altri fregi e
decori di contorno, disegni e intrecci vari tutt’intorno,
espressione della fervida fantasia artistica africana. Oggi si
possono trovare tantissimi tipi di croce, ogni regione e ogni città
importante ne ha uno suo, e anzi, portata addosso anche a scopo
ornamentale soprattutto dalle donne, la croce consente di capire la
provenienza della persona. A parte queste piccole croci pendentif
ornamentali, la croce è soprattutto un oggetto rituale portato dai
preti e mostrato ai fedeli nelle cerimonie religiose, durante la
messa, nelle processioni, in altri momenti liturgici. Baciare la
croce durante una di queste cerimonie è il riconoscimento e la
sottomissione alla potenza e alla misericordia divina ed equivale
alla nostra confessione. Il materiale di queste croci è vario,
all’inizio era legno, poi venne usato il metallo, ferro, ottone,
quindi a partire dal XVII secolo anche l’argento. Si fa un modello
di cera, poi lo si ricopre e si racchiude in un bozzolo di creta
infine si versa il metallo fuso in questo bozzolo. La cera si
scio-glie e il suo posto dentro il bozzolo è preso dal metallo, che
quando si raffredda conserva la forma che aveva la cera.
Le teche sono in legno o in metallo
(in genere, rame), a forma come di scatola a tre o quattro parti
(tavolette che si chiudono sovrapponendosi l’una all’altra); le
tavolette laterali sono unite alla tavola principale con stringhe di
pelle di capra; la teca o “scatola” ha una base inferiore e una
superiore pure di legno oppure di pietra, scolpite, la base
superiore culmina con una croce. I dipinti iconici sono sulle facce
interne delle tavolette, le facce esterne, invece, sono scolpite con
decori geometrici e fregi vari.
Altri oggetti liturgici sono
i turiboli per bruciare l’incenso e
diffonderne il fumo odoroso nella chiesa, i
paramenti sacri per le cerimonie dai ricchi di colori,
il turbante o altro copricapo, che
distingue e fa riconoscere subito l’appartenenza alla classe
sacerdotale, gli ombrelli, anch’essi
coloratissimi, usati per proteggere il prete dal sole quando nella
sua veste e funzione ufficiali celebra fuori della chiesa, con
dietro tutta la comunità in processione liturgica; e anche quando
per un altro importante motivo deve rappresentare la stessa comunità
che lo segue (ad esempio, durante la guerra italo-etiopica, la
truppa italiana, quando arrivava e occupava un villaggio, veniva
accolta così, come atto di sottomissione e pacificazione, con questa
processione che usciva dal paese, avanti il prete, con i suoi
coloratissimi paramenti e protetto dall’ombrellino colorato, e
dietro tutta la popolazione).
Addis Ababa La chiesa ottogonale. E' questa la forma
tipica
delle chiese ortodosse copte
etiopi |
|

Libro di preghiere in cartapecora scrittura in
ga'ez |
|

Copertina in legno e legaggi in
cuoio di un libro di preghiere pagine di
cartapecora |
|

Teca in rame dipinta |

Teca in
legno dipinta |
|
Pelle di capra conciata e dipinta |
|

Rotoli di cartapecora con dipinti sacri e scritti
didascalici |
|
Sigillo in pietra (la figura è l'impugnatura, il sigillo è
sotto ed è riportato qui di fianco) |
|
Il sigillo
vero e proprio della figura qui
accanto |
Prete copto titolare della chiesa con i paramenti
ufficiali e la croce da benedizione |
|
O Prete titolare della chiesa
con paramenti ufficiali e croce |
Prete titolare della chiesa con paramenti ufficiali, croce
da benedizione e ombrello liturgico |
CC UNO Prete titolare della chiesa
( S. Giorgio a Lalibela) accanto al dipinto su panno del Santo
|
|
Lo Spirito del
sacro A Lalibela o in altre chiese visitate per motivi
turistici il godimento è estetico, si ammirano quelle costruzioni
nella roccia, i dipinti e le decorazioni murali, i motivi
tradizionali sacri, i preti con i loro ricchi paramenti, i canti e
le nenie primitive, la folla devota in preghiera. È tutto
straordinariamente molto bello ma è un godimento visto dall’esterno,
con l’occhio di un osservatore profano che coglie solo fino a un
certo punto l’animo interno della “ecclesia”, la comunità raccolta
nella chiesa, e il suo sacro – non saprei come diversamente
qualificare questi due diversi modi di apprezzamento. Diversi
sono lo stato d’animo, la partecipazione, quel che si sente e si
coglie assistendo in una chiesa alla celebrazione della messa o a un
altro evento liturgico, con la comunità raccolta che vi prende
parte. È accaduto una domenica. |
|
La chiesa da visitare era molto antica, in un
piccolo villaggio senza pretese; anch’essa era scavata nella roccia
o meglio la sua facciata con le colonne e la porta di ingresso e la
sua prima parte erano costruite sul davanti con la pietra locale,
poi la chiesa proseguiva in un’ampia grotta naturale lavorata e
intagliata. Un tempo in quella grotta, mi è stato detto, scorreva
dell’acqua e anche questo è significativo dell’arcaicità e della
stratificazione del sacro, forse ben prima del cristianesimo e della
dedicazione della chiesa a S. Giorgio e al culto cristiano. I
fedeli stavano in parte davanti (quelli che non potevano entrare
perché “impuri”), fuori qua e là su uno spiazzo esterno, attenti e
raccolti, appoggiati al loro bastone; tanti altri erano dentro in
preghiera, salmodiando i canti con voce sommessa – assolutamente non
a voce spiegata e corale, come è da noi per i nostri canti religiosi
durante la messa. Gli elementi, dunque, c’erano tutti: la
grotta, un tempo con la sorgente d’acqua, elemento vitale, luogo
probabilmente di un culto della natura pagano già prima del
cristianesimo; una popolazione che da sempre veniva lì a esprimere
il culto e la venerazione del sacro. Un luogo di forza, una linea di
forza sotterranea doveva passare di lì, parallelamente al corso
d’acqua scomparso, divenuto invisibile me sempre rimasto,
sotterraneo, carsico, nell’inconscio profondo.
Siamo entrati,
dopo esserci tolti le scarpe – bisogno entrare sempre a piedi nudi
nelle chiese di rito copto. La nenia dei fedeli, sottovoce, riempiva
la chiesa, come una voce sola, collettiva. I partecipanti erano
tutti assorti nella loro preghiera, solo la nostra entrata di
turisti occidentali con le macchine fotografiche li hanno distolti
in po’, parecchie teste si sono alzate, si sono voltate a guardarci,
distratte dal loro assorbimento, come risvegliate per un attimo dal
nostro ingresso. Poi sono tornate a pregare e ci hanno dimenticato,
anche perché noi facevamo pianissimo, andavamo avanti verso la
stanza più interna rendendoci il più possibile invisibili per non
distrarli. Nell’aria c’era il fumo e l’odore pieno dell’incenso.
Nella stanza interna c’era il prete, titolare della chiesa, con i
diaconi che celebrava la messa; e forse era lui l’unico fra tutti,
attento e consapevole del presente, cosciente di quel che faceva. Ci
ha mostrato le croci, gli antichissimi libri di cartapecora
manoscritti e ricchi di miniature, ravvolti più volte in un velo che
ha scartato, le loro immagini iconiche dipinte su molte
pagine, ci ha dato tutte le spiegazioni, che la guida ci
traduceva. Tutti gli altri presenti, sia in questa sala che in
quella precedente, erano assorti nella preghiera e nelle loro nenie,
come un po’ addormentati, appena appena una leggerissima trance, ma
no, non era una trance, questa parola è inadatta, erano tutti
assorbiti in un’atmosfera collettiva di disattenzione dal presente
concreto e attenzione, immersione in qualcos’altro di non palpabile
e non visibile. La preghiera sommessa, le nenie, il fumo e il
profumo d’incenso facevano parte di questo assorbimento, era un modo
di essere collettivo davanti al sacro e al divino, era come trovarsi
in un campo di fiori e di erbe che si piegano tutte insieme al
soffio del vento. Era lo Spirito che soffiava, lo Spirito soffia
dove vuole.
Abate titolare del
monastero do Debra Libanos
Dipinto di Abuna in veste di
arcangelo
L'altare del monastero di Debra Libanos
|
|
Chiesa
rurale addossata alla roccia, savrapposizione sincretistica a
una antica grotta sacra

I fedeli
"impuri" ascoltano la Liturgia fuori della chiesa

Interno
della vecchia chiesa con dipinti non restaurati

I fedeli
"puri" ammessi alla liturgia all'interno della
chiesa"

I preti in
preghiera durante la Messa all'interno della chiesa
|
L'antica grotta sacra, a ridosso dela quale è stato
costruito il nuovo sacro della chiesa cristiana |
|
Il prete nella liturgia ortodossa della Messa copta legge
innanzitutto il "Libro di Maria" |
|
I "tesori" della chiesa, libri liturgici antichi, croci,
copricapo dorati, immagini sacre e
altro |
|
E allora ho capito. Ho capito con la ragione,
intellettualmente – cioè sempre dall’esterno, ma anche con
partecipazione interna – quello stato. Ma ho capito. Ho capito
che lì c’era un’anima collettiva e c’era uno stato di coscienza e
colloquiale unico, che riempiva tutto quel luogo; non più tanti
individui separati ma un essere unico, una mente e uno spirito
unico, con tanti corpi e tante bocche preganti. Un’anima collettiva
che però non era solo in orizzontale, formata dai presenti di quel
momento alla messa, ma era anche in verticale, formata e comprensiva
anche di tutti quelli che in passato, ora anche morti, da sempre
avevano così lì pregato. Vi partecipavano, presenti in spirito,
dalla loro dimensione attuale, celeste, di esistenza.
L’anima e la radice e tutto il passato di quella
comunità, di quel villaggio erano anch’essi lì; gli antenati e le
generazioni scomparsi da anni e da secoli che avevano a loro tempo
partecipato a quella cerimonia, alla messa in quel luogo erano
ancora tutti lì, erano presenti anch’essi e facevano parte in quel
momento di quell’anima collettiva. E allora, in questo modo, il
tempo scompare; con la preghiera, con quello stato di coscienza che
supera il tempo, si forma e c’è quest’anima collettiva, formata in
orizzontale dai presenti lì riuniti e in verticale dalla radice
profonda, il tronco dell'albero di coloro che furono lì e che lì
così pregarono, una radice che sprofonda in un passato senza tempo e
che in quei momenti e in quella cerimonia torna ad essere presente,
torna a vivere. Una radice viva, un’anima che prega in uno stato
e in una dimensione senza tempo. Questo ho sentito in quella chiesa.
Un’anima e un essere nuovo e antico, una collettività fuori del
tempo, distinta dai presenti e da quelli del passato, viva e ogni
volta rivivificata, immersa nel sacro, in preghiera e in adorazione
e in contemplazione davanti al suo Dio che la anima e la vivifica.
Pensiamo a un albero, con tutti i cerchi delle sue annate passate
presenti nel tronco, le cui foglie, che rappresentano l’oggi,
stormiscono al vento e cantano al sole. Pensiamo a un ramo di
corallo, con tutti gli accrescimenti delle cellule degli anni
passati, scheletri calcarei dei precedenti celenterati morti, dice
la scienza, e che invece sono tutti li, presenti, rossi brillanti,
vividi nel ramo che abbellisce il fondale azzurro del mare
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Naturalmente, non tutta la popolazione del
villaggio era in chiesa e alla messa. Quando siamo usciti per
ripartire, tante altre persone, uomini e donne, erano intente al
loro lavoro nei campi, ad accudire il bestiame, a camminare a gruppi
lungo le strade – gli etiopi camminano sempre, i bordi delle strade
sono sempre piene di questi gruppi che vanno al mercato a comprare,
a vendere, che vanno al paese vicino per faccende da sbrigare,
chilometri e chilometri fatti sempre a piedi. Ma, ho altresì capito,
anche questo lavoro era qualcosa di sacro, qualcosa di santo. Il
sacro e il profano, ma sempre sacro a Dio, un camminare nel modo da
lui voluto. Era una cosa diversa, non so spiegare come, dal
lavoro che facciamo noi in città, negli uffici, nelle fabbriche,
alienante, stressante, estraneo. Ho visto, ho sentito che lì anche
il lavoro dell’uomo è un modo, un altro modo di vivere il sacro, di
porsi davanti a Dio, di onorarlo, di esserne figli, di vivere la
vita che ci ha dato. Il modo sacro e il modo profano. Ma tutti e due
sacri |
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Il lavoro dell'uomo è anch'esso
sacro |
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