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CORSO DI PARAPSICOLOGIA            capitolo 1
LA PSICOLOGIA DEGLI STATI DI COSCIENZA
 

       Felice  Masi

 
 

Premessa
Lo studio della coscienza e la psicologia degli stati di coscienza costituiscono l’inizio ed il primo capitolo per un “viaggio” verso la parapsicologia; e poi, all’interno di essa, per comprendere cosa essa sia, quali sono il suo significato e la sua estensione, quali i suoi fondamenti e le leggi e i principi che la inquadrano; e come, in base a questi, la parapsicologia sia una realtà e non una illusione: una realtà piana, spiegabile, comprensibile e di una logica lineare.
Ciopertanto, un “Corso di parapsicologia” non può che cominciare da queste basi e dallo studio della coscienza e della psicologia degli stati di coscienza.

 

 

Filosofo in meditazione nell'iconografia buddhista. La fiamma al centro sta a rappresentare l'anima pensante, cuore ed essenza della persona

L'anima che accompagna il morto nell'aldilà in una raffigurazione della sapienza antica egizia

 

1.   La coscienza
La “coscienza” è la consapevolezza di sé e del mondo esterno a sé. È un “sentire” interiore: sentire la propria esistenza e la propria individualità e sentire la presenza di “cose” all’esterno, come altro da sé. Un sentire che dall’interiore sale al livello di consapevolezza e ci fa percepire l’esistente, ciò che esiste.
In effetti, questa consapevolezza, la coscienza, è l’Essere ed è la base e la sostanza dell’essere. È l’essenza dell’uomo. È la Ψυχή (Psiche) dei greci, il Purusha dell’induismo, il nèfesh degli ebrei, il Ka degli antichi egizi. È l’anima dei romani e del mondo latino e, per traslazione del termine, del pensiero cristiano.
Il pensiero buddhista mahayana chiama l’Assoluto Trascendente Sat Cit Ananda (Saccidananda per quello hinayana), Esistenza-Coscienza-Beatitudine (o Gioia, secondo altre traduzioni). Nel suo mondo trascendente, nella sua dimensione assoluta questa triade sono una sola cosa, l’Esistere consiste nell’essere consapevole e questo è gioia. L’Essere, in questa dimensione, è le tre “cose”, i tre modi tutti insieme.
Nel mondo umano, viceversa, le tre parole sono e indicano tre cose diverse, ognuna a sé stante. L’esistere è la presenza, è l’esserci (cosa ben diversa dall’Essere), è il "Dasein" di Heidegger. La coscienza è la consapevolezza. La beatitudine e la gioia sono dei sentimenti e non è detto che esse, nel mondo umano, siano i “compagni naturali” di un esistere consapevole, perché questo, purtroppo, molte volte è invece accompagnato da tristezza o addirittura da angoscia.
 

In questa triade separata del nostro mondo umano e terreno, dunque, la coscienza è il “Cit”, è la consapevolezza, è la nostra capacità, anzi “proprietà” di sentire e percepire. Resta pur sempre, quindi, l’essenza dell’uomo. L’uomo, come e in quanto essere terreno, è anima e corpo insieme ma la sua “essenza prima”, non vi è alcun dubbio, sta nell’anima.
Sta nel sentire e nel percepire; sta nella coscienza, Dunque, concludendo, la “coscienza”, per l’uomo e nel mondo umano – perché la parapsicologia, al pari di tutte le altre scienze umane, ha riguardo a questo ambito, qui si svolgono i suoi fenomeni – è la capacità di consapevolezza; e il suo contenuto – la “coscienza” in senso oggettivo - è ciò di cui siamo consapevoli, ciò che è presente nella nostra mente.
Se osserviamo – anzi, se “facciamo attenzione”; è questo il termine esatto e fondante, come vedremo in seguito – ciò di cui siamo consapevoli e di cui abbiamo coscienza ordinariamente, normalmente, “nel quotidiano” è questo nostro mondo (ordinario, normale, “quotidiano”) che c’è e che vediamo e sentiamo attorno a noi.

   

Mandala della consapevolezza con la  figura del Buddha meditante al centro e, ai lati, le forme da lui pensate (stampa giapponese)

Ma, in realtà, la “coscienza” è solo la “capacità consapevolezza”; la capacità di avere delle consapevolezze senza altre coloriture, né di questo mondo terreno né di altri eventuali mondi. È la capacità di consapevolezza, punto e basta.
La coscienza è come una lavagna bianca, sulla quale si iscrive, di volta in volta, quello di cui abbiamo consapevolezza, quello che, di volta in volta, ci sale alla coscienza, che “vediamo e sentiamo”, ciò “che percepiamo”. Una “lavagna bianca” sulla quale di volta in volta si disegna quel mondo che di volta in volta ci risale alla coscienza e si fa presente alla nostra mente. Quel mondo al quale la mente rivolge la sua attenzione.
 

   

Dante in esilio (dipinto di Domenico Peterlin) può essere assunto a simbolo della consapevolezza e riflessione interiori

1. 2. Relatività del mondo. La dea Maya
Abbiamo detto che normalmente il mondo che ci appare alla coscienza e del quale siamo consapevoli è “questo mondo”, il nostro mondo materiale e terreno, che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ciò avviene perché in questa vita la mente, la psiche è strettamente e indissolubilmente legata al corpo e ai suoi sensi corporei e, attraverso questi sensi, ci arrivano (arrivano e si iscrivono sulla lavagna della coscienza) ogni momento milioni e milioni di stimoli (visivi, acustici, olfattivi, tattili, saporosi, dolorosi, piacevoli, cenestesici e quant’altro) emessi (provenienti) dal mondo materiale che è attorno a noi e da tutte le cose che sono in esso. La “forza” di questi stimoli sensoriali è ben più potente di qualsiasi altro segnale proveniente da altre dimensioni e quindi sopraffà queste diverse percezioni, che così non arrivano, anzi, non riescono ad affiorare alla coscienza e a farsi sentire (Nota 1).
La mente in questa vita, infatti, è letteralmente “incollata” ai sensi corporei e polarizzata sugli stimoli materiali; e ciò eticamente è giusto e filosoficamente è facilmente spiegabile (e organicamente comprensibile) con il fatto che lo spirito, il Sé, è sceso su questa terra per condurre una esperienza terrena e, proprio a tal fine, si è unito a un corpo. Quindi deve badare alla esistenza terrena, senza farsi distrarre da altri stimoli e percezioni.
Questi stimoli sensoriali sono poi interpretati in un certo modo dai sensi che abbiamo (e che li ricevono) e dal cervello al quale vengono inviati e così abbiamo conoscenza del mondo quale lo conosciamo.
 

   

La dea Maya raffigurata mentre suona, simbolo delle sue lusinghe

Le mille forme dell'universo, quali ce le fa apparire la dea Maya

 

Ho detto “interpretati in un certo modo” e “conoscenza del mondo per come lo conosciamo” perché gli stimoli materiali sono “letti” dai nostri sensi in base a come e quali essi sensi sono, in base al loro “codice genetico” di lettura. Se avessimo sensi diversi, vedremmo il mondo diversamente, il mondo ci apparirebbe diverso da quello che conosciamo. Se invece degli occhi avessimo delle cellule a raggi infrarossi, vedremmo nel mondo e attorno a noi delle macchie più o meno rosse a seconda del grado di calore che hanno; se avessimo delle cellule a raggi X vedremmo lo scheletro e l’interno dei corpi e non la carne e gli involucri esterni e, da bravi scienziati scettici, nessuno ci convincerebbe che queste parti esteriori (invisibili ai raggi X, come adesso lo è l’aura per gli occhi normali) invece ci sono veramente. Se avessimo le valvole radio o i chips vedremmo un mare di onde, se il nostro udito fosse sensibile agli ultrasuoni, sentiremmo e vedremmo il mondo come lo vedono come lo vedono i pipistrelli e i delfini e ci muoveremmo nel mondo come questi.

La nostra visione del mondo, il modo in cui esso ci appare è dunque sempre un qualcosa di relativo, è relativo ai sensi che si hanno e con i quali viene percepito. Tuttavia, al di là di questa relatività di apparenza, questo mondo terreno non è una illusione ma è una ben consistente realtà. È una realtà relativa. Se sbatto la testa me la rompo, ne fuoriescono il sangue e la materia cerebrale; e muoio in questo mondo. In questo senso e con questo limite va inteso, a mio avviso, il significato della parola, anzi del concetto, induista di Maya: illusione e illusorietà non della realtà e della esistenza del mondo ma solo del suo modo di apparire, solo della forma e delle forme in cui ci appare.
La dea Maya getta il suo velo sulle cose ma con questo ne nasconde solo le forme, non incide sulla loro realtà ed effettiva esistenza.
 

   

Immagine alle radio-onde di una porzione dell'universo (un gruppo di galassie della via Lattea (sopra)

E' ben diversa da una immagine ottica, sia ripresa con un telescopio ottico (al centro, una porzione della via Lattea) sia come la vedremmo a occhio nudo (in basso, pianeti del sistema solare, ricostruzione ideale)

 

Lo stato di coscienza del sogno e la sua visione della realtà onirica ...

... sono ben diversi dallo stato di coscienza ordinario (di veglia) e dalla realtà di vita ordinaria  (nella figura: la realtà di una famiglia)

 

1. 3. Gli stati di coscienza e la loro relatività
Abbiamo visto come normalmente il mondo, anzi la realtà che percepiamo e di cui abbiamo la consapevolezza - la realtà, cioè, che ordinariamente e normalmente si disegna sulla lavagna della nostra coscienza – è il mondo normale e ordinario in cui viviamo e le sue forme.
Abbiamo pure visto che tale mondo e tali forme sono relativi ai sensi che abbiamo e a come tali sensi ce li mostrano, ce li fanno apparire. Ma lo straordinario e quello che soprattutto va tenuto presente e deve essere messo in risalto riguardo a questa stupefacente e inaspettata relatività dei dati coscienziali e della realtà percepita è che non solo il modo di apparire delle forme del mondo ma il mondo stesso che si mostra alla nostra coscienza è un dato relativo. È relativo allo “stato di coscienza” in cui ci troviamo, allo stato, cioè, in cui in quel momento si trova e funziona la nostra mente.
Il mondo normale quotidiano e la realtà materiale e terrena si mostrano e si disegnano sulla lavagna (in astratto bianca) della nostra coscienza da svegli, quando cioè siamo nello stato di veglia. Ma già quando dormiamo e siamo nello stato onirico tutto un altro mondo sale alla nostra coscienza e si disegna sulla sua lavagna: è il mondo dei sogni. Il “mondo onirico” che in quel momento e in quello stato di coscienza la nostra mente vive è una vera realtà vissuta perché è quella che ora ci emoziona, che ci dà gioia o sofferenza o paura e sentimenti ed azioni e reazioni. Tutto il resto “per me” – che sono nello stato di coscienza onirico – non esiste. Esiste per le altre persone attorno o lontane da me che sono sveglie (in stato di veglia) ma non per me. Per me esistono i miei vissuti onirici, da essi è data e da essi è costituita la mia realtà.
 

I diversi “mondi”, le diverse, possibili realtà che la nostra coscienza può vivere sono tutti realtà e sono tutti relativi. Già quelli dello stato di veglia e dello stato di sogno di cui abbiamo parlato, ma così è anche per tanti altri (mondi e realtà) che pure ci sono; tutti quelli di cui parleremo, che la mente di volta in volta vive, dando con ciò ad essi l’attributo di “realtà”. Vediamoli
Vi è lo stato ipnotico, quando una persona (la sua mente) è sotto la suggestione ipnotica (della mente) di un altro individuo. Allora la mente di questa persona così ipnotizzata vive e si emoziona ed agisce non in base a quello che è il “mondo normale” attorno a lui – che non percepisce più, che in quel momento e in quello stato non risale e non si disegna sulla sua coscienza; e per lui non esiste – ma in base alle immagini e alle suggestioni ipnotiche suggeritegli, in base a quello che l’ipnotizzatore gli dice e gli fa credere. È questo, è tale mondo che ora si disegna sulla lavagna della coscienza ed è questa per lui la realtà. Una realtà ma relativa, come tutte le altre.
Quando in uno dei classici spettacoli da teatro o da circo l’ipnotizzatore dice all’ipnotizzato (che sta sul palcoscenico e non in Africa) che si trova nella savana e che un leone lo insegue, questi fugge spaventato e fa le mosse di chi si arrampica affannosamente su un albero immaginario (comportamento anch'esso suggeritogli dall’ipnotizzatore).

        

L'ipnotizzatore, in una immagine dell'800

Con la suggestione ipnotica, la figura suggerita compare  nella realtà personale mentale dell'ipnotizzato in sostituzione della realtà ordinaria

Se invece gli viene suggerito che si trova su una barchetta in mezzo al mare in tempesta, il malcapitato ipnotizzato si mette a remare furiosamente (sul palcoscenico e senza remi) e poi, quando gli viene detto che la barca per le onde si è rovesciata, fa i movimenti disperati ed emette i rantoli e i colpi di tosse di chi sta per affogare e non riesce a respirare. Sia nel caso del primo spettacolo che in questo secondo potrebbe venirgli anche un attacco cardiaco e morire per lo spavento – perchè così crede la sua mente, quella per essa e per il suo proprietario è la realtà e psicosomaticamente vi si adegua - se il teatrante non si affetta a “svegliarlo”, a togliere la suggestione ipnotica e a ricondurlo allo stato di veglia e alla realtà “normale”.
Le gente, gli spettatori in platea ridono, ma c’è poco da ridere, c’è invece da riflettere sul significato e sul concetto di “realtà”, sul fondamento e sul valore del “principio di realtà” e sulla loro relatività alla mente che la vive.

Insomma, con la suggestione ipnotica la persona ipnotizzata (la sua mente e la sua  immaginazione) si affacciano a una finestra che si apre su tutto un mondo e una realtà diversi da quelli oggettivi fisici che sono attorno ad essa. 
 

   

Con la suggestione ipnotica, l'ipnotizzatore scompone la realtà presente alla mente della persona ipnotizzata e la ricostruisce  per lui suggerendogliela con le sue suggestioni (nella figura: un quadro di  Baldhasar Balthus "La ragazza alla finestra"") 

 

"Estasi di s.Teresa" di Gian Lorenzo Berini (Roma, chiesa di S. Maria della Vittoria)
 

 

Nello stato di estasi mistica, l’anima della persona così “staccatasi dal corpo” (o invasa e riempita dal Numinoso?) e la sua mente come capacità di percepire sono tutte trasfuse nel divino, nel Trascendente e ne avvertono e ne vivono la luce, le sublimi emozioni, l’ineffabile realtà.
Nell’estasi sciamanica, lo sciamano viaggia tra le sue divinità e colloquia con loro e da esse trae poteri e conoscenze. Quella per lui è la realtà; e lo è anche per tutta la comunità partecipante attorno a lui perché essa comunità, anche se non la vede in prima persona, tuttavia la vive, è archetipicamente radicata in essa e vi crede. Tanto più tale mondo dei viaggi uranici o inferi dello sciamano è una realtà, ne ha tutti gli attributi, in quanto poi le conoscenze e i poteri acquisiti grazie ad esso e durante tali escursioni operano pienamente anche nella realtà normale (nella realtà culturale mentale collettiva della comunità così tradizionalmente fondata).

   

Danza a trance (isola di Bali, Indonesia)

 

Per il nevrotico o lo psicotico, durante le loro crisi, la “realtà reale” è quella della loro devianza e delle loro allucinazioni mentali. Sono esse che li determinano e li portano ad agire. Quelle allucinazioni non sono illusioni, non sono credenze false, per lo psicotico e per il nevrotico sono dei vissuti veri e, in quanto tali, sono delle realtà relative a lui a chi le vive; ed egli si determina, nei suoi comportamenti e nelle sue reazioni, in base ad esse .

 

Ma quello che a noi qui più interessa, dato che stiamo parlando di parapsicologia e di fenomeni paranormali, è lo stato che va sotto il nome di “trance”. È uno stato di coscienza particolare nel quale la mente acquisisce e percepisce conoscenze vere, che però sono lontane nello spazio (chiaroveggenza) e nel tempo (precognizione) – e che perciò non è possibile acquisire e percepire con i sensi normali, sono fuori della loro portata – o che appartengono a pensieri e contenuti mentali altrui non appalesati (telepatia).
Ed è, ancora, uno stato in cui la mente può agire direttamente sul mondo fisico esterno, modificandolo. Normalmente si può agire sul mondo esterno, si può modificarlo solo operandovi con le mani o altre membra del corpo o con strumenti e macchinari; e applicandovi, in questi modi, una forza fisica. “Direttamente” (azione mentale diretta) sta a significare che la mente e le sue capacità psichiche agiscono esse stesse sul mondo esterno, operandovi delle modifiche fisiche e producendovi fenomeni (fenomeni paranormali), senza bisogno di far ricorso all’intermediazione del corpo, alle sue mani, a strumenti e macchine ausiliari e alla forza fisica.
 

   

Tipica espressione di una persona in  stato di trance (durante una "passeggiata sul fuoco")

 

Alfons Mucha "Fantasticheria"  (art nouveau)

 

1. 4. Fantasyland
Dunque la trance (lo stato modificato di coscienza della trance) è quello stato in cui sulla lavagna della coscienza si disegnano queste percezioni e conoscenze (E.S.P.); e in cui, sotto la suggestio-ne e la potenza di queste conoscenze extrasensoriali così disegnatesi su tale lavagna, possono e-strinsecarsi quelle energie psichiche di azione diretta. Queste conoscenze ESP circolano nel profondo di una psiche inconscia comune, l’inconscio collettivo appunto, che tutti ci unisce, e le connesse capacità di azione PK ad esse collegate giacciono latenti sempre lì nel profondo; e da tale profondo inconscio risalgono e si esprimono al livello conscio e nel mondo fisico quotidiano (Nota 2 ).


 

Ma come si attinge questo stato di trance e come ci si immette, in che consiste l’immettersi in es-so? La risposta a questa domanda, in definitiva, è o può sembrare banale, incredibilmente semplice e banale: è solo una questione di “attenzione”; si tratta solo di un rivolgere l’attenzione, da par-te della mente, al “mondo” (alternativo a questo quotidiano normale e corrente) nel quale deve o vuole entrare, lasciandosene assorbire totalmente.

 

 Quando la mente rivolge, in modo così catturante, la sua attenzione a uno dei tanti mondi e realtà che sono possibili ed è convinta di esservi, ecco che vi si trova, sta lì, entra e sta in quello  stato di coscienza (diverso) e vede quel mondo (le immagini e capacità di quel mondo si disegnano sulla lavagna della coscienza, sostitutivamente alle altre, quelle del mondo normale, che vi erano prima)

 

 

 

 

Alfons Mucha "Epos slavo n. 3"

Max Ernst ""Due bambini minacciati da un usignolo"

 

 

Facciamo un esempio, io mi trovo al centro di una stanza, davanti a me c’è tutta la mia famiglia, mia moglie, i miei figli e i loro frugoletti miei nipotini; e poi c’è la mia scrivania e sopra le carte del mio lavoro, e la mia cassaforte con i miei soldi, e anche i miei amici, che sono venuti a farmi visita. Insomma, c’è tutto il mondo della mia vita concreta.
Dietro di me, alle mie spalle c’è la finestra aperta e, di là di essa, tutto l’infinito esterno, la campagna, i fiori dai mille colori, le altre persone che sono “fuori”, il cielo azzurro dove volano gli uccelli e con le nuvole dalle forme più incredibili e fantastiche; insomma c’è tutto l’oltre, c’è Fantasyland.
C’è questo mondo tutto diverso ma non lo vedo. È invisibile per me ma solo perché io gli volto le spalle e guardo verso la ma famiglia concreta. I miei occhi e la mia attenzione sono rivolti a questa e così l’altro, Fantasyland, che è dietro alle mie spalle, che sta dall’altra parte non lo vedo. Ma basta che io mi giro e guardo, distolgo la mia famiglia dalla mia vista e dirigo gli occhi e la mia attenzione verso quello che c’è oltre la finestra ed ecco che la mia famiglia scompare dalla mia visuale e compare al suo posto tutto il mondo che c’è al di là della finestra, vedo Fantasyland.
 

La stessa cosa avviene per gli stati di coscienza, per tutti gli stati di coscienza, nulla di più e nulla di meno. È solo una questione di dare attenzione, di un “fare attenzione” e “dirigere lo sguardo”: a seconda di dove guardo e di quello a cui faccio attenzione, sulla lavagna della coscienza emergono e si disegnano i contenuti e il mondo dell’uno o dell’altre stato di coscienza; i contenuti del mondo e della realtà normali o di quelli paranormali, i contenuti dei miei problemi e complessi inconsci oniricamente elaborati, i contenuti suggeritimi ipnoticamente, le illuminazioni del Mondo Superiore; e così via.
Naturalmente le cose non sono così semplici né stanno in modo così banale. Abbiamo visto che la psiche, la coscienza sono incatenate ai sensi corporei e sono a priori indirizzate e polarizzate verso le percezioni normali e il mondo materiale normale. E ne abbiamo visto anche il perché. Perciò è estremamente difficile, pressoché impossibile staccare lo sguardo da essi e dirigerlo altrove.
Se io, nell’esempio fatto, sono incatenato su una sedia rivolta verso la mia famiglia, non potrò mai vedere il panorama che c’è di là della finestra. Anzi, non avendolo mai visto, negherò anche che quel mondo fatto di cielo, di nuvole multiformi, di fiori e di colori, di odori e fragranze ci sia, che ci possa essere.
 

   

Lo stato di coscienza è uno stato di "attenzione" (nella figura un dipinto di  Alfons Mucha "Salon des Cent")

Ma c’è. Nonostante ogni negazione, c’è. E se spezzo le catene della sedia, le catene dell’illusione – illusione non della mia famiglia, che non è un’illusione ma è ben reale; ma illusione che ci sia solo la mia famiglia, la quale soltanto ho sempre avuto davanti – e mi volto e dirigo la mia attenzione all’oltre la finestra, ecco che vedo Fantasyland.
Non è facile, normalmente è pressoché impossibile. Eppure è possibile, avviene.
 

1. 5. Le tecniche (i “riti”) della trance
Non è facile, ma non è impossibile. Posso spezzare i ferri che mi incatenano sulla sedia e mi costringono in una posizione forzata e così voltarmi a guardare altrove, a vedere oltre (l’oltre.
Ad esempio, e nell’allegoria fatta, se io sono molto agile, ho la pelle e il corpo scivolosi, come se fossero unti di olio, ecco che con mosse e tecniche acrobatiche (che migliorano sempre più dopo averle eseguite svariate volte e dopo aver imparato bene a farle) posso divincolarmi dalle catene e dalla sedia e scivolare via, e liberarmi e rivolgermi verso la finestra che apre sull’oltre. Così altrettanto, venendo al caso concreto della trance, ci sono delle persone – ne parleremo nel capitolo sui medium e sui sensitivi – che hanno la barriera (psichica) di separazione tra livello conscio e livello inconscio più permeabile, più osmotica e che lascia passare e filtrare più facilmente nel livello del conscio i contenuti e le informazioni del livello inconscio. Ebbene, queste persone, proprio per questa loro strutturazione personologica e mentale, possono più facilmente accedere al mondo del paranormale, alle percezioni ESP e alle capacità PK. In seguito, con l’esperienza e la pratica, apprendono come meglio e facilmente scivolare via dalle catene della polarizzazione sul mondo normale e come rivolgere invece l’attenzione alle percezioni paranormali e farle risalire alla coscienza sostitutivamente (o accanto) alle percezioni normali.
 

          

La sensitiva americana Irene Dunne per entrare in trance  faceva uso di una sfera di cristallo, nella quale immetteva tutta la sua attenzione

 

Derviscio danzante. I dervisci,  una setta mistica islamica, raggiungono l'estasi ("dhkr") attraverso la danza

 

Sono queste le “tecniche di trance”, dei veri e propri “riti” personalizzati, con i quali il medium e il sensitivo imparano a scivolare nella trance; imparano a distogliere l’attenzione dal mondo cosciente e dalle percezioni sensoriali e a indirizzarla invece e a farvi entrare le percezioni extrasensoriali.
Queste tecniche o “riti” possono essere diversi e sono tutti personali. Possono consistere nel concentrarsi su se stessi, nell’interiorizzazione dell’attenzione e dello sguardo; oppure guardare e concentrarsi su una sfera di cristallo o su uno specchio, o sulle volute di un fumo che si alza e si diperde ondeggiando per aria o sulle figure illusorie ma allucinatorie della cenere gettata per terra o della chiara dell’uovo che si raggruma nell’acqua (il tutto con effetto ipnotizzante); oppure lasciarsi assorbire nel rumore dell’acqua di un ruscello che scorre o delle foglie che stormiscono; stordirsi coi fumi e vapori emanati dalla terra; e tanti altri.
 

 

Nel rito di guarigione "sharmon" lo sciamano (messicano) opera con la imposizione delle mani, mentre la meditazione accomuna i suoi adepti in una sorta di psiche collettiva

 

Nelle culture sciamaniche e primitivo-arcaiche le tecniche posso essere le danze frenetiche e ossessive o il canto monotono protratti per lungo tempo; l’immedesimarsi in credenze tradizionali, il ripetere e ripetere dei mantra; e così via.
I fenomeni che accadono e le percezioni e le esperienze che si vivono e che sono poste in essere volutamente in questi modi da queste “persone particolari” (aventi questa strutturazione personologica e psichica speciale) sono fenomeni “provocati”, “volontari”, chiamati anche (con un terminologia più tecnica e riferita all’ambito, spiritico o antropologico in cui avvengono) “medianici”, “magici”, “sciamanici” e simili

Fuori del caso di queste persone “particolari” e “speciali”, che riescono in questi modi a divincolarsi e a liberarsi dalle catene della realtà normale in cui siamo per natura costretti, cioè fuori del caso dei medium e dei sensitivi, anche alle altre persone “normali” può accadere, una volta tanto nella vita o poche volte, di avere un fenomeno paranormale. Succede  nel caso in cui si verifica un avvenimento fortemente emozionale o comunque altamente significativo per loro. Accade allora che la notizia e l’informazione colpiscono e trapassano, come un fortissimo colpo di maglio, quella barriera di separazione che dicevamo esservi tra livello cosciente e livello inconscio (che ordinariamente è impermeabile) e così, per questa via straordinaria, (paranormale) la percezione, l’informazione ESP o la capacità PK, arriva alla coscienza, viene portata sulla lavagna della coscienza.
 

 

"L'esicasmo", ripetizione all'infinito della giaculatoria "Gesù mio misericordia" è la tecnica seguita dai monaci cristiani ortodossi del monte Athos o del monastero di S. Caterina per raggiungere l'estasi e la visione 

 

È come se – nel ripetuto esempio della persona legata alla sedia – un improvviso (ma occasionale e transitorio) terremoto scuotesse il pavimento della stanza o vi entrasse un fortissimo colpo di vento, facendo rivoltare, per un momento, la sedia. In quel momento, la persona, pur legata alla sedia, vede la finestra e quello che c’è fuori, poi tutto torna come prima. Il “terremoto”, la ventata sono la forte notizia emozionale del concreto caso ESP o PK, di cui si è detto. Chiamiamo “fenomeni spontanei” e “casi spontanei” quelli che si esperiscono eccezionalmente in questo modo e in queste condizioni occasionalmente da parte di persone ordinariamente chiuse e impermeabili alle percezioni e esperienze paranormali .
Dunque, in tutti questi casi di fenomeni, percezioni ed esperienze volontari e prodotti di proposito ovvero spontanei ed occasionali sulla “lavagna della coscienza” affiorano e si disegnano le percezioni e le capacità paranormali e tutto un “mondo altro”, il mondo della parapsicologia di cui ci occupiamo.
 

   

Il monastero di S. Caterina nel Sinai

2. Stato ordinario e stati modificati di coscienza
Come si è visto, ordinariamente e in condizioni normali quello che affiora su quella “lavagna” e che vi si disegna è la visione e la percezione di questo nostro mondo quotidiano terreno con le “cose” che lo formano e i rapporti della vita quotidiana e terrena che vi si intrecciano e che noi intratteniamo. Chiamiamo “stato di coscienza ordinario” ovvero “normale” questo stato di coscienza, che è quello che abbiamo usualmente nella vita cosciente di tutti i giorni.
Ma a fronte di esso, abbiamo pure visto, sono possibili altri stati di coscienza, che sono diversi da quello ordinario, perché in essi si esperiscono (cioè, la coscienza “vive”) situazioni, contatti, rapporti, visioni, percezioni ed emozioni del tutto differenti, appartenenti a altri e diversi ordini di realtà. Chiamiamo questi altri stati (queste altre condizioni mentali) “stati modificati di coscienza”, nel senso che, appunto, lo “stato” (il modo di essere percettivo ed esperienziale) della mente (che percepisce e che esperisce) e l’indirizzo della sua attenzione sono cambiati (rispetto a quello che è normalmente).
Vengono chiamati anche “stati diversi” o “stati alterati” (dal latino “alterius”) di coscienza.

   

Lo stato ordinario di coscienza è lo stato  normale in cui la mente "lavora" di giorno in tutti i giorni (nella figura Carl Larsson "La vecchia Anna")

 

2.1. L’inconscio
Chiamiamo “livello conscio” o, più semplicemente, “conscio” lo stato ordinario di coscienza e i suoi contenuti. Il mondo quotidiano e le sue cose e la vita quotidiana e i suoi rapporti sono consci, perché ne abbiamo coscienza normalmente; è quello che “vediamo e sentiamo” normalmente, quello che ci appare ordinariamente e di cui ordinariamente abbiamo la consapevolezza
Chiamiamo “inconscio” tutto quello che non appare e non viene percepito nello stato ordinario di coscienza e che, pure, esiste (psichicamente) perché appare, ne abbiamo la percezione e ne facciamo l’esperienza durante gli stati modificati.
L’inconscio è il “luogo” (un luogo non fisico-spaziale ma psichico), è il “topos” ove sono racchiusi questi contenuti normalmente non consci, dove si fa esperienza e si ha la percezione di tali contenuti diversi (quando vi si “scende”, mettendosi in uno stato diverso di coscienza).
 

   

L'Inconscio è l'Ombra Sconosciuta, che pure ci accompagna sempre nella vita (sopra); è una nostra Sorella, alla quale siamo uniti indissolubilmente (sotto, a sinistra); è l'altra parte di noi, alla quale indica il livello conscio (sotto, al centro) è la Madre che ci porta in grembo (sotto, a destra))

Indissolubilmente uniti

 

Max Ernst "La coppia"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Grande Madre. La Madre di Dio La Grande Madre, dal cui grembo nasce e  nel cui grembo giace l'Io

 

 

2.2. Inconscio personale
La scoperta e la storia dell’inconscio, al di là delle molte intuizioni che già ne ebbero molti filosofi e pensatori del passato, sono abbastanza recenti e risalgono appena al secolo XIX con la cosiddetta psicologia romantica; come indagine strutturata e come teorizzazione, poi, sono ancora più recenti, siamo alla fine di tale secolo e all’opera di Freud.
Per Freud e i suoi allievi, per la scuola psicanalitica (almeno per quella ortodossa) i contenuti dell’inconscio sono i frutti delle esperienze storiche personali passate, soprattutto infantili, esperienze e vissuti non accettabili e penosi per la coscienza normale e per la personalità normale (principale) di un individuo e quindi da lui rimosse.
“Rimosse” vuol dire che sono state allontanate dalla coscienza, la persona, pur avendole dentro, non ne vuole sapere, le rifiuta e le nega (nega ad esse l’accesso alla coscienza). Ma un tale rifiuto non le ha distrutte, non se ne è liberata; le esperienze passate e le emozioni connesse, i “vissuti” non possono essere annichiliti.

   

Alexander Calder "Black Sponge" ("Spugna Nera")

Restano, appunto rimossi, nell’inconscio e lì sono latenti e pronti a risalire alla coscienza in forma mascherata (nevrosi, tic, comportamenti inspiegabili e simbolici), dato che sono psicodinamici. Come tutti i contenuti psichici anche le tendenze e i vissuti rimossi e latenti nel profondo sono carichi di energia e di tensione psichica e tendono ad esprimersi, “vogliono” esprimersi (aver accesso alla coscienza e determinare atti psicosomatici a sé coerenti) per scaricarsi
In conclusione, per Freud e i suoi seguaci l’inconscio è personale, frutto di esperienze di vita personali.
 

2.3. Inconscio collettivo
Ma anche Freud dovette riconoscere che vi sono nell’inconscio dei contenuti che superano l’esperienza e il vissuto personali e che quindi non sono ad essi riportabili. Li ha chiamati “residui arcaici”.
La storia della scienza e le sue scoperte vanno sempre in avanti e hanno una evoluzione e sviluppi. Si procede per gradini, uno dopo e più in alto dell’ltro-
Dopo Freud e la sua scuola, Jung ha inquadrato e riportato questi contenuti inconsci che oltrepassano l’esperienza personale nella teoria dell’inconscio collettivo, degli archetipi e delle rappresentazioni archetipiche. Attraverso le sue analisi egli osserva che vi è, “al di sotto” e al di là dell’inconscio personale e delle esperienze personalmente vissute, un inconscio (uno strato di esperienze psichiche) più profondo e più generale, frutto delle esperienze delle generazioni passate, ripetute e ripetute, quelle più consuete e comuni del genere umano (o di un dato popolo o di un dato clan; allora questo inconscio collettivo si riferisce a quel popolo o a quel clan e non ad altri), esperienze che ricorrono sempre nella ciclicità della vita umana.
Questo inconscio collettivo (collettivo culturale se si riferisce a un popolo o a un clan; o più in generale, se si riferisce a collettività ancora maggiori o a tutto il genere umano) si riverbera nell’inconscio personale e vi fa sentire i suoi effetti; il singolo nel profondo ne sente la forza e vi è soggetto e inquadra in questa esperienza ancestrale ripetuta anche la propria esperienza personale, che così ne resta condizionata.
 

   

Pittura di culto su foglia di palma di sego. Cultura locale Sepik, Nuova Guinea

 

 

Alexander Calder  "Senza titolo", 1970

 

 

L’inconscio collettivo è composto di archetipi, che sono le sue cellule, come le stelle che sono nel cielo, sono le singole esperienze ripetutesi sempre identiche e che da questa ripetizione ancestrale traggono potenza e numinosità (e per questo condizionano il singolo, che vi inquadra la sua esperienza). È la forza della tradizione.
I contenuti dell’inconscio personale (quello teorizzato da Freud), latenti nell’inconscio, nei momenti di crisi o per associazione di idee, possono risalire alla coscienza e rendersi consci. Gli archetipi dell’inconscio collettivo no, sono troppo potenti e al di fuori. Quello che può entrare nella coscienza sono le loro rappresentanze, le "rappresentazioni archetipiche". Il singolo risente di esse, sente attraverso di esse la potenza e il condizionamento dell’archetipo, la forza della tradizione, e vi si assoggetta, inquadra la sua esperienza personale e il suo comportamento a quel modo di essere e a quella tradizione.
 

2.4.   Inconscio transpersonale

Come abbiamo mostrato, l’inconscio è fatto come a strati, per così dire. è a cerchi concentrici. Strati sempre più profondi. Ma se osserviamo quello che c’è ancora più oltre (dell’inconscio personale e dell’inconscio collettivo), se guardiamo al Transpersonale, forse dovremmo dire “più in alto”. Il termine esatto è (strati, cerchi) “sempre più interiori”; si scende sempre più nell’interiorità.         
I contenuti psichici inconsci - che brillano potenti nel buio della notte (notte del livello conscio, dove questo non arriva, dove finisce la luce del suo “giorno” ) e che li vivono numinosi e che da lì ci condizionano; e che di tanto in tanto scendono improvvisi e inaspettati dal loro “buio” nel livello cosciente, con sprazzi di luce che lo riempiono di sé – questi contenuti inconsci non sono solo i contenuti penosi e rimossi dell’inconscio personale, e non sono neanche solo gli archetipi dell’inconscio collettivo e le loro rappresentazioni. Vi sono anche le illuminazioni, le intuizioni, i lampi del genio. Vi sono le grandi scoperte e invenzioni e le spinte ad andare avanti e a scoprire  Vi sono le ispirazioni e il lirismo delle poesie, della grande letteratura, della musica, delle opere pittoriche, della rappresentazione statuaria, dell’architettura. Vi sono anche il sentire e le opere dei grandi filosofi, dei maestri di insegnamento, dei mistici, dei profeti.

 

   

Alexander Calder "Senza titolo", 1973

Newton, Volta, Einstein, Cristoforo Colombo, Toscanelli, Ulisse; Copernico, Galileo; Shakespeare, Dante, Petrarca, Balzac, Dostojewski, Tolstoi; Giotto, Raffaello, Michelangelo, Bernini, Fidia; Chopin, Bach, Beethoven, Mozart; Pitagora, Platone, Aristotele, S. Agostino, Maometto, i R’shi dei Veda; e tanti, tanti, tanti altri. Da dove sono venute ad essi le loro grandi intuizioni, dove hanno attinto le loro illuminazioni, quale è la fonte della potenza delle loro opere? Molte volte (non sempre, beninteso) questi personaggi come individui, come persone storiche erano capricciosi, egoisti (Chopin), avidi di ricchezza (Wagner), isterici (Mozart), psicotici (Van Gogh), addirittura idioti (Ligabue, i cosiddetti "matematci automatici"). Vi è stato spesso un profondissimo contrasto tra la persona umana di molti artisti e l’arte che essi hanno espresso – che attraverso di loro si è espressa. Dove dunque hanno attinto? dalle Muse? da spiriti celesti (o inferi)? da Esseri di altre dimensioni?

 

Cristoforo Colombo

   

Albert Einstein

   

Johann Sebastian Bach

   

Platone

E poi, più su ancora, vi sono gli stati di coscienza del rapimento mistico, come le estasi dei santi cristiani – S. Caterina, S. Teresa, S. Francesco, S. Giuseppe da Copertino, con i suoi voli serafici – e gli analoghi stati dell’esicasmo detto pure “la pura luce chiara del monte Tabor” dei cristiani ortodossi, il samadhi della religiosità induista, il satori buddista. Ma qui siamo veramente molto in alto.

 

Max Ernst "La città intera"

 

Lo chiamiamo "Transpersonale” questo mondo da cui ci arrivano queste luci, questi lampi di genio e di arte, fasci di luce, veri e propri fari, aurore boreali dai mille fascinosi e conturbanti colori, che scuotono il nostro cielo psichico.
È la dimensione transpersonale di un universo psichico inconscio. Anch’esso, questo mondo transpersonale, arriva a noi, lo abbiamo detto, anche quel livello possiamo toccare, raggiungere nel nostro “sentire”. Dunque la domanda è: Freud parlava di inconscio personale; Jung di inconscio collettivo. Ma, in verità, fin dove arriva il nostro inconscio, fin dove affonda le sue radici? Come potremmo mai limitare la nostra consapevolezza, la nostra capacità di pensiero ed emozionale e la nostra risonanza alla sola nostra esperienza personale di (questa) vita – come sostiene Freud – o anche solo a quelle esperienze ripetute e tradizionali dell’umanità, di cui parla Jung?  (Nota 3)
 

Chiamiamo poi “psicologia transpersonale” quella parte della psicologia che osserva e studia e che dice quel poco che ha da dire su questa dimensione, sui nostri rapporti e sulla nostra risonanza con questo mondo e universo inconscio transpersonale. È una psicologia che nasce quando si notano le ristrettezze, la soffocante camicia di forza di un inconscio di tipo solo freudiano o anche junghiano e si nota che nel campo psichico ci sono anche quei lampi e quelle illuminazioni che improvvisamente ci riempiono e ci fanno vivere quelle che vengono chiamate “peak esperiences”, esperienze di picco, esperienze totalizzanti.
Possiamo far rientrare anche questo livello nell’inconscio, nella sfera del Grande Sconosciuto sul quale studia la psicologia, quella "Luce Nera" psichica che brilla, che splende nel buio? In un certo senso sì, perché anch’esso è un livello non conscio, dunque è “inconscio”; e perché anch’esso risuona in noi, risuona profondamente nell’uomo senza restarsene ignoto in un suo alieno Empireo. Eppure ci sembra riduttivo, ci desta un certo disagio parlare qui solo di inconscio. Il Transpersonale è di per sé di un grado troppo “al di sopra”, troppo sfuggente per circoscrivervelo così.

Il "mandala", è il simbolo della centralità; ed è il simbolo, presso tutti i popoli e tutte le culture della consapevolezza e del Sé; è dunque il Segno per eccellenza di ciò che è transpersonale.
 

   

Mandala buddhista

 

 

 

 

Mandala alchemico

 

 

Ruota della divinazione esquimese: è un mandala

 

Mandala cristiano

 

La Mente può "lavorare" in diversi livelli di coscienza /(nella figura: Tiziano "Le età del tempo e della vita")

 

3. La psicologia degli stati di coscienza
Ma è tempo di concludere. Vi sono, come abbiamo visto, tanti livelli di coscienza e vari sono i possibili stati di coscienza nei quali la mente può funzionare, oltre al livello conscio del quale abbiamo immediata contezza ed esperienza, al di là di esso – al di sotto, al di sopra, a cerchi concentrici, sempre più profondi e interiori rispetto ad esso.
Parliamo perciò di “psicologia degli stati di coscienza”. È quella che teorizza e studia e che si occupa di questa molteplicità di possibili stati di coscienza. Ne abbiamo fatto un’ampia rassegna, siamo arrivati fino al Transpersonale, fino agli stati di illuminazione superiore e alle esperienze estatiche. Ma ora, dopo questa ampia rassegna e dopo aver spaziato così in alto, dobbiamo ridiscendere un po’ e tornare al nostro tema concreto e riportare tutto quello che si è detto al nostro ambito specifico, che è quello della parapsicologia. Stiamo facendo un corso di parapsicologia.

Allora, restringendo il campo rispetto a tutto quello che abbiamo detto, concludiamo focalizzandoci e concentrandoci su due specifici stati di coscienza (tra i molti che abbiamo trattato), da porsi a raffronto tra di loro: lo stato di coscienza ordinario e lo stato modificato della trance.
 

Nel primo (livello conscio) – lo abbiamo già detto ma giova ripeterlo a conclusione – c’è nella nostra consapevolezza ed è presente nella nostra mente questo mondo normale, i suoi fenomeni e le percezioni (sensoriali) che ce ne vengono. Nel secondo (stato di trance) emergono il mondo del paranormale e i fenomeni parapsicologici. È il mondo delle percezioni ESP (telepatia, chiaroveggenza, precognizione, apparizioni, psicometria e quant’altro) e delle emergenze PK (telecinesi, materializzazioni, apporti e così via). È il mondo di cui ci vogliamo occupare e di cui tratteremo in questo corso.

   

Gustave Moreau "Edipo e la Sfinge"

 

4. Conclusione
La psicologia degli stati di coscienza ci dice che si può esistere e che la mente può esperire a diversi livelli di realtà (realtà tutte reali ma sempre relative), attingibili in diversi stati di coscienza.
Tra questi diversi, possibili stati vi è (a noi interessa) quello della trance. È mettendosi in questo stato di coscienza che il medium e il sensitivo ottengono le emergenze paranormali (mentre spariscono dalla coscienza, in modo più o meno totale, lo stato di coscienza normale e le sue consapevolezze sensoriali). È entrando (occasionalmente) in questo stato di coscienza che ci avvengono i fenomeni paranormali spontanei. Perciò abbiamo dovuto parlare, come prima cosa, della coscienza e della psicologia degli stati di coscienza. Per questo motivo abbiamo premesso che questi due aspetti e campi di ricerca costituiscono il primo approccio per lo studio della parapsicologia e il capitolo iniziale di un corso su questa materia.
 

 

NOTE

(1)   Dunque noi siamo continuamente "bombardati" non solo da milioni di stimoli sensoriali ma anche da una pioggia di notizie e conoscenze emozionalmente cariche, che circolano nel profondo psichico. Siamo immersi in un mare di "informazioni" e l'universo stesso ci appare come un oceano di onde di pensiero ed emozionali, di esseri senzienti ed emozionali, che si compenetrano tra loro.

(2)   Vedremo in seguito cosa è e quale impensabile estensione può avere l’inconscio.

(3)   Per la verità, Carl Gustav Jung non si è limitato a intuire e a teorizzare sul solo inconscio collettivo. Ben più oltre, egli ha parlato di tanti aspetti, proprietà e modi di essere dell’universo psichico che oltrepassano l’esperienza umana. Aspetti superumani che pure egli ha trovato immanenti e presenti nell’uomo, studiando l’uomo; e che egli non considera trascendenti (nel loro aspetto “trascendente”) ma solo in quanto egli, come scienziato, può occuparsi solo di quello che trova nell’uomo).

 

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