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II Cerchio Marina è un circolo medianico che opera
dal 1993 in Milano – dove è tuttora attivo. È un centro di presa di
consapevolezza spirituale e deve questo suo nome, Marina, ad una dei
principali maestri spirituali che ivi si presenta e dà il suo
insegnamento – ma in questo libro sono anche tante altre le guide
spirituali che intervengono.. Il volume ora pubblicato e che qui
presentiamo esce dopo altri due libri che Il Cerchio Marina ha già
pubblicato in precedenza, nella stessa collana Hermes edizioni, “Io
e non io: la via della consapevolezza alla non-mente” e “La via
della Conoscenza”; fa parte dunque di un percorso lungo il quale
siamo condotti per gradi e costituisce l’ulteriore tappa di un
discorso e di un cammino che ci porta a svuotare i tanti concetti
costruiti dalla nostra mente, dietro i quali ci è stata velata e si
è nascosta la vera essenza della realtà
“L'esperienza del
deserto”, a cui indica il titolo del libro e di cui questo parla, è
quella che coglie l’uomo che si è incamminato lungo Via della
Conoscenza e lo coglie all’improvviso e comunque impreparato, perché
avviene all'interno di quello stesso cammino interiore che pure
prima lo aveva tanto affascinato e gli fa capire che anche questo
fascino è un attaccamento dal quale si deve purificare. Il
cammino lungo il quale i maestri avviano i partecipanti al cerchio –
e anzi avviano tutti noi che ne leggiamo le parole - è per gradi, lo
abbiamo detto. E quel fascino che prima aveva indotto a iniziare il
cammino, ora rivela anch’esso la sua vanità; era solo un’esca vuota
per spingerci sulla strada da percorrere. E così l’uomo che aveva
già percorso un cammino evolutivo (con il primo libro “lo, non io”)
e che aveva imparato a osservarsi (con il secondo libro La Via della
Conoscenza), un uomo che aveva già fatto l'esperienza di mettere in
crisi i concetti che prima erano il fondamento della sua identità e
che aveva quindi già cambiato tutto il suo modo di vedere se stesso,
gli altri, la vita e il Divino, ecco, quest’uomo viene proiettato
ancora oltre e viene messo in crisi tutto questo “nuovo” che aveva
appreso – che aveva creduto di apprendere. Ora quest’uomo, che
si era così incamminato coraggiosamente e anche con sofferenza per
questa Via (della consapevolezza e della conoscenza), abbattendo
molti dei concetti (“certezze”) che lo avevano fino allora
accompagnato, si viene a trovare d’un tratto anche senza più l’aiuto
delle nuove consapevolezze che aveva creduto di acquisire e su cui
aveva ritenuto di poter fondare la verità dietro il velo. Si
accorge – gli viene detto – che, ancora una volta, si trattava di
un velo, “neti, neti”, “non quello, non quello”. E allora è come il
trovarsi tra le sabbie infinite di un deserto interiore, senza che
si veda nulla all’orizzonte, nulla a cui appoggiarsi, nulla che dia
un senso di consistenza al suo “sentire di essere” e all’essere di
stesso. Finché poi capisce che proprio questo “vuoto” è l’essenza, è
tutto, è l’assenza di una individualità separata, . Nelle pagine
di questo terzo libro, quello stesso uomo rivisita il suo concetto
di Spirito universale e comprende che deve sostituirlo – o
costituirlo? - con lo svuotamento e l'assenza, di tutto ciò che la
sua mente vi pensava e vi aveva organizzato sopra; e ne avverte la
sua assoluta intraducibilità, in quel momento in cui la mente tace.
Allora, alla ricerca di un punto di sostegno in questo deserto
che appare vuoto, si rifà indietro all’esperienza di prima quando,
nella Via della Conoscenza, aveva creduto di comprendere, di essere
arrivato e si rende consapevole di quanto la mente possa ingannarci
su tutto ciò che è “altro da noi”, totalmente altro, come lo è lo
Spirito. In questa assenza assoluta di concetti - poiché la
mente ora tace, o meglio viene riconosciuta la vanità di tutto
quello che essa gli aveva suggerito – sta lo “sprofondare nel
deserto”, come esperienza vissuta dall’anima nella propria
interiorità, pure dotata di consapevolezza, e cosicché, con questa
esperienza, l'individuo si trova a fare le stesse cose che faceva
prima, ma non dandovi più lo stesso senso. E’ tutto un nuovo
modo di veder, o meglio di esperire se stesso e la realtà e
l’essere, quello che ci viene detto e fatto capire attraverso le
parole dei maestri Appare che la parola non-senso ha un significato
e così pure il concetto del nonagente, perché, anche se vi è ancora
un agente, questi ha tuttavia perduto le motivazioni per le quali
prima, immerso nel tempo e nella secolarizzazione, operava e ha
perduto la meta che prima lo caratterizzava e lo sospingeva; con
l’effetto che quanto più un agente perde in questo modo mete e
motivazioni, tanto più perde, viene meno non solo il proprio io –
questo era già stato lasciato già prima, lungo la strada - ma il
proprio sentirsi individuo; anche il proprio singolo senso di
esistere e di essere diviene per se stesso irrilevante. Sono
concetti, quelli espressi dai maestri del cerchio Marina, in questo
ultimo libro che possono non essere accettati ma che, comunque,
chiamano alla riflessione e alla discussione |