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Upanishad
A cura di Bettina Bäumer


Traduzione di Teresa Galiani
Mediterranee, Roma, 2003, pp. 205 € 14, 50

 
   
 

Le Upanishad costituiscono l’ultima parte della letteratura vedica, composta, com’è noto, dai quattro Veda, e in esse è racchiusa tutta la sapienza della speculazione di pensiero dell’antica India sull’universo, sull’uomo e sulle cose, su Dio - se vogliamo tradurre e introdurre questo concetto piuttosto nostro in quella filosofia – e sul Sé. Abbiamo parlato di “sapienza” e non semplicemente di speculazione di pensiero - come sarebbe stato invece per la filosofia nostra occidentale, di derivazione greco-romana - perché qui la riflessione di pensiero è piuttosto una intuizione profonda e, ancor più, una illuminazione dei r'shi – un termine per noi intraducibile, qualcosa di più di “saggio” e qualcosa un po’ meno di “santo”, una via di mezzo tra le due cose – nelle loro meditazioni. La nostra filosofia ha qualcosa di più laico.
Del resto, Upanishad deriva da radici sanscrite che vogliono significare “essere seduto”, “seduta”, lo stare seduti, uno di fronte all’altro, del guru e del chela, del maestro e del discepolo, e il loro parlare e forma di insegnamento per domande e risposte ma, ancor prima e ancora più in profondo, attraverso un linguaggio non verbale. Senza il linguaggio non verbale e la partecipazione non duale che ne viene, non vi sarebbe la piena comprensione tra i due. Non diciamo tutto questo per fare della erudizione ma proprio per metterne in risalto la differenza con l’archetipo del nostro filosofare occidentale, che avviene in forma peripatetica e nell’agorà ovvero in modo autistico, non colloquiale e non partecipativo con “l’altro” (col quale poi si diventa “uno”), nel chiuso di una stanza pensatoio o nelle passeggiate kantiane. Un po’ il dialogo socratico si avvicina al modo indiano, ma Socrate, quello della maieutica, è una cosa a sé stante, un discorso a parte.

Le Upanishad, che così contengono e anzi “sono” la sapienza e la visione indiana sull’universo e sul Tutto e che sono l’illuminazione che su di essi si apre nell’anima e che ne ha l’anima, non potevano essere brevi né potevano essere di un giorno. Al di là del numero mitico di 108, quelle riconosciute come più autorevoli sono 13 – le dieci commentate da Shankara, più altre tre di non minore importanza – e la loro redazione ha occupato un arco di circa otto secoli, dal 1.000 al 200 a.C. della nostra era, tanto che quei suoi 13 libri vengono distinti in tre gruppi, le Upanishad antiche, quelle medie e quelle recenti. L’attuale libro di Bettina Bäumer non li comprende certo tutti, sarebbe stata un’opera immane oltre che accademica e rivolta a uno studio e a una esegesi specia-lizzati; lo scopo dell’autrice non è questo bensì quello di offrire al normale lettore, e anche per un confronto di culture e di pensiero, “spunti di meditazione per i cristiani”, come dice il sottotitolo; perciò di quei libri, di tutto quel monumento di letteratura, contiene solo una raccolta di testi scelti e commentati, una selezione ma ampia e sufficiente.
I brani riportati sono stati prescelti in modo da costituire, comunque, un tutto organico e da toccare i punti essenziali dell’interrogativo e della meditazione umani. Gli argomenti trattati rappresentano perciò per il lettore un cammino e un accostamento progressivo ai temi della realtà, i cui capitoli sono poi proprio quelli in cui è suddiviso il libro: Il fondamento cosmico; Ricerca e preparazione; La via interiore; Chi sono io?; Il mistero della morte; La gioia della preparazione; Katha Upanishad: L’eterna saggezza.
I testi veri e propri e il loro commento sono preceduti da una introduzione ben condotta e completa (44 pagine) sulla tradizione delle Upanishad, sul mondo in cui sono sorte, sulla loro scuola di pensiero e sulla scuola (o meglio, tradizione) filosofica che ne è nata e che le informa, sui metodi di scelta dei testi. Si parla anche, brevemente, di modelli di meditazione e vi è una riflessione di confronto per una utile meditazione cristiana.
Seguono, al corpo principale dei testi riportati, l’elenco di questi testi tradotti e che compongono il libro, che, nella selezione fattane, abbraccia 11 Upanishad delle 13 totali di cui si è detto, un glossario e la bibliografia - che peraltro, data la nazionalità dell’autrice, dopo aver riportato le fonti, riferisce solo di testi di lingua tedesca.

Un’ultima notazione vogliamo farla sulla traduttrice e lo merita. E’ una collaboratrice della nostra rivista "La riceca psichica", ben nota ai nostri lettori per i numerosi e pregevoli articoli che vi ha scritto: Tersa Galiani. Peccato che il suo nome sia stato erroneamente riportato sul frontespizio del libro - e ne facciamo qui cenno come doverosa riparazionne.
La sua è una traduzione puntuale e accurata, puntigliosa diremmo noi che la conosciamo, intesa a cogliere nelle parole e nelle espressioni della lingua originale, oltre al significato più immediato, il vero senso interiore, che hanno nella lingua tedesca e che mostravano di essere nell’intento con cui state usate dall’autrice.

 

L'autrice del libro, Bettina Bäumer, laureatasi in filosofia, ha studiato indologia e teologia; alterna l'insegnamento presso l'università di Vienna all'attività di scrittrice e traduttrice di libri indirizzati al dialogo tra induismo  cristianesimo. Vive in India, è curatrice, tra l'atro, delle opere di Henry le Saux ed è presidentessa della Abhishiktananda Society.

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