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Le Upanishad costituiscono l’ultima parte della
letteratura vedica, composta, com’è noto, dai quattro Veda, e in
esse è racchiusa tutta la sapienza della speculazione di pensiero
dell’antica India sull’universo, sull’uomo e sulle cose, su Dio - se
vogliamo tradurre e introdurre questo concetto piuttosto nostro in
quella filosofia – e sul Sé. Abbiamo parlato di “sapienza” e non
semplicemente di speculazione di pensiero - come sarebbe stato
invece per la filosofia nostra occidentale, di derivazione
greco-romana - perché qui la riflessione di pensiero è piuttosto una
intuizione profonda e, ancor più, una illuminazione dei r'shi – un
termine per noi intraducibile, qualcosa di più di “saggio” e
qualcosa un po’ meno di “santo”, una via di mezzo tra le due cose –
nelle loro meditazioni. La nostra filosofia ha qualcosa di più
laico. Del resto, Upanishad deriva da radici sanscrite che
vogliono significare “essere seduto”, “seduta”, lo stare seduti, uno
di fronte all’altro, del guru e del chela, del maestro e del
discepolo, e il loro parlare e forma di insegnamento per domande e
risposte ma, ancor prima e ancora più in profondo, attraverso un
linguaggio non verbale. Senza il linguaggio non verbale e la
partecipazione non duale che ne viene, non vi sarebbe la piena
comprensione tra i due. Non diciamo tutto questo per fare della
erudizione ma proprio per metterne in risalto la differenza con
l’archetipo del nostro filosofare occidentale, che avviene in forma
peripatetica e nell’agorà ovvero in modo autistico, non colloquiale
e non partecipativo con “l’altro” (col quale poi si diventa “uno”),
nel chiuso di una stanza pensatoio o nelle passeggiate kantiane. Un
po’ il dialogo socratico si avvicina al modo indiano, ma Socrate,
quello della maieutica, è una cosa a sé stante, un discorso a
parte.
Le Upanishad, che così contengono e anzi “sono” la
sapienza e la visione indiana sull’universo e sul Tutto e che sono
l’illuminazione che su di essi si apre nell’anima e che ne ha
l’anima, non potevano essere brevi né potevano essere di un giorno.
Al di là del numero mitico di 108, quelle riconosciute come più
autorevoli sono 13 – le dieci commentate da Shankara, più altre tre
di non minore importanza – e la loro redazione ha occupato un arco
di circa otto secoli, dal 1.000 al 200 a.C. della nostra era, tanto
che quei suoi 13 libri vengono distinti in tre gruppi, le Upanishad
antiche, quelle medie e quelle recenti. L’attuale libro di Bettina
Bäumer non li comprende certo tutti, sarebbe stata un’opera immane
oltre che accademica e rivolta a uno studio e a una esegesi
specia-lizzati; lo scopo dell’autrice non è questo bensì quello di
offrire al normale lettore, e anche per un confronto di culture e di
pensiero, “spunti di meditazione per i cristiani”, come dice il
sottotitolo; perciò di quei libri, di tutto quel monumento di
letteratura, contiene solo una raccolta di testi scelti e
commentati, una selezione ma ampia e sufficiente. I brani
riportati sono stati prescelti in modo da costituire, comunque, un
tutto organico e da toccare i punti essenziali dell’interrogativo e
della meditazione umani. Gli argomenti trattati rappresentano perciò
per il lettore un cammino e un accostamento progressivo ai temi
della realtà, i cui capitoli sono poi proprio quelli in cui è
suddiviso il libro: Il fondamento cosmico; Ricerca e preparazione;
La via interiore; Chi sono io?; Il mistero della morte; La gioia
della preparazione; Katha Upanishad: L’eterna saggezza. I testi
veri e propri e il loro commento sono preceduti da una introduzione
ben condotta e completa (44 pagine) sulla tradizione delle
Upanishad, sul mondo in cui sono sorte, sulla loro scuola di
pensiero e sulla scuola (o meglio, tradizione) filosofica che ne è
nata e che le informa, sui metodi di scelta dei testi. Si parla
anche, brevemente, di modelli di meditazione e vi è una riflessione
di confronto per una utile meditazione cristiana. Seguono, al
corpo principale dei testi riportati, l’elenco di questi testi
tradotti e che compongono il libro, che, nella selezione fattane,
abbraccia 11 Upanishad delle 13 totali di cui si è detto, un
glossario e la bibliografia - che peraltro, data la nazionalità
dell’autrice, dopo aver riportato le fonti, riferisce solo di testi
di lingua tedesca.
Un’ultima notazione vogliamo farla sulla
traduttrice e lo merita. E’ una collaboratrice della nostra rivista
"La riceca psichica", ben nota ai nostri lettori per i numerosi e
pregevoli articoli che vi ha scritto: Tersa Galiani. Peccato che il
suo nome sia stato erroneamente riportato sul frontespizio del libro
- e ne facciamo qui cenno come doverosa riparazionne. La sua è
una traduzione puntuale e accurata, puntigliosa diremmo noi che la
conosciamo, intesa a cogliere nelle parole e nelle espressioni della
lingua originale, oltre al significato più immediato, il vero senso
interiore, che hanno nella lingua tedesca e che mostravano di essere
nell’intento con cui state usate dall’autrice.
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